L’immigrazione è una sconfitta per l’Africa e gli africani, non una risorsa: parola dei progressisti

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Negli ultimi anni, si è fatta sempre più forte l’idea che l’immigrazione sia una sconfitta anzitutto per l’Africa e gli africani, piuttosto che una risorsa per l’occidente. Questa percezione, che un tempo era condivisa solo da alcune frange più conservatrici della società, tacciate spesso di “razzismo” per questo, sta ora conquistando anche il consenso di molte persone di idee progressiste.
Anche “Internazionale”, il patinato magazine no-border se ne accorge, denunciano il depauperamento del know how in terra d’Africa, sempre più povera di cervelli e capacità produttive ben più attratte dagli stipendi all’estero.
È indubbio che l’immigrazione abbia sempre rappresentato un’opportunità per molti individui, che hanno potuto così fuggire da situazioni di povertà, violenza o discriminazione nei rispettivi paesi d’origine. Tuttavia, è altrettanto vero che l’immigrazione è spesso stata presentata come una soluzione a problemi che sono stati creati o perpetuati dall’occidente stesso, come le guerre, le disuguaglianze economiche e le ingiustizie sociali. E che l’occidente alimenta proponendo modelli di società fintamente inclusivi, in grado solo di creare una moltitudine di non-luoghi, abitati da persone che non condividono identità, cultura, religione. A conti fatti l’El Dorado del mondo contemporaneo è un grande meltin’pot dove l’unico comun denominatore è il profitto.
Infatti, il costo “occulto” (e più grave) dell’immigrazione è proprio l’abbandono delle proprie radici culturali e la rinuncia a importanti legami familiari e sociali. In molti casi, gli immigrati si trovano a dover affrontare barriere linguistiche, culturali e sociali, e sono esposti a maggiori rischi di sfruttamento e di violenza. Il sogno di una maggior ricchezza si scontra – spessissimo, come abbiamo visto nel caso Soumaoro – con le dure logiche del profitto a tutti i costi: unica vera legge del tanto sbrilluccicante mondo occidentale.
Per questi motivi, è importante che anche le persone di idee progressiste inizino a comprendere che l’immigrazione non è una soluzione ai problemi dell’Africa e degli africani (e non solo, perché analogo ragionamento potrebbe essere fatto a tutte le latitudini), ma spesso ne rappresenta piuttosto una conseguenza. Invece di promuovere l’emigrazione come unica via di sopravvivenza per i paesi africani, occorrerebbe lavorare per costruire soluzioni che aiutino questi Paesi a svilupparsi e prosperare. Ma a chi converrebbe rinunciare a forza lavoro a minor prezzo e con meno rivendicazioni?
Solo in questo modo potremo costruire un mondo più equo e giusto per tutti, in cui nessuno sia costretto a lasciare la propria terra per cercare un futuro migliore altrove. I progressisti, che tanto si riempiono la bocca di parole come “accoglienza”, “pace”, “solidarietà” dovrebbero comprenderlo per primi.

(tratto da internazionale.it) – L’Africa resta senza lavoratori qualificati

Francesca Sibani, giornalista di Internazionale
29 dicembre 2022

Lo scorso novembre un alto funzionario della sanità zimbabweana ha rivelato che dal 2021 più di quattromila lavoratori – tra medici, infermieri e altri operatori sanitari – hanno lasciato il paese per andare a lavorare all’estero. Questa cifra comprende 1.700 infermieri abilitati che si sono licenziati l’anno scorso e i più di novecento che l’hanno fatto quest’anno. Il settore è in crisi e lo testimonia il fatto che nel giugno 2022 il settore è stato sconvolto da un grande sciopero per chiedere che gli stipendi fossero corrisposti in dollari statunitensi invece che in dollari zimbabweani, dal momento che la valuta locale continua a perdere valore per via dell’inflazione. Al momento, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il governo di Harare fatica a sostenere il suo servizio sanitario, tanto più che la popolazione continua ad aumentare. Lo Zimbabwe è uno di quei paesi a basso reddito dove il numero degli operatori sanitari è inferiore a 23 su diecimila abitanti, una soglia considerata critica dall’Oms, sotto la quale non è possibile fornire i servizi essenziali. Molti dei professionisti zimbabweani che sono partiti per l’estero hanno trovato lavoro nel Regno Unito, un altro paese che – pur non avendo problemi di sviluppo – soffre per la carenza di personale qualificato.

L’esodo degli infermieri riguarda da vicino anche il Kenya, come racconta la giornalista Betty Guchu in un articolo su The Elephant. Gli stipendi offerti da cliniche e case di cura negli Stati Uniti, Canada, Australia, Irlanda e Regno Unito sono decisamente più appetibili di quelli che potrebbero ricevere nel loro paese. Di conseguenza, partire diventa la scelta più sensata, anche se significa lasciare sguarnita la sanità locale. Dei novantamila keniani che lavorano negli Stati Uniti, più di un quarto sono infermieri.

In cerca di El Dorado

Sul Financial Times il giornalista nigeriano Aanu Adeoye scrive che il Regno Unito è, insieme al Canada, un “El Dorado per i giovani della Nigeria”, un altro paese che assiste a un’importante fuga di cervelli. Questo fenomeno riguarda in particolare i giovani istruiti della classe media, per i quali emigrare in cerca di lavoro (generalmente verso paesi anglofoni) è una delle preoccupazioni principali. Nel 2019 uno studio del Pew centre statunitense aveva rilevato che il 45 per cento degli adulti nigeriani progettava di emigrare nell’arco di cinque anni. Era la percentuale più alta del mondo. Le ragioni di questa scelta possono essere molteplici, ma vedono in testa l’insicurezza e la criminalità diffuse in Nigeria, e la stagnazione economica, con gli alti livelli d’inflazione e disoccupazione. Secondo i dati dell’Home office britannico, nel 2021 sono stati rilasciati a cittadini nigeriani quasi 16mila visti per “lavoratori qualificati”, tra dottori, infermieri, ingegneri informatici e consulenti aziendali. Anche la Germania è una destinazione gettonata. “Se butti una pietra a Berlino, rischi di colpire uno sviluppatore di software nigeriano”, scrive Adeoye, riprendendo una battuta che circola tra gli informatici berlinesi.

Il sondaggio Africa youth survey pubblicato quest’estate dalla Ichikowitz family foundation sudafricana conferma la tendenza. La ricerca ha coinvolto 4.500 giovani tra i 18 e i 24 anni, di quindici diversi paesi africani. A dirsi più ottimisti sul futuro del loro paese sono stati ruandesi, ghaneani e ugandesi; i più pessimisti sono stati i nigeriani (secondo il 95 per cento degli intervistati, il loro paese va nella direzione sbagliata), seguiti da zambiani e keniani. Le ragioni per emigrare sono legate soprattutto alle opportunità economiche e di istruzione. Lo stesso sondaggio condotto prima della pandemia aveva dato risultati ben diversi: la maggior parte degli intervistati voleva rimanere nel suo paese e costruirsi lì una vita. Le cose sono cambiate con il covid-19 e le tante ricadute socioeconomiche che ha avuto. Oggi molti vorrebbero spostarsi in Europa, negli Stati Uniti o in Sudafrica, un paese considerato “il santo Graal” per i ragazzi del continente. Ma non dai suoi abitanti, che a loro volta vorrebbero lasciarlo per cercare lavoro altrove.

Frenare la partenza dei giovani dal continente è fondamentale per tutti, anche perché si stima che nel 2030 il 42 per cento dei giovani del mondo sarà nato in Africa. È cruciale per lo sviluppo del continente che queste ragazze e questi ragazzi rimangano a casa loro. Il Senegal ci sta provando, scrive Le Monde, riprendendo le parole del presidente Macky Sall: “Ci servono ingegneri, tecnici e operai qualificati” perché “il nostro è un paese in costruzione e abbiamo bisogno dei nostri migliori cervelli”. Il governo di Dakar ha istituito delle classe preparatorie alle grandi scuole (istituti di istruzione superiore sul modello di quelli francesi) specializzate in materie scientifiche, per evitare a studenti anche molto giovani l’esperienza disorientante di finire il liceo all’estero (allo stesso tempo ha tagliato le borse di studio per studiare in altri paesi). Le Monde ricorda il caso di Diary Sow, la studente senegalese che frequentava un liceo parigino d’élite grazie a una borsa di studio del governo per studenti molto dotati, che all’inizio del 2022 aveva fatto perdere le sue tracce per sfuggire alle eccessive pressioni da lei subite.

Ma c’è anche chi comincia a tornare indietro. Il giornalista Aanu Adeoye racconta di essere rientrato in Nigeria, a Lagos, rinunciando alla semplicità della vita in una metropoli europea per ritrovarsi in mezzo a un traffico infernale e completamente senza amici, perché si trovano tutti all’estero. Riconosce, però, che la Nigeria e Lagos, in particolare, possono avere il loro fascino e possono offrire delle opportunità. Soprattutto per chi, come lui, fa il giornalista ed è sempre in cerca di nuove storie da raccontare.