Pro vita e famiglia | Ambientalismo radicale e transumanesimo. A colloquio con Marcello Foa: «Pericoli per l’umanità»

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(Pro vita e famiglia)

La rivoluzione del transumanesimo si intreccia con quella dell’ecologismo radicale. In entrambi i casi, quelle che vengono presentate come innovazioni destinate a migliorare la qualità della vita, nascondono insidie inquietanti, rischiando di distruggere la libertà e di fomentare le disuguaglianze. Pro Vita & Famiglia ne ha parlato con Marcello Foa, giornalista, scrittore ed esperto di controinformazione, nonché per tre anni presidente della Rai (2018-2021). Foa è stato inoltre tra gli ospiti relatori – sabato 25 febbraio – del convegno dal titolo “Se questo è l’uomo”, che si è tenuto a Roma promosso da Cinabro Edizioni con la collaborazione di Pro Vita & Famiglia Onlus e della rivista Fuoco.

Marcello Foa, in questi anni si parla molto di transumanesimo: dove finisce la realtà e dove iniziano le leggende metropolitane tra il fantascientifico e l’apocalittico? In fondo non stiamo già vivendo un’epoca transumanista?

«La risposta è affermativa. Tutti gli esperimenti in corso testimoniano, ad esempio, quanto era stato preannunciato qualche anno fa al World Economic Forum. Ricordo di un’intervista alla tv svizzera, in cui Klaus Schwab diceva che sarebbe arrivata un’epoca in cui le persone potranno impiantarsi il microchip nel cervello o sotto la pelle, con diverse funzioni e un’interazione tra cervello e corpo umano. All’interazione non ci siamo ancora, però sappiamo bene che qualcuno il microchip se lo è già fatto impiantare sotto la pelle della mano, per poter fare acquisti cashless. Sappiamo bene che scenari come quelli dell’ibridazione uomo-macchina sono già in corso di realizzazione, quindi è un bene che l’opinione pubblica cominci a parlarne e a riflettere, anche fuori dalla ristretta cerchia di intellettuali che, già da tempo, hanno denunciato quello che, a mio giudizio, è un pericolo per l’umanità».

L’opinione pubblica è pronta per affrontare questi argomenti? Secondo lei, la gente comune come sta accogliendo i cambiamenti in corso?

«Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe analizzare l’effetto della propaganda. È un tema decisivo su cui mi sono concentrato per tanti anni. Vedo una società sempre più frammentata e divisa tra persone “ipertecnologiche” e altre più “tradizionaliste”. Tra gli “ipertecnologici”, temi come, ad esempio, l’utilizzo della moneta virtuale e digitale, sono più sentiti e passano più facilmente. Il che significa che quando tu ti abitui alla tecnologia come parte integrante della tua esistenza, passare a un gradino successivo è qualcosa di più naturale. Ciò è anche l’effetto del clima di esaltazione tecnologica che viviamo ormai da alcuni anni. Altre fasce della popolazione sono ovviamente più restie. Il punto essenziale è che, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi argomenti, bisogna tener presente che una parte delle persone sono già predisposte: i giovani sono cresciuti immersi in una propaganda che li porta ad accettare l’ibridazione tra macchina e uomo come qualcosa di normale. Il che, ovviamente, rende il quadro più complicato. Resto comunque convinto che, argomentare nel modo giusto e indurre la gente ad interrogarsi, rimanga l’unica soluzione che abbiamo per cercare di difenderci e di mantenere la nostra convivenza umana entro limiti accettabili, senza le derive e i rischi di una manipolazione che va oltre l’immaginabile».

L’altra faccia di questa rivoluzione antropologica è la transizione ecologica: anch’essa impone cambiamenti nello stile di vita molto radicali…

«Io sono piuttosto guardingo riguardo al fanatismo ecologista. Beninteso, secondo me è salutare che ci siano una maggior coscienza ecologica e un maggior rispetto per la natura. È ovvio che la società dei consumi spinge in una certa direzione e il fatto che certe persone siano più attente nel rispettare l’ambiente, è molto positivo. L’aspetto preoccupante è che si sta costruendo una sorta di nuova religione: il tema dell’ecologia viene trattato come se fosse un dogma o una fede che non ammette dissenso e, specialmente da una parte dei giovani di questi movimenti ecologisti, viene vissuto come una battaglia esistenziale. Quando si sente parlare questi ragazzi, a volte si rimane sconcertati, perché sono veramente oltranzisti. Eppure, l’impatto reale del riscaldamento globale e del CO2 sull’andamento della temperatura sulla terra, secondo alcuni scienziati è provato, secondo molti altri no. Il rischio è che una battaglia in sé corretta possa nascondere altri fini, visto che ci ritroveremo sempre più limitati nella nostra libertà in nome di una causa apparentemente giusta. Basti vedere la questione dell’impatto ambientale delle automobili o delle case: alla fine rischieremo di perdere non solo buona parte della nostra libertà di movimento, ma la giustizia sociale stessa. Pretendere, come sta facendo l’Unione Europea, che tutti pongano le proprie case in una classe energetica alta, significa dividere la popolazione in due: i ricchi, che se lo possono permettere e la maggior parte delle persone, che, magari dopo aver fatto un mutuo quarantennale, si ritroveranno, non potendoselo permettere, a dover sborsare 50-100mila euro per mettere a norma la propria casa. Con il risultato che le persone più semplici e più povere si ritroveranno svalutato il loro bene: un’ingiustizia sociale inaccettabile. Dietro a questo fenomeno dell’ecologismo ci possono essere delle strumentalizzazioni e dei fini reconditi che andrebbero attentamente valutati. In questo caso io predico sempre la prudenza, la ragionevolezza e una sana diffidenza nei confronti di mode che, spesso, nel lungo periodo, non trovano riscontro scientifico adeguato».

Il Metaverso: un fuoco di paglia e un’arma di distrazione di massa o, al contrario, qualcosa di destinato a coinvolgere in modo sensibile le nostre vite nei prossimi anni?

«È un progetto reale che si inquadra bene anche nel transumanesimo. Se si imporrà come abitudine, saremo indotti a vivere due vite parallele: quella del mondo reale, una vita non proprio soddisfacente – dal momento in cui la robotizzazione porterà via tanti posti di lavoro – e poi, d’altro canto, una vita virtuale in cui chiunque potrà essere cantante, architetto, ingegnere o calciatore, con il risultato che saremo indotti a confondere il reale col virtuale e a vivere una vita irreale. Uno scenario estremo ma non irrealistico. La speranza è che questo Metaverso sia partito troppo in anticipo e in modo troppo strombazzato. Facebook, infatti, sta soffrendo proprio perché le stime sul Metaverso non sono risultate adeguate. Pertanto, il Metaverso resta un progetto mal gestito e privo di quell’influenza e quella fascinazione con cui era stato annunciato. Di certo rimane un progetto importante su cui le élite globaliste della Silicon Valley hanno puntato, visto che è stato comunque oggetto di grandissima attenzione».