DIAPASON | Lettera ad un ragazzo della generazione Z

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Dopo aver vinto una forte resistenza abbiamo deciso a fare un tuffo nel passato.
Un salto, indietro nel tempo, che porta a rivedere con gli occhi di oggi i compagni di un tempo, esseri umani che non esistono più, trasformati dal tempo che inevitabilmente scorre.
Vite, forse travolte e sopraffatte, forse approdate ai loro sogni o forse ancora alla ricerca dei propri sogni e oggi, come allora, gagliardamente fiduciosi di contribuire al risveglio della propria e dell’altrui coscienza.
Giovani, allora, maldestramente e ingenuamente, ma impegnati nell’improbabile impresa di ristabilire un “ordine” nelle umane cose.
Dibattuti interiormente tra l’impegno politico e il dilagante “riflusso”, termine che stigmatizzò un periodo della nostra vita e della vita sociale europea, in cui, i neofiti del Nuovo Ordine Mondiale,  agevolarono, artificiosamente, l’abbandono delle giovani generazioni di tutto ciò che potesse rappresentare impegno politico e sociale.
Condizione necessaria per ristabilire il controllo di situazioni sfuggite di mano a coloro che incautamente avevano pensato di poter strumentalizzare impunemente le frange estreme dell’esasperazione politica, per consolidare il potere e l’arroganza della “dittatura democratica”, oggi osannata e riverita. 
È questa la cornice entro cui prende vita l’esperienza “Diapason”. Quando la parola d’ordine diventava “disimpegno”, uno sparuto gruppo di giovani si aggregava al progetto del Centro Studi di Formazione Tradizionale  Heliodromos” nella sede di Catania.
Spunto dell’iniziativa, un gruppo di giovani catanesi usciti dal FdG che avevano costituito il gruppo Hobbit attivo a Catania, la canzone omonima era il loro inno l’inno, a quell’esperienza deve probabilmente associarsi la canzone “Come cometa”.
La registrazione della musicassetta invece, avvenne dentro il Centro Studi di Formazione Tradizionale Heliodromos di Catania nella primavera del 1984.
La premessa non serve a sostanziare o a far apparire tale esperienza come un qualcosa di più importante di quel che fu nella realtà ma è necessaria a descrivere il clima in cui questa esperienza prende vita perché, al di là dell’aspetto goliardico, i compagni di ventura hanno respirato quell’aria, hanno vissuto sulla loro pelle i contrasti fisici, hanno sacrificato generosamente parte della loro esistenza per qualcosa di più grande di loro stessi, si sono prodigati nel cercare le proprie radici, di vivere un presente migliore e di immaginare e progettare un futuro diverso. 
È il 1983, il gruppo cresce studiando il modello della “Guardia di Ferro” rumena e approfondendo la bibliografia esistente sull’argomento, sperimenta rielaborazioni che, anche se modeste nella loro applicazione, rappresentarono la concretizzazione di frammenti di un grande Sogno.
Tutto questo per dire che sarebbe riduttivo e del tutto inappropriato parlare di un “gruppo musicale” perché, prima di ogni altra cosa, i componenti si sentivano militanti politici, i quali, oltre la testimonianza nel quotidiano, la stampa e la diffusione di giornali, opuscoli e volantini elaborarono testi e li musicarono.
Realizzando alcuni canti in cui niente di “trascendentale” è presente nei testi né nelle musiche ma che, nonostante tutto questo, hanno vinto il tempo, sopravvivendo anche a coloro che li hanno prodotti.  
Evidentemente lo spirito che animò quell’esperienza aleggia ancora e scalda il cuore di qualcuno; la semplicità del linguaggio, l’elementarità dei contenuti nasconde qualcosa di prodigioso.
Le canzoni furono scritte tutte comunitariamente, salvo “Vedo migliaia di occhi vuoti” che fu redatta singolarmente. Il brano è dedicato a tre ragazzi di Catania scomparsi tragicamente in un incidente.
La prima esibizione avvenne in una discoteca di Giardini Naxos per la cerimonia del 21 aprile dove suonarono tutti alle chitarre, sicuramente Cesare e Antonio e, se la memoria non inganna, forse Marina.
Una occasione nella quale ci fu una terribile abbondanza di cannoli che finirono lanciati ovunque. Concerti ulteriori li tenne solo Cesare a Milano e a Roma, per il “Movimento”.
Tutto finì così come iniziò. Tanti buoni motivi quanti erano i componenti dell’allegra banda intervennero a porre la parola fine ad una esperienza breve ma intensa. 
Non biasimiamo le scelte di nessuno. Gli uomini nel corso della loro esperienza terrena percorrono le strade del mondo, in questo andare si incontrano e a volte liberamente decidono di perseguire insieme alcune mete e poi altre ancora, altre volte percorrono brevi tragitti e si dividono.
La vita degli uomini è così, alcune vite sono lunghissime, altre brevi. Nell’andare, ci siamo convinti che l’unità di misura della vita non è il tempo ma l’intensità.
E al di là del tempo, nell’intensità di come si è vissuta quella breve esperienza sta il segreto, coincidente con la straordinaria casualità di vite che si incontrano, condividono, progettano, costruiscono.
Poi, tutti si muore… tutti si rinasce. Istante dopo istante. Ciò che è eterno è lo Spirito che anima le Azioni degli uomini che ha a cuore il ciò che è “Giusto”
Di seguito, i nomi di coloro a cui va il merito di aver contribuito a questa “vittoria sul tempo”. In testa coloro che materialmente si dedicarono alle esibizioni musicali e a seguire gli altri che con i primi si dedicarono: Cesare, Bruno, Antonio, Dario, Giovanni, Antonio, Giovanni, Giuseppe, Piero, Marina e Rosanna, Gianni, Salvatore, Francesco. Se qualcun altro non è nella lista, perdoni la dimenticanza. 
Lettera Firmata per il progetto “Tributo a Diapason”.

 

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