Recensione | “Niente di nuovo sul fronte Occidentale”

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 Dal 28 ottobre scorso, è disponibile su Netflix la trasposizione cinematografica del famoso romanzo di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Niente di nuovo … sullo schermo, verrebbe da dire, visto che già nel 1930, e poi nel 1979, il romanzo era finito prima al cinema ed in un film per la televisione. 
L’ultimo uscito, riporta in vita l’inferno della Prima Guerra Mondiale senza le solite pacchianate con cui Netflix ci ha “abituato”, infatti, fortunatamente, nel film non sono presenti soldati non binari o soldati di colore nell’esercito del Kaiser. E non è poco, di questi tempi. Dal nostro punto di vista, però, il problema è alla radice. Il film, infatti, come già il romanzo all’epoca, non rappresenta che il punto di vista di un soldato che parte senza aver prima vinto la propria Grande Guerra interiore, o quantomeno senza averci fatto i conti. Remarque, partito per la guerra pieno di gioia, tornò dal fronte svuotato, non invece risvegliato dal torpore della vita borghese di inizio secolo. Perciò, senza addentrarci nell’opera in sé e per sé, è giusto ribadire quali sono i nostri modelli. 
Al giorno d’oggi si è abituati a credere che la guerra non possa lasciare niente di buono dentro gli uomini, e se si pensa il contrario si viene visti come dei fanatici. Beninteso, noi non stiamo qui a “glorificare la guerra, sola igiene del Mondo” (tantomeno la Grande Guerra, che è stata a tutti gli effetti la prima guerra moderna su scala globale, conflitto di macchine contro uomini). Ma quella di Remarque non è l’unica possibilità di fronte al mostro della guerra di massa ; egli non ha avuto la fortuna di avere dentro di sé quella “primavera” che mosse il giovanissimo Otto Braun, morto a poco più di vent’anni in Francia o di uno Jünger e della sua generazione, che dalla guerra hanno preso il meglio, vivendola in modo attivo e assumendo il combattimento come strumento per superare se stessi, riportando poi in tempo di pace lo spirito delle tempeste d’acciaio , chi nella letteratura, chi nel lavoro, chi in politica…
Per questo, l’unico consiglio che diamo ai nostri lettori, è  di vedere, sì, il film, anche solo per vedere com’era la vita nelle trincee, visto che, tutto sommato, a parte alcuni errori, è storicamente accurato, ma di non prenderlo in alcun modo come punto di riferimento, perché rappresenta solo un punto di vista della gioventù europea di quegli anni.
Un consiglio a Netflix, in chiusura, ci arroghiamo il diritto di darlo: meno film su Remarque, più su Jünger!