Non ci sono grandi uomini

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Tratto dal sito di Heliodromos
La frase completa recita: «il n’y a pas de grand homme pour son valet de chambre»; cioè: «non ci sono grandi uomini per il loro cameriere (o maggiordomo)», perché costui, vivendogli accanto minuto per minuto, non può fare a meno di notarne difetti debolezze e piccole miserie. Il concetto originale sarebbe stato per la prima volta espresso già da Michel de Montaigne nei suoi Saggi, dove l’aforista francese faceva però riferimento agli “eroi” piuttosto che ai grandi uomini in generale; per essere poi ripetuto — a mo’ di proverbio — da tanti altri, fino a Goethe, che però vi aggiunse la specifica che un tale giudizio sommario deriverebbe dal fatto che i grandi uomini possono essere riconosciuti solo dai loro pari, essendo portato il domestico a guardare il mondo dal suo ristretto e limitato punto di vista.
Nello stesso “filone” rientra a pieno titolo quel tale Perazzetti, che «tutt’a un tratto, senz’alcuna ragione apparente […] scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un’anatra», torcendosi con le lacrime agli occhi, e rispondendo agli amici che gliene chiedevano conto e ragione: «Niente. Non ve lo posso dire»; protagonista della novella di Luigi Pirandello Non è una cosa seria. Dotato di una fervida fantasia che gli destava le più stravaganti immagini e comicissimi aspetti inesprimibili, egli ricavava dalla vista della gente, «certe strane, riposte analogie, […] certi contrasti così grotteschi e buffi, che la risata gli scattava irrefrenabile». Perazzetti — a cui Pirandello affida il suo pensiero — non risultava un uomo volgare ed aveva anche un’altissima stima dell’umanità, ma «non riusciva a dimenticare che l’uomo, il quale è stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che certamente non gli fanno onore». Per cui, quando vedeva «certe donne che si davano arie di sentimento, certi uomini tronfi, gravidi di boria», non poteva fare a meno di figurarseli alle prese con quelle intime necessità naturali: «li vedeva in quell’atto e scoppiava a ridere senza remissione».
Si può dire che oggi, senza tema di smentita, tutti coloro che ricoprono un ruolo di vertice e di comando (siano essi politici o capi di stato, gerarchie religiose o autorità morali, artisti e intellettuali, docenti universitari e maître à penser, fino all’ultima malsana genia degli influencer), sembrano fare a gara nel pregiudicare la loro autorevolezza e la loro dignità, esponendosi vanitosamente e in modo maldestro all’impietoso giudizio della plebe, “mostrandosi in quell’atto” e rappresentando alla fine solo la versione “vestita a festa” della bestia pirandelliana. I protagonisti di questo andare spedito del mondo, che in realtà non è altro che un rotolare sempre più velocemente verso l’abisso, sono di fatto la migliore incarnazione di quella che è stata definita “la regressione delle caste”, alla base del mondo moderno.
Il crollo scientemente programmato dell’Ancien Régime, dove i popoli consideravano ancora i loro sovrani espressione della volontà di Dio, assoggettandosi docilmente ai loro monarchi, è stato portato a termine da “ambienti” ben determinati — avversi per natura e per costituzione psichica ad ogni tipo di ordine sacro — suscitando il falso mito dei diritti, e spogliando i Re di ogni rivestimento sacrale, riducendoli così al rango di semplici mortali. Agli occhi della plebe l’unzione sacra scomparve dal capo dei monarchi, e quando ad essa venne tolta anche la religione, si finse che il potere fosse proprietà di tutti e accessibile a chiunque; spacciando in questo modo per reale la fandonia democratica.
Nel mondo della tradizione, prevalendo il sacro, già i numi detestavano le cose esposte al pubblico e profanate, privilegiando il segreto e aborrendo ciò che è pubblico; perché il sacro vuole essere nascosto e non impunemente spiattellato e ridotto ad argomento di conversazione, si fortifica col silenzio, si distrugge occulta e svanisce dichiarandolo, perde di efficacia e presa sulla realtà ordinaria, perché si perde la potenza esponendola ai ciarlieri e agli increduli. E questo è stato sempre valido, in primo luogo, per le massime autorità e i vertici delle società rettamente orientate. È dunque inevitabile che nelle nostre società decadute si sia affermata la tendenza inversa, spogliando istituzioni (un tempo) nobili di ogni alone di mistero, funzionale e non artificialmente studiato, come la Chiesa o certe monarchie, a cominciare da quella inglese, coi suoi turpi scandali, sine nobilitate.
Esiste, tuttavia, una forma di riservatezza tenebrosa e dal significato invertito rispetto a quello legittimo e tradizionale, attenta a salvaguardare la sicurezza fisica dei veri detentori del potere odierno, valendo il principio che chi più si mostra e appare, tanto meno conta e meno potere ha, mentre chi meno si mostra comanda realmente. Infatti, l’attuale mania per l’esibirsi e il documentare ogni gesto e pensiero, anche grazie agli strumenti tecnologici alla portata di tutti, produce inimmaginabili effetti deleteri, i cui risultati reali si manifesteranno a distanza di tempo, quando non sarà più possibile porre rimedio a questa distruttiva deriva. Ma l’effetto immediato della riduzione a bestia da esposizione, e non certo per i suoi pregi o le sue virtù, toglie immediatamente prestigio e autorevolezza a chiunque vi si sottoponga.
Dopo l’arresto in Sicilia del mafioso Matteo Messina Denaro, siccome «del maiale non si butta via nulla», si sono volute strumentalizzare in chiave anti Putin alcune sue frasi intercettate in cui il boss dava ragione e mostrava una preferenza per il Presidente russo contro il comico ucraino Zelensky, a commento del conflitto in corso. La conclusione che se ne è tratta, in accordo con la vulgata dominante, è stata: «Ecco, vedete, se Putin è lodato da un criminale, non può che essere a sua volta un criminale e un assassino spietato!»; quando in realtà Messina Denaro ha solo mostrato la sua capacità (per quanto criminale) di conoscere gli uomini; senza la cui attitudine, del resto, non sarebbe durata la lunga latitanza che lo ha visto protagonista.
Ma già don Mariano, il padrino (novello Teofrasto!) protagonista del romanzo di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta, aveva dato una sua personale e realistica classificazione dei diversi tipi umani, sintetizzandoli in cinque categorie: «gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà». L’impressione che si ricava, guardandosi intorno o assistendo a certi spettacoli politici e televisivi, è che di questi tempi prevalga e prenda piede sempre più la penultima di queste categorie, a cui obbedisce ciecamente la rimanente porzione della società, rientrante nell’ultima definizione.