Da “vogliamo i colonnelli” a “vogliamo gli algoritmi”: il 60% degli italiani vorrebbe l’A.I. al posto dei politici

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I politici? Roba vecchia, da pensionare. Il futuro è l’intelligenza artificiale che, dopo essere entrata in qualunque sfera della vita individuale a suon di Google Home e Alexa, si appresta a sfondare la barriera (anche simbolica) dello spazio pubblico per antonomasia: defenestrando i politici e sostituendo con performanti e predittivi algoritmi la tanto vituperata “casta” o, perlomeno, ciò che ne rimane dopo decenni di autolesionismo e crisi totale.
Lungi da noi voler difendere una cricca tanto ignobile quanto indifendibile: anni e anni di malapolitica hanno contribuito a togliere qualsivoglia briciolo di dignità a questa categoria.
Inquieta, però, scoprire oggi che oltre la maggioranza degli italiani sarebbe disposta a sostituire quelli che dovrebbero rappresentarli, con l’intelligenza artificiale. Uomini, con i loro limiti e difetti (umanissimi), con codici e modelli (apparentemente) perfetti.
Lo rivela una ricerca dell’università spagnola IE University, con percentuali di cittadini favorevoli simili più o meno in tutto il mondo: a riprova di quanto dalla fase (acuta) dell’anti-politica si sia ormai in un’epoca di totale messa in discussione del paradigma e dei criteri della sovranità e della rappresentanza, minando così l’idea stessa della politica e – se ancora questa parola avesse senso per qualcuno – del “senso” e dell’ “idea” di Stato.

(tratto da ilfattoquotidiano.it) – Il sogno degli italiani è un algoritmo al posto dei parlamentari (prospettiva tutt’altro che remota)

di Margherita Zappatore

La disaffezione dei cittadini alla politica è sempre maggiore, a tal punto che oltre la metà degli italiani preferirebbe l’intelligenza artificiale ai parlamentari. Secondo uno studio condotto dall’IE University, infatti, il 59% degli italiani sarebbe favorevole a sostituire deputati e senatori con le nuove tecnologie. Una prospettiva, questa, tutt’altro che remota. Basta guardare oltreoceano. Negli Usa, infatti, è stato recentemente inaugurato il progetto Ai Politician, che raccoglie le preferenze dei cittadini su ogni singolo tema e ne trae sintesi ricercando il compromesso ideale per una soluzione unitaria.

Per dirla in parole semplici: si governa con il televoto, come in un reality show. In un simile quadro, Parlamento e governo finirebbero con l’assumere le vesti di meri notai politici, con il compito di certificare la volontà degli elettori ed eseguirla seduta stante. Utopia o distopia? Dipende dai punti di vista.

Certo è che la volontà di sostituire i parlamentari con un algoritmo rappresenta, senza ombra di dubbio, il fallimento della politica italiana degli ultimi vent’anni. Essa non è che l’effetto della narrazione distorta che, volenti o nolenti, i partiti hanno alimentato. Nonché della confusione che hanno ingenerato nei cittadini nel tentativo di semplificare processi politici e decisioni politiche. Una semplificazione, tuttavia, non ordinata alla sensibilizzazione dei cittadini, per dare loro strumenti di analisi e di critica della realtà, ma per colpire le masse con la chimera dello stupore.

Una semplificazione che diventa, quindi, banalizzazione della vita democratica del Paese. Ed è proprio a causa di questa banalizzazione che si arriva al punto. Se anche la casalinga di Voghera può diventare ministro del Tesoro e se la politica deve moralizzare la vita pubblica senza cedere a compromessi, va da sé che non servono politici, né sono indispensabili opposizione e maggioranza e che, per governare, è sufficiente indire un sondaggio.

Un simile approdo, tuttavia, non è percorribile. La buona politica ha necessità di rappresentanti che sappiano non solo realizzare i programmi votati dalla maggioranza dei cittadini ma anche, nel farlo, che tengano conto degli effetti intragenerazionali e intergenerazionali delle loro decisioni, che sappiano trovare la soluzione più equa e giusta tra esigenze e interessi contrapposti.

Non possiamo, poi, dimenticare che il parlamentare non è un semplice ratificatore, ma gode di una prerogativa: il libero mandato parlamentare. È l’assenza di vincolo di mandato, sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 67, a rendere centrale la funzione esercitata dal parlamentare rispetto agli altri poteri rendendo i parlamentari giuridicamente liberi di discostarsi dalle indicazioni politiche provenienti dal rispettivo partito.