Rigenerazione Evola | La nascita di Cristo e la visione di Ottaviano Augusto

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Tratto da RigenerazionEvola


Per il Santo Natale della Cristianità, offriamo oggi una lettura originale della Nascita di Gesù Cristo, proponendovi la descrizione che di essa fece la beata Anna Katharina Emmerick (1774-1824), monaca agostiniana tedesca, stigmatizzata (nel 1812 aveva ricevuto le stigmate, riconosciute autentiche da una commissione medica, e sul suo petto comparve anche una cicatrice a forma di croce che sanguinava ogni mercoledì), una delle più grandi mistiche della Cristianità, particolarmente nota per le sue doti di veggente e per altre facoltà sovrannaturali (levitazione, bilocazione, divinazione, estasi). La Emmerick è celebre per le migliaia di visioni avute lungo tutta la sua vita, fin da bambina, concernenti non soltanto le vicende dell’Antico Testamento (da Adamo ed Eva passando per Melchisedec o i Nephilim) e del Nuovo Testamento (in cui risaltano la storia completa della vita della Vergine Maria –  sulla base delle sue indicazioni, fu ritrovata la casa abitata dalla Vergine Maria dopo la morte di Gesù nei pressi di Efeso – e la nascita, vita, la Passione e la discesa agli Inferi di Gesù), ma, più in generale, una serie straordinaria di ricostruzioni storiche, geografiche, teologiche (tra cui visioni e percezioni somatizzate e localizzate degli stati dell’essere ricollegabili all’Inferno, dal Purgatorio e dal Paradiso). E non mancano visioni profetiche sul progressivo declino della Chiesa Cattolica e su questioni storiche (predisse ad esempio la Rivoluzione Francese e la caduta di Napoleone) e metafisiche anche esterne alle narrazioni bibliche in senso stretto (si pensi alle visioni sull’esistenza di spiriti maligni o planetari e la connessione di essi con gli esseri umani), e tanto altro. Alcune rivelazioni della mistica tedesca sono state utilizzate da Mel Gibson per la realizzazione del famoso film La Passione di Cristo. Il merito di aver preservato e tramandato il contenuto delle visioni della Emmerick va ascritto al poeta e scrittore romantico tedesco Clemens Wenzeslaus Brentano De La Roche (1778-1842), che trascrisse i resoconti dettagliati delle visioni della beata nei suoi ultimi anni di vita e li ordinò dopo la sua morte strutturandoli in vari volumi tematici (1).

Anna Katharina Emmerick (dipinto di Gabriel Cornelius Ritter von Max, 1885)

Visioni e profezie di mistici e santi sono molteplici e risalgono a tutte le epoche, e non soltanto in seno alla tradizione cristiana. Si tratta di fenomeni da interpretare e valutare sempre con attenzione, soprattutto con l’approssimarsi alle epoche più recenti, poiché, come insegnava René Guénon – sempre molto severo sulla materia – predizioni, profezie e visioni, pur contenendo, quando siano di fonte sicura ed attendibile, tracce più o meno ampie di verità, subiscono deformazioni ad opera degli “specchi” dello psichismo inferiore, e “riduzioni” causate ora dal metro mentale dei veggenti, che tendono a materializzarle e “localizzarle” per farle entrare all’interno dei loro contesti mentali, ora da necessari “adattamenti” di verità metafisiche (e quindi razionalmente inintelligibili), ora da ridimensionamenti causati da idee preconcette o autosuggestioni (2). Tuttavia, il caso della Emmerick è particolare: è assai significativo il fatto che la mistica tedesca venga citata proprio dallo stesso René Guénon, non solo per una sua visione relativa ad un luogo misterioso da Lei chiamato “Montagna dei Profeti”, situato nelle regioni del Tibet e della Tartaria, possibile sede del centro supremo occultatosi durante l’epoca attuale (3), ma soprattutto per la sua attendibilità. Scrive infatti Guénon: “l’interesse di certe visioni è tutto contenuto nel fatto che esse sono in accordo, su numerosi punti, con dati tradizionali evidentemente ignorati dal mistico che tali visioni ha avuto  – si possono citare qui come esempio le visioni di Anne-Catherine Emmerich – ma sarebbe un errore, e perfino un rovesciamento dei rapporti normali, il voler trovare in esse una «conferma» di questi dati, i quali, per prima cosa, di conferme non hanno affatto bisogno e, al contrario, sono la sola garanzia che nelle visioni in questione c’è veramente qualcosa che non è solamente il prodotto dell’immaginazione o della fantasia individuale.” (4). In effetti, nei resoconti delle visioni della Emmerick è frequente imbattersi in sorprendenti riferimenti di grande interesse in termini tradizionali, che non sono ravvisabili in altri mistici o veggenti in genere.

In particolare, nel proporvi oggi degli estratti dai carteggi relativi alla Vita della Vergine Maria, relativi alla sistemazione nella Grotta ed alla nascita di Gesù, in cui saranno subito evidenti taluni dettagli molto particolari e del tutto inediti, aggiungeremo anche una descrizione da parte della mistica tedesca di due eventi che si sarebbero verificati a Roma in concomitanza con la nascita del Redentore (la Emmerick parla anche di eventi accaduti in Egitto e a Gerusalemme, che ometteremo non essendo strettamente pertinenti con quanto in oggetto).

La cosa interessante è che, in particolare, uno di essi ripropone un racconto, a molti noto e da molti considerato soltanto una leggenda, riportato dettagliatamente anche dai Mirabilia Urbis Romae (opere di letteratura periegetica, che dovevano guidare i pellegrini durante i viaggi). Secondo tale racconto, l’imperatore Ottaviano Augusto, dopo aver ricevuto dai senatori la richiesta di poter essere adorato quale divinità, interpellò la Sibilla Tiburtina (o Albunea), una delle dodici Sibille, la quale, dopo tre giorni di digiuno, gli preannunciò la venuta dal cielo di “un Re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo”: subito dopo, il cielo si aprì ed Augusto, accecato da una Luce sovrannaturale, vide una Vergine bellissima ritta su un altare e con in braccio un bambino, e udì una voce che gli disse: «Ecce ara primogeniti Dei» «Questa è l’ara del primogenito di Dio»(5). Sembra che anche Sant’Antonio da Padova, in un sermone per l’Epifania, riferì di questa tradizione (6).

L’apparizione sarebbe avvenuta in una delle stanze dell’imperatore, che proprio in quel luogo avrebbe fatto costruire un’Ara votiva dedicata al “Primogenito di Dio”: successivamente, sullo stesso sito sarebbe stata edificata la chiesa di Santa Maria in Aracoeli (il cui nome originario era Santa Maria in Capitolio): la dizione Ara Coeli, l’altare di Dio, deriverebbe proprio dall’Ara fatta edificare da Augusto (7).

La Chiesa di Santa Maria in Ara Coeli e il Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio (incisione di Giovanni Battista Piranesi) (cliccare per ingrandire)

Secondo alcuni studiosi, invece, la chiesa (forse la più antica di Roma), sarebbe stata costruita sulle rovine del Tempio di Giunone Moneta; secondo altri, sorgerebbe dove si trovava l’antichissimo Auguraculum, luogo dal quale gli Auguri prendevano gli auspici osservando il volo degli uccelli. In realtà, un dato non esclude l’altro, potendo l’area essere stata oggetto di edificazioni di più strutture in diversi periodi, su cui poi si sarebbe sovrapposto l’edificio cristiano.

Un elemento interessante, nel senso di confermare l’edificazione della chiesa sul sito dell’apparizione, lo si trova all’interno della chiesa stessa: nella navata centrale, infatti, si nota, sulla terza colonna a sinistra, un’epigrafe con un’iscrizione latina, collegata proprio alla leggenda della visione mariana dell’imperatore Augusto, nella quale si legge: «a cubiculo augustorum», cioè «dalla stanza da letto di Augusto»: la colonna sarebbe cioè provenuta dal cubiculum dell’imperatore. Inoltre, nel transetto, nei pressi del pulpito di sinistra, sotto un tempietto ottocentesco dedicato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, si trova un altare medioevale in marmo e con mosaico cosmatesco, visibile attraverso un cristallo, detto Altare di Augusto o, appunto, Ara Coeli, costruito secondo la leggenda proprio dove Augusto aveva avuto la sua visione. Da notare che nel 1963 è stato effettuato un sondaggio che ha dato la certezza che dietro questo altare vi era un luogo di culto antichissimo, fondato su muri romani. Qui forse era l’Auguraculum e con esso è da ricollegare la colonna proveniente dal cubiculum di Augusto.

Tornando alla Emmerick, ebbene, come potrete leggere, anche la mistica tedesca ci parla dell’episodio dell’apparizione della Vergine col Bambino ad Augusto, e questo è un dato assolutamente eccezionale, dato che non si può pensare a nessuna forma di reciproca influenza tra i diversi contesti storico-geografici di trasmissione della vicenda. Ed il racconto della Emmerick è molto più elaborato, dato che, oltre all’oracolo, vengono citati una profetessa, dei sacerdoti romani, una divinità romana (forse Venere) e la presunta distruzione di una statua di Giove sul Colle Capitolino, che sarebbe stata posta nel “tempio” “settant’anni prima”. Il tempio citato (anch’esso danneggiato) dovrebbe essere quello di Giove Ottimo Massimo, dedicato com’è noto alla Triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva); inaugurato nel 509 a.C., il tempio fu quasi totalmente distrutto da un incendio nell’83 a.C., e con esso i Libri Sibillini, che vi erano conservati. La ricostruzione in pietra, voluta da Lucio Cornelio Silla, fu affidata a Quinto Lutazio Catulo che la terminò nel 69 a.C.. La statua originaria di Giove, distrutta dall’incendio, fu sostituita nel 65 a.c. da una statua crisoelefantina, scolpita dall’artista ateniese Apollonio. Ebbene, il termine temporale di collocazione della nuova statua di Giove coincide in sostanza con i settanta anni indicati dalla Emmerick (la stessa nascita di Gesù, com’è noto, potrebbe scostarsi di qualche anno rispetto al computo comunemente usato, e, in ogni caso, nelle visioni o profezie un’approssimazione anche temporale è sempre del tutto normale).

Vi lasciamo leggere e valutare il tutto. Per alcuni, queste ed altre visioni o leggende sono soltanto il frutto di manipolazioni successive da parte della Chiesa. Per chi sostiene, invece, la continuatio tra la Roma pre-cristiana e quella successiva all’avvento di Gesù, non si tratta altro che di un “passaggio delle consegne”, sia pure con tutte le differenze concettuali tra i due mondi. Il fatto stesso che la visione sia stata destinata ad Ottaviano Augusto, il nuovo regitor mundi sotto il quale Roma stava vivendo un periodo di rinnovata pax e di ritorno al mos maiorum, anticipato dai celebri versi della IV Bucolica in cui Virgilio, anni prima, preconizzava il ritorno della Virgo e l’avvento del puer con cui sarebbe cessata la ferrea gens del ferro e sarebbe risorta la gens aurea, fanno riflettere. Lasciamo ora la parola alla Beata Emmerick, cui ci affideremo anche in futuro laddove potremo trovare importanti e significativi riferimenti in senso tradizionale.

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La grotta del Presepio

(…) Entrarono quindi a Betlemme attraverso un muro diroccato. Vidi che Maria si era fermata con l’asino all’inizio della strada mentre Giuseppe cercava alloggio tra le prime case del luogo, ma anche questa volta senza ottenere alcun risultato. Betlemme in quei giorni brulicava di stranieri. Andarono verso il centro, per le contrade, e dall’altra parte del paese, ma ogni sforzo fu vano. Maria attendeva paziente con l’asino per molto tempo all’angolo delle strade, mentre Giuseppe faceva ritorno da Lei ogni volta sempre più scoraggiato. Vidi la Santa Vergine che camminava al fianco di Giuseppe mentre l’asino veniva condotto per la briglia da lui, poi giunti ad un certo punto si diressero verso il lato sud di Betlemme.

Basilica della Natività a Betlemme: la stella d’argento indica il luogo in cui sarebbe nato Gesù secondo la Tradizione

La contrada sembrava più una via di campagna che una strada di città, le case erano costruite sulla sommità delle piccole colline che costeggiavano la via stessa. Anche in questo luogo periferico la ricerca di un alloggio fu vana. Tutti i conoscenti, gli amici ed i parenti, sembravano non riconoscere più Giuseppe. Anzi, quand’egli li implorava chiedendo asilo per Maria, vidi che questa gente si inaspriva e diventava ancor più dura. Costoro non sapevano che scacciavano il Redentore, la Grazia dell’umanità! La santa Coppia si mosse allora verso un altro quartiere, arrivarono in un luogo aperto, un grande piazzale dove le case erano disseminate dappertutto. Al centro vi si vedeva un albero assai grande, che simile ad un tiglio diffondeva un’ombra spaziosa. Giuseppe sistemò la Santa Vergine sotto quest’albero, preparandole con i ramoscelli una specie di sedile. L’asino fu legato con il capo rivolto al tronco. Così egli continuò la ricerca di ospitalità nelle case dei dintorni. Maria, rimasta sola, fu presto oggetto di curiosità da parte dei passanti. Molte persone si erano fermate a guardarla, attratte da quella santa bellezza e dal contegno umile e fiducioso della Vergine; appariva affaticata, ma tranquilla e paziente. La Madonna era seduta sulle proprie ginocchia piegate all’insotto, aveva il capo chinato e teneva le mani congiunte sul petto in attesa della volontà del Signore. La candida e lunga veste senza legacci o cinture le scendeva libera fin sotto i piedi, un bianco velo le copriva il capo. Qualcuno, spinto dal forte curiosità, giunse perfino a domandarLe chi fosse. Giuseppe frattanto era tornato ancora una volta sfinito, addolorato e pallido in volto: tutti gli avevano negato un alloggio, anche chi lo conosceva e si ricordava di lui. Vidi il sant’uomo scoppiare in lacrime.

Perdute anche le ultime speranze di trovare una sistemazione a Betlemme, la santa Coppia iniziò a pensare di uscire dalla città. L’unica soluzione fu quella di cercare alloggio in un ricovero di pastori dove Giuseppe si era nascosto nella sua gioventù. Si misero quindi di nuovo in cammino, e questa volta verso oriente. Uscendo da Betlemme presero un sentiero solitario che volgeva a sinistra. Il sentiero era fiancheggiato da mura, fosse e bastioni diroccati. Dopo essere saliti su un colle, scesero dal pendio e raggiunsero una prateria amena su cui crescevano diversi alberi. Questa prateria si trovava appena fuori di Betlemme, dalla parte di levante, e terminava con una collina circondata da una specie di antica muraglia. Sul campo verdissimo vi erano abeti, pini, cedri e terebinti, ne vidi anche altri dalle foglie piccole come il nostro albero cosiddetto “semprevivo”. Il paesaggio era tipico della periferia di un piccolo borgo di campagna. Sul versante meridionale delle colline, ai piedi di una di esse, si snodava un sentiero tortuoso che conduceva verso l’alto, qui si trovavano numerose caverne tra cui anche quella che Giuseppe conosceva e dove aveva pensato di alloggiare con la Santa Vergine. La caverna, scavata nella parete rocciosa dei monti, era alquanto profonda. Dalla parte settentrionale iniziava con uno stretto corridoio di pareti rocciose e finiva all’interno in modo molto irregolare: per una metà con uno spazio mezzo rotondo e per l’altra angolare, le cui estremità mostravano tre angoli che finivano sul versante meridionale.

“Madonna e Bambino”, opera di Enric Monserday Vidal (1850-1926)

La caverna era rocciosa ed era rimasta naturale e grezza; solo dalla parte meridionale, dove la via dava sulla valle dei pastori, alcune parti delle pareti erano state rafforzate o direi rifinite come un muro rudimentale. Sempre da questo lato vi era un’altra entrata otturata da grosse pietre. Giuseppe liberò quest’ingresso e lo restituì all’antica funzione. Sul lato sinistro di quest’accesso, si affacciava un’altra caverna dall’ingresso più largo della prima, il quale immetteva in un profondo e angusto tugurio, in posizione sottoelevata a quella del Presepio. L’ingresso settentrionale della Grotta del Presepio, quello usato normalmente dai pastori nel periodo estivo e primaverile, si affacciava su alcuni tetti e torri della periferia di Betlemme. Da questo lato, a destra della grotta, si trovava ancora un’altra caverna profonda in cui l’oscurità era l’assoluta padrona e nella quale vidi una volta la Santa Vergine nascondersi. Dalla parte meridionale la grotta aveva tre aperture in alto che servivano a dare aria e luce all’interno.

La pianta della Grotta del Presepio potrebbe paragonarsi ad una testa umana col relativo collo. Vidi una specie di piccolo locale laterale dove Giuseppe soleva accendere il fuoco per gli usi quotidiani. Verso il lato di settentrione era stato scavato nella rupe un locale adibito a stalla, largo abbastanza per l’asino; era pieno di avena, di fieno e di altri foraggi per gli animali (…). Attraversando un ruscello, che scorreva in mezzo all’erba rigogliosa del prato, e scendendo in direzione sud-est dalla Grotta del Presepio, si arrivava ad un’altra grotta chiamata comunemente Grotta del Latte o della nutrice, perché vi era stata sepolta la nutrice di Abramo, Maraha. In questa trovò rifugio in varie occasioni la Santa Vergine col bambino Gesù. Al disopra vi era un grande albero che dominava Betlemme. Nell’antica caverna accaddero vari avvenimenti al tempo dell’Antico Testamento, così vidi che Eva vi concepì e generò Seth, il figlio della promessa, dopo aver trascorso sette anni in penitenza. Fu in questo medesimo luogo che l’Angelo disse ad Eva che Dio le accordava Seth, quasi per consolarla del perduto Abele. Fu anche qui che Seth venne nutrito e allevato, mentre i fratelli lo perseguitavano, come fecero con Giuseppe gli altri figli di Giacobbe (…).

La Sacra Famiglia si stabilisce nella grotta

Il sole calava già all’orizzonte quando Maria e Giuseppe giunsero alla grotta; vi trovarono l’asinella che saltellava lietamente davanti all’ingresso. Maria allora disse al suo sposo: “Ecco, certamente è il volere del Signore che noi alloggiamo qui“. Ma Giuseppe era sconsolato ed afflitto perché era stato molto deluso dalla cattiva accoglienza che aveva trovato a Betlemme. Dopo aver sistemato l’asino sotto la tettoia dinanzi all’entrata della caverna, Giuseppe preparò un sedile provvisorio per la sua diletta consorte. L’ingresso era assai angusto, quasi occupato da ramoscelli e da paglia al di sopra dei quali pendevano stuoie di colore scuro, così anche all’interno impedimenti di vario genere erano d’ostacolo ed impedivano un minimo di vita in quel luogo. Allora Giuseppe incominciò a ripulire la grotta nel modo migliore; prima però appese la lanterna alla parete per diradare l’intensità delle tenebre. Quindi fece stendere la sua diletta sposa sul letto di ramoscelli, foglie e coperte, appena preparato nella parte di mezzogiorno.

Il sant’uomo si sentiva profondamente umiliato e si scusava ancora per il cattivo alloggio. Maria, al contrario, era intimamente lieta e piena di speranza. Mentre la Vergine Santa riposava, Giuseppe prese un otre di cuoio e si recò dietro la collina, ad un ruscelletto che attraversava il prato. Dopo aver riempito l’otre sul fondo del ruscello ritornò alla grotta. Quindi andò in città a fare acquisti. Si avvicinava la solennità del sabato, in città le vie formicolavano di forestieri e, per meglio soddisfare il bisogno di tante persone, agli angoli delle strade erano stati collocati dei tavoli carichi di alimenti. Vidi Giuseppe sulla strada del ritorno, tra gli acquisti che egli aveva fatto notai una cassetta metallica chiusa da inferriate che portava appesa ad un bastone; conteneva carboni ardenti. Appena entrato, accese con questi un piccolo fuoco nella parte settentrionale della grotta. Preparò quindi una specie di pasta e cucinò un grande frutto che conteneva molti granellini; mangiarono anche dei pani.

“Madonna in Gloria” di Carlo Dolci (1670, dettaglio)

Più tardi si dedicarono a lunghe preghiere. Vidi Giuseppe mentre cercava di sistemare in modo migliore il giaciglio della Santa Vergine: sopra una strato di ramoscelli stese una di quelle coperte fatte nella casa di Anna; poi sotto il capo le pose un tappeto arrotolato. Infine portò l’asino nella grotta e lo legò, poi chiuse l’ingresso con un telo di vimini; quindi il sant’uomo preparò il suo giaciglio vicino all’entrata.

Il sabato era incominciato e la santa Coppia aveva ripreso a pregare; in modo edificante presero un po’ di cibo. Vidi Maria avvilupparsi nel suo mantello e pregare in ginocchio, mentre Giuseppe si assentava dalla grotta. Dopo la preghiera, Maria si stese sul letto girandosi sopra un fianco con la testa appoggiata al braccio. Giuseppe non ritornò che tardi, a notte fonda. Pregò umilmente e si coricò sul suo giaciglio, mi parve che piangesse.

Maria Santissima trascorre le ultime ore del sabato nella caverna di “Maraha”

La Santa Vergine trascorse il sabato nella caverna, assorta in uno stato contemplativo di preghiera. Giuseppe, invece, uscì alcune volte, probabilmente per recarsi alla sinagoga di Betlemme. Li vidi mangiare una parte del cibo preparato il giorno precedente, poi ricominciarono a pregare. Dopo il pranzo, l’ora cioè del sabato che i Giudei usano consacrare alla passeggiata, Giuseppe condusse la Vergine nella valle situata dietro la Caverna del Presepio, dove si trova la grotta di Maraha. Si fermarono così in questa grotta che è più spaziosa di quella del presepio; qui Giuseppe preparò una specie di sedia alla sua sposa. Il restante del tempo lo impiegarono nella preghiera e nella meditazione sotto l’albero sacro. Quando calò la sera Giuseppe e Maria ritornarono alla loro abitazione. Allora la Santa Vergine annunciò al suo sposo che a mezzanotte si sarebbero compiuti i nove mesi dal momento in cui fu concepito il Santo Figlio e l’Angelo l’aveva salutata Madre di Dio. Ciò detto, Maria pregò Giuseppe di fare da parte sua tutto quanto fosse possibile affinché il Fanciullo promesso da Dio e concepito in modo soprannaturale venisse ricevuto con tutto l’onore possibile. Inoltre lo esortò ad unirsi a Lei nelle preghiere ardenti per intercedere la misericordia di Dio verso quei duri di cuore che le avevano negato l’ospitalità. La Santa Consorte respinse l’offerta di Giuseppe di chiamare in aiuto due pie donne di Betlemme rifiutò dicendo che non aveva bisogno di aiuto umano. Giuseppe si recò in città per fare altri acquisti, nonché uno sgabello, frutta secca, pani e dell’uva appassita, poi ritornò alla Grotta del Presepio dove trovò la Santa Vergine distesa sul suo giaciglio. Giuseppe cucinò, e così pregarono e mangiarono in comunione. Siccome il momento del prodigioso evento si avvicinava, il sant’uomo separò la propria cella dal resto della grotta; questo lo fece con alcuni pali ai quali appese delle stuoie. Poi diede da mangiare all’asino che aveva legato vicino alla porta. La Santa Vergine gli disse che il momento era ormai prossimo e che desiderava rimanere sola, perciò lo pregò di rinchiudersi nella propria cella.

Prima di ritirarsi Giuseppe accese altre lampade per tenere illuminato l’ambiente; intese allora un rumore fuori della grotta e si affrettò a vedere cosa fosse: vide che era ritornata l’asinella la quale saltellava gioiosa come se annunciasse l’Evento. Giuseppe, sorridendo, la legò sotto la tettoia e le diede da mangiare. Appena rientrato, il sant’uomo fu avvolto da una luce celeste soprannaturale. Allora vide la Madonna genuflessa e aureolata di raggi luminosi; pregava in ginocchio sul suo giaciglio col viso rivolto ad oriente e la schiena verso l’ingresso. La caverna era interamente illuminata da questa luce intensa. Giuseppe contemplò la scena come una volta Mosè aveva fatto con il roveto ardente; poi, entrato con santo timore nella cella, si gettò proteso sul terreno e si immerse nella preghiera più devota.

La Nascita di Cristo

Lo splendore che irradiava la Santa Vergine diveniva sempre più fulgido, tanto da annullare il chiarore delle lampade accese da Giuseppe. La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo.

La nascita di Gesù (frame dal film “Nativity”)

Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera, teneva le mani incrociate sul petto. Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo. Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla. Dopo un certo tempo vidi il Bambinello muoversi e lo udii piangere. Mi sembrò che allora Maria Santissima, sempre Vergine, ritornando in sé stessa, sollevasse il Bambino e l’avvolgesse nel panno di cui l’aveva ricoperto. Alzatolo dalla stuoia, lo strinse al petto. Sedutasi, la Madonna si avvolse col Fanciullo nel velo e col suo santo latte nutri il Redentore. Vidi una fitta schiera di figure Angeliche nelle spoglie umane genuflettersi al suolo e adorare il Neonato divino; erano sei Cori angelici entro un alone di fulgida luce abbagliante. Un’ora circa dopo il parto, Maria chiamò Giuseppe, che se ne stava ancora assorto nella preghiera.

Lo vidi avvicinarsi e protendersi umilmente, mentre guardava in modo gioioso e devoto il Bambino Divino. Solo quando la santa Consorte gli ripeté di stringere al cuore con piena riconoscenza il dono dell’Altissimo, egli prese il Bambino tra le braccia e lodò il Signore con lacrime di gioia. La Vergine allora avvolse il Bambinello nei pannolini, vidi che lo ricoprì dapprima con un panno rosso, poi lo avvolse in uno bianco fino alle ascelle, mentre avvolse la testolina in un altro ancora. La Madonna aveva con sé solo quattro pannolini. Vidi allora Maria e Giuseppe seduti al suolo; non parlavano ma parevano assorti nella meditazione. Bello e raggiante vidi il Santo Neonato tutto fasciato disteso sulla stuoia, mentre Maria lo contemplava. A quella vista esclamai: “Questo Corpicino è la salvezza dell’universo intero“. Poco dopo la santa Coppia pose il divino Neonato nella mangiatoia, che era stata riempita di ramoscelli e di fini erbette, e Gli adagiarono una coperta sul corpicino. Deposto il Bambino in questa culla, che si trovava più in basso del posto dove era stato partorito, la santa Coppia pianse di gioia e cantò le lodi del Signore. Giuseppe dispose il giaciglio e la seggiola della Santa Vergine vicino al presepe. Vidi Maria Santissima, prima e dopo il parto, sempre velata e biancovestita; nei primi giorni, subito dopo l’Evento, stava seduta o inginocchiata, dormiva su un fianco e mai la vidi ammalata o affaticata. Quando qualcuno veniva a visitarla si velava ancor più accuratamente e se ne stava diritta sul posto dove era avvenuta la santa Nascita.

(…)

 La Nascita di Cristo viene annunciata nel mondo antico: a Gerusalemme, a Roma e in Egitto

(…)  Durante la notte ebbi delle visioni su alcuni avvenimenti a Roma collegati con la nascita del Signore. Nello stesso momento in cui nacque Gesù, in un quartiere della città dove abitavano molti Giudei, improvvisamente zampillò una fonte di olio nero; tutti ne rimasero fortemente impressionati. Contemporaneamente un idolo magnifico di Giove si frantumò sotto il crollo del tetto di un tempio romano. I sacerdoti, spaventati da questo nefasto avvenimento, offrirono molte vittime agli dei del tempio. Poi interrogarono un altro idolo (credo fosse la statua di Venere) chiedendogli perché fosse avvenuto questo prodigio, la statua rispose loro: “Tutto questo avviene a Roma perché una Vergine ha generato un figlio concepito senza opera d’uomo“. I sacerdoti atterriti da questa notizia, andarono a consultare i loro libri e ricordarono che settant’anni prima quell’idolo, adorno d’oro e di pietre preziose, era stato messo nel tempio (8); gli furono offerte vittime con grande solennità. In quel tempo viveva a Roma una profetessa assai religiosa, Serena o Cyrena, credo fosse una Giudea. Aveva delle visioni e prediceva il futuro, sapeva spiegare il motivo della sterilità di diverse donne, e godeva di buona considerazione. Aveva dichiarato pubblicamente che non era giusto tributare all’idolo onori così dispendiosi perché un giorno si sarebbe frantumato in mille pezzi.

La Sibilla Tiburtina mostra all’imperatore Augusto la Vergine col Bambino ne “La Sybille de Tibur”, di Antoine Caron, 1575-1580, Museo del Louvre (cliccare per ingrandire)

I sacerdoti la fecero rinchiudere in una prigione dove la torturarono perché non aveva saputo dire loro quando sarebbe avvenuto il triste evento. La veggente allora pregò Dio affinché le suggerisse la risposta, seppe così che l’idolo si sarebbe frantumato quando una Vergine immacolata avrebbe generato un figlio per volere divino. A tale rivelazione, i sacerdoti tacciarono per pazza Serena e la allontanarono. Quando il tetto del tempio crollò, spaccando la statua in mille pezzi, i sacerdoti si resero conto tristemente che la donna aveva detto il vero. Vidi l’imperatore Augusto sulla cima di una collina a Roma, circondato da altre persone. Al suo lato scorsi il tempio crollato. Vidi pure alcune scale che conducevano alla vetta di un monte dove si trovava una porta d’oro (9). Era quello il luogo dove si decidevano gli affari più importanti dello statoMentre l’imperatore scendeva dal monte, ammirò in cielo alla sua destra un’apparizione. Vide una Vergine seduta su un arcobaleno che stringeva al petto un Bambinello. Credo che il simbolo fosse veduto dal solo Augusto. Consultato un oracolo (10) per conoscere il significato di tale apparizione, l’imperatore apprese che era nato un Fanciullo divino dinanzi al quale tutti dovevano cedere. Subito Augusto fece innalzare un altare sul luogo dove gli era apparso il simbolo, e con molta pompa si dedicarono numerosi sacrifici sull’ara del “Primogenito di Dio” (…).

Note

(1) “Io sento che qui sono a casa mia e intuisco che non posso abbandonare questa creatura meravigliosa prima della sua morte. Questo è il compito della mia vita: Dio ha ascoltato la mia preghiera di indicarmene uno in suo onore, adatto alle mie possibilità e alle mie forze. Voglio fare il possibile per custodire e proteggere il tesoro di Grazie che ho trovato qui”: così scriveva Brentano qualche tempo dopo aver conosciuto Anna Katharina Emmerick, di cui divenne amico. La stessa monaca, al momento di incontrare Brentano, gli rivelò di aver subito riconosciuto in lui l’uomo destinato da Dio a metter per iscritto ciò che le appariva fin dalla primissima infanzia e di cui, con suo grandissimo rammarico, fino a quel momento nessuno dei suoi amici e conoscenti aveva accettato di occuparsi. Dopo la morte della mistica, avvenuta nel 1824, Clemens Brentano si dedicò all’immane compito di dare ordine alle migliaia e migliaia di pagine scritte negli anni di permanenza accanto a lei, a Dülmen; e prima di morire lui stesso riuscì a dare alle stampe alcuni libri, che sono stati pubblicati prevalentemente in lingua tedesca e francese; in italiano è uscita solo una parte di tale materiale, in alcune antologie a tema. Altre opere sono state pubblicate successivamente, sulla base degli appunti di Brentano, dal fratello e da alcuni studiosi. Tuttavia migliaia di pagine manoscritte di Brentano attendono ancora di essere trascritte e rese note e potrebbero riservare ancora delle sorprese. Gli originali sono conservati a Francoforte, agibili agli studiosi ma estremamente difficili da decifrare.

(2) Pertanto tali alterazioni dovute ad elementi spuri o erronei a diversi livelli, e le interferenze della sfera psichica su elementi di provenienza metafisica, rendono visioni e profezie talora di difficile interpretazione, altre volte poco attendibili; anche perché, ricordiamolo, l’esperienza mistica in senso stretto è il massimo grado della partecipazione essoterica al divino, ed è per questo che essa si presenta tendenzialmente come molto intrisa di elementi di natura passionale ed emozionale, con frequenti alterazioni delle sfere sensoriali, in un turbine di interferenze reciproche ed incontrollabili tra sfera psichico-emotiva e sfera intellettuale-sovraordinata. Guénon ne parla ne Il Regno della quantità e i segni dei tempi (capitolo 37 – “l’inganno delle profezie”), nonché in Considerazioni sull’iniziazione (cap. – “II magia e misticismo”), dove scrive: “in un certo senso, dall’atteggiamento passivo del mistico, atteggiamento che, come dicevamo prima, lascia la porta aperta a tutte le influenze che si possono presentare, mentre il «mago» è, per lo meno fino a un certo punto, difeso dall’atteggiamento attivo che si sforza di mantenere nei confronti delle stesse influenze, ciò che, del resto, non vuol certo dire che vi riesca sempre e che non finisca troppo spesso con l’essere da esse sommerso. Da questo, d’altra parte, deriva anche che il mistico sia quasi sempre, e troppo facilmente, preda della propria immaginazione, le cui produzioni, senza che egli se ne renda conto, vengono spesso a mischiarsi con i risultati reali delle sue «esperienze» in modo pressoché inestricabile. È questa la ragione per cui non bisogna esagerare l’importanza delle «rivelazioni» dei mistici, o, per lo meno, non si può mai accettarle senza controllo”.

(3) Cfr. René Guénon, Il Re del Mondo, cap. VIII (“Il centro supremo nascosto durante il Kali-Yuga”).

(4) Considerazioni sull’iniziazione, cap. II  (“magia e misticismo”).

(5) I Mirabilia Urbis Romae, facenti parte della letteratura periegetica, erano l’equivalente delle moderne guide di viaggio, che servivano ai pellegrini che si recavano a Roma e li guidavano per tutto il percorso. I primi Mirabilia, manoscritti, nascono nel XII secolo, e si manterranno fino al Barocco: «Al tempo di Ottaviano Imperatore, i senatori, vedendolo così magnifico che nessuno poteva guardarlo negli occhi, e latore di tanta prosperità e di tanta pace che aveva fatto suo tributario l’intero mondo, dissero: “Vogliamo adorarti perché in te vi è divinità. Se ciò non fosse non avresti avuto tanta prosperità in ogni cosa”. Quello parlò e chiese loro un termine e fece chiamare a sé la Sibilla Tiburtina e le riferì tutto quello che i senatori gli avevano detto. Questa chiese un termine di tre giorni, durante i quali digiunò strettamente. Il terzo giorno presentò la risposta all’Imperatore: “O sovrano Imperatore, tieni per certo che il segno del giudizio è questo: la terra si bagnerà di sudore; dal cielo verrà un re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo”. Subito si aprì il cielo e un grandissimo splendore ricadde sull’Imperatore, il quale vide in cielo una vergine bellissima ritta su un altare e con in braccio un bambino. Egli ne fu grandemente stupito e udì una voce che diceva: “Questo è l’altare del figlio di Dio”. Egli subito si prostrò e adorò. Riferì poi la visione ai senatori i quali pure ne rimasero grandemente ammirati. Questa visione avvenne nella camera dell’imperatore Ottaviano, dove ora vi è la chiesa di Santa Maria in Capitolio, detta per questo Santa Maria in Aracoeli» (Mirabilia Urbis Romae, XI). La leggenda ha peraltro diverse altre versioni; secondo una di queste, Augusto interpellò la Sibilla dopo aver avuto la visione, per chiederne il significato.

(6) Così Sant’Antonio: “Si racconta che Ottaviano Augusto, su indicazione della Sibilla, abbia veduto in cielo una vergine, gravida di un figlio e che da allora vietò che lo chiamassero Signore, perché era nato “il Re dei re e il Signore dei signori” (Ap 19,16).

(7) Così anche la versione sui Mirabilia Urbis Romae. Secondo altri, l’origine del toponimo Ara Coeli sarebbe nel termine latino Arx, prima volgarizzato in “Arce” e poi divenuto, per corruzione intorno al XIV secolo, “Arceli”: la grafia alla latina “Aracoeli”sarebbe venuta più tardi, forse ad opera di alcuni eruditi che ritenevano che questo traesse origine dalla suggestiva leggenda.

(8) Sulla collocazione della nuova statua di Giove nel Tempio nel 65 a.C, si veda quanto detto nella premessa.

(9) Si tratta evidentemente del Campidoglio, il Capitolium. A proposito del riferimento da parte della Emmerick ad una “porta d’oro”, al di là delle possibili deformazioni di cui si è parlato, osserviamo quanto riportato dai citati Mirabilia Urbis Romae: Capitolium è chiamato perché era il capo di tutto il mondo, perché vi abitavano i consoli e senatori per governare la città e il mondo. Il suo volto era difeso da mura alte e solide, rivestite interamente di vetro e oro e di opere mirabilmente intagliate. All’interno della rocca sorgeva un palazzo, quasi tutto ornato d’oro e di pietre preziose, che pare valesse la terza parte del mondo intero […]”.

(10) Si trattava evidentemente della Sibilla Tiburtina o Albunea, di cui si è parlato in premessa.