Le fiabe tradizionali | Cuib femminile (La leggenda di Mahsen, la principessa dei piccioni della Cappadocia)

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Questo mese abbiamo deciso di dedicare la nostra fiaba tradizionale ai tanti bambini di Turchia e Siria, sconvolti nelle loro vite dal devastante terremoto. 
La fiaba è una antica leggenda turca originaria della Cappadocia. Nella Valle dei Piccioni di Uçhisar è ambientata questa antica leggenda che vede come protagonista Mahsen, una giovane ragazza che venne imprigionata dal malvagio padre per impedirle di vivere il suo amore. In suo aiuto, intervennero gli amici piccioni, protagonisti di questa valle dalla bellezza senza tempo. Tra inganni e incantesimi, la tragedia di Mahsen tinge di romanticismo le piccionaie della Cappadocia, una terra ricca di storie e leggende.
Parola chiave: fraternità.

C’era una volta un uomo ricco che viveva nel castello di Uçhisar con la sua unica figlia, Mahsen. La ragazza, di rara bellezza e di indole virtuosa, conduceva una vita tranquilla, ma priva di emozioni perché sempre sotto il controllo del geloso padre. Un giorno arrivò al villaggio un venditore di stoffe proveniente dalla vicina Ürgüp. Il giovane mercante iniziò a chiamare le donne per mostrare loro la sua preziosa mercanzia. Mahsen, che era intenta a cucire ricami per ingannare il tempo, fu attratta dalla voce del ragazzo. Abbandonò il suo lavoro e corse tra gli stretti cunicoli del castello per riuscire a fermare il mercante prima che si rimettesse in viaggio verso un altro villaggio. Mahsen lo raggiunse e lo chiamò, gridando. Quando il venditore si voltò, i due si dimenticarono della folla e della merce. Con un unico sguardo, si innamorarono perdutamente. Senza ricorrere alle parole, si scambiarono una promessa d’amore, giurando che si sarebbero rivisti ad ogni costo. Passato qualche giorno, Mahsen cadde nella più totale desolazione. Sapeva che il padre non avrebbe acconsentito al fidanzamento, ma gli occhi neri del mercante di Ürgüp non le davano pace. Col passare del tempo, il padre si accorse dello stato inquieto della figlia ed iniziò ad interrogarla per scoprine il motivo. Quando comprese dai silenzi e dalle lacrime che la ragazza si era innamorata, decise di rinchiuderla sottochiave nella stanza più alta del castello per impedirle di proseguire questa follia d’amore. Per lunghi giorni Mahsen sperò di impietosire il padre con i suoi terribili lamenti, ma la porta della prigione di roccia non si aprì. La giovane trovò conforto parlando con i piccioni che venivano a sedersi sul davanzale dell’unica finestra della cella. A poco a poco, iniziò a parlare la loro lingua. I suoi nuovi amici tentarono di consolarla e, vedendo che il suo amore era puro, fecero un incantesimo, trasformando Mahsen in un bellissimo piccione libero di volare dal suo amato. L’unica condizione per il compimento della magia, era che il mercante la riconoscesse anche nelle sembianze di piccione. La ragazza volò alla ricerca del suo innamorato e, quando si posò sulla sua spalla, egli la riconobbe senza indugi. Gli amici piccioni, grazie alla fedeltà dimostrata dal ragazzo, permisero a Mahsen di riprendere la forma umana ogniqualvolta i due si fossero incontrati. Ogni mattina Mahsen spiccava il volo per incontrare il mercante ed ogni sera, prima che il padre le portasse la cena, ritornava nella sua cella di pietra. 
Accadde però che un giorno il padre andò da lei durante il mattino e trovò la cella vuota. Adirato ed incredulo allo stesso tempo, l’anziano uomo corse a cercarla per tutto il villaggio. La cercò in lungo e in largo, ma di lei non c’era traccia. Quando rientrò al castello all’ora del tramonto, esausto e preoccupato, ritornò nella cella. Trovò Mahsen tranquillamente seduta a ricamare. Provò ad interrogarla sulla sua assenza, ma la ragazza mentì abilmente. Tuttavia, il padre, sicuro di ciò che aveva visto, finse di assecondare gli imbrogli della figlia. Deciso a trovare la verità, mise un guardiano alla porta della stanza di Mahsen e rimase per qualche giorno con lo sguardo fisso sulla finestra della cella. Dopo qualche tempo, si accorse che un piccione, molto più bello degli altri, aveva un comportamento insolito e abitudinario. Congedò il guardiano e si mise lui stesso ad origliare alla porta della cella. Ogni alba udiva un battito d’ali che si risentiva solo al tramonto, quando il rumore dei passi della figlia si sostituivano al silenzio.
 
Un pomeriggio il padre entrò nella cella e vi rimase fino al mattino seguente. Quando l’uomo lasciò la stanza, il corpo del bellissimo piccione era a terra, ferito a morte. La notizia della morte di Mahsen si diffuse tra tutti i piccioni della Cappadocia.  Addolorati per la perdita dell’amica, si riunirono per porle i propri omaggi e giurarono di vendicarne la morte. Tutti insieme si misero al lavoro, raccogliendo cereali avvelenati che misero tra il grano che il padre di Mahsen utilizzava per fare il pane. Quando l’uomo mangiò il primo boccone, capì che la sua ora era giunta. Mentre era agonizzante, l’uomo ripensò all’omicidio della figlia e chiese perdono per il suo crudele delitto. I piccioni, che avevano assistito alla scena, lo perdonarono. Da quel giorno si dice che tutti i piccioni della Cappadocia rimasero nella valle di Uçhisar per tenere viva, con il loro triste canto, la memoria della bella Mahsen e del padre redento.