Heliodromos | Polemica lettera in una bottiglia

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Polemica lettera in una bottigliaTratto dal sito Heliodromos
Da un ritrovamento archeologico, avvenuto nel 3003, anno milleventitreesimo dell’Era del Nulla. Reperto n° 300234532: dattiloscritto di pagine tre, racchiuso in un contenitore.
Descrizione del contenitore: realizzato in materiale vetroso di colore verde; forma cilindrica con leggera bombatura, si restringe in un collo sottile verso l’alto; si direbbe una fiasca da litri 1,750; reca in sovraimpressione la scritta, indecifrata, MAGNUM – VINO DA PASTO.
Testo del dattiloscritto, non datato:
Cara amica,
il fegato non mi regge più ed ho deciso di scriverti per cercare di scaricare attraverso queste righe la rabbia e forse anche i fumi del barbera. Fa caldo. È una serata torrida. Di quelle che producono sudori ed ossessioni.
La tua immagine torna fastidiosa e mi punge il cervello, con la stessa tenacia della zanzara che attacca la caviglia.
Il tuo volto si materializza nella stanza semibuia come un ectoplasma fuoruscito da una manifestazione di piazza, e forse potendo analizzarlo si scoprirebbe che è «fatto» di studentesco sudore.
È una seduta medianica in cui si avverte un fluido che potrebbe anche essere quello dell’idiozia. Le tue ganasce altalenanti non smettono di infierire, per un istante, sul bolo di «cicca» americana, ed è la rabbia proletaria che si accanisce sul capitale e sul consumismo. Ma l’effetto estetico è decisamente disastroso; tuttavia, sotto il profilo della bellezza, al tuo confronto vengono rivalutati buoi intenti al ruminìo e persino pesci boccheggianti una struggente agonia. Ma tu no. Tu sei d’uno squallore unico; il tuo gesto non ha nullo di vivo: è un battere di mascelle meccanico; il ritmo monocorde della convenzione. Tu paladina, si fa per dire, di ogni battaglia antiborghese, sei più conformista del salumiere dell’angolo. Dai tuoi occhi, meno profondi di un ditale, nulla traspare se non la pochezza della banalità. Oltre che comunista, a parole, sei comune di fatto, così frequente, dall’apparire prodotta in serie illimitata, come la più impersonale delle utilitarie. Ed in fondo tu sei una donna utilitaria che, se vi si misurasse a cilindrata, pagherebbe per i cavalli fiscali di un monopattino.
Mi dirai che ce l’ho con te. È vero. Non ti odio, ma ti disprezzo. O meglio mi fai solo un po’ schifo. Quel ribrezzo che nasce in me verso ogni manifestazione del senso comune. Verso tutto ciò che è impersonale e spento.
Sì, spento. È il termine più adatto. Ti incontro ogni giorno sulle dure panche del tram che, a strappi, di semaforo in semaforo, ci conduce nel centro. Io vado a lavorare, mio malgrado, e non ho molti motivi per sorridere alle otto e quarantacinque del mattino, anzi mi sento incupito e passivamente triste. È atteggiamento normale, quasi doveroso, in chi deve lavorare per vivere. Ma tu sei una frana: riesci a deprimere, con la tua immagine, chi è già depresso.
E la barriera cartacea, che frapponi fra te e il mondo, vuoi sotto la testata di Lotta Continua o peggio, nei momenti di sconforto, sotto il marchio del Manifesto, non vale come filtro efficace per le onde deleterie che emanano dalla tua visione. Al di là della carta chiunque abbia ancora occhi per osservare, percepisce il giallognolo del tuo viso, anche sotto i non pochi grammi di trucco che ti impiastricciano.
Non è difficile pescare il torpore nelle tue pupille stinte di vita. Con te nasce e muore simultaneamente la nuova donna. C’è chi ha voluto vedere in te e nelle tue simili l’impegno tra virgolette. Che cosa esso sia, questo impegno favoleggiato nei salotti bene e nelle «comuni» dei figli di papà, non è dato determinare.
Non si sa. Ma è tanto bello riempire il vuoto di parole altisonanti, e colmare le fosse di una vita assente con badilate di suoni, codificati in vocaboli tanto impegnativi, quanto privi di significato.
Cascate di chiacchiere hanno trascinato a valle, nella vita di ogni giorno, i detriti umani che pullulano nelle metropoli. Un fiume di nulla scorre nelle tue vene, cara amica, e tu fai parte di quella humanitas che Antonio vuole denigrare, nelle serate in cui ci si disseta abbondantemente, tra una discussione e l’altra. È inutile ricordarti che Antonio non è uno storico romano, con tendenze alla filosofia, ma un mio amico dell’era odierna.
La tua immagine torna ossessionante. Fuori lampi di calura accendono di tanto in tanto il quadrato blu scuro della finestra spalancata. Rivedo la tua divisa: i blue-jeans stinti e sfilacciati ad arte, la camiciona a scacchi che andrebbe bene a tuo padre, le ciabatte di corda e gomma sdrucite e scalcagnate. Un insieme deprimente.
Nella galleria della vita, qualche critico più rimbecillito del solito potrà forse trovarti una collocazione di tutto rilievo con tante parolone di contorno che ti lasciano più vuota di quello che sei. Ma per me rimani una crosta. Un fallimento.
E così via. Son qui che mi chiedo il perché di questo sfogo epistolare quando so perfettamente che esso non ti giungerà mai, e quand’anche ti raggiungesse, ti lascerebbe indifferente. Tuttavia scrivo.
Ripenso. Pop! Lo scoppio di un’enorme bolla di gomma masticata e soffiata interferisce sulla frequenza mentale, e produce sensazioni sgradevoli. Che schifo! Ricordo di un ballo lontano: un a guancia a guancia dell’età adolescente. Si era al mare, una vibrante danza della mattonella, tutta sfregamenti e tensione rattenuti; gesti millimetrici, tesi in avanscoperta alla ricerca di una bocca. E poi pop! L’esplosione che sdrammatizza e trascina verso il vuoto, come il silenzio che segue una risata nevrastenica nel buio. Potenza di un chewing-gum!
Amica cara, distoglimi dallo sproloquio e dimmi che ho sbagliato. Che ho visto male, che ho frainteso. Che non ho capito niente. Fammi ricredere sulla tua idiozia. Dammi un cenno di vita. Uno solo.
Lo so che è difficile far ricredere un reazionario come me. Un fascista come dici tu, con la «sc» strascicata nel calcare il disprezzo.
Il fatto è che, amica, io tutto sommato non riesco a scorgere nel tuo viso, scarsamente incorniciato di capelli, pochi o quasi tagliati a spazzola, un che di femminile. E allora? — mi dirai.
Niente, amica, lasciamo perdere. E d’altro canto perché tanto accanimento da parte mia, per un essere che mi è totalmente estraneo? Hai ragione. Freghiamocene.
Facciamola morta lì, se mi consenti l’espressione. Tu da una parte, io dall’altra. La barriera è invalicabile. Alta e senza breccia.
OK, ma prima di chiudere per sempre, voglio dirti che mi fai pena. Mi dispiace vederti così conciata. Così ridotta nel tuo controsenso di femmina mascolinizzata. E son convinto, povera amica mia, che tu non ne hai colpa. Sì, sei innocente. Se l’Uomo è morto da tempo, tu non centri. Come potresti essere Donna in un mondo senza Uomini? Ti hanno insegnato che la vita è un buono stipendio, una macchina di prestigio, un marito di successo, un nutrito conto in banca, e la casa al mare.
È l’uomo che ti ha lasciato credere tutto questo. È l’omiciattolo che trascina l’esistenza di tredicesima in quattordicesima e così via; ti riempie la testa di calcoli e programmazioni; semina in te il germe dell’invidia e della pochezza; alimenta nelle tue notti sogni di coupés grigiometallizzati e di vacanze alle Seychelles.
Come una reazione a questa bassezza di intenti, si atteggia la tua esistenza; ma non è che lotta di materia contro se stessa. Hai perso la tua ragion d’essere, il tuo «luogo» e non ti rimangono che squallidi surrogati: il comunismo e un malinteso afflato sociologico. Ben poco; meglio sarebbe tornare a fare la calza.
Senza ironia, tuo
Renzo Cattaneo
(da Il Conciliatore, n 7-8, Agosto 1974)