Heliodromos | Povero Pilato

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Povero Pilato
Tratto dal sito Heliodromos
[…] Si fece sulla soglia, vide il giovane lacero e in catene, e domandò secco: «Chi è? Che cosa ha fatto?».
Loro l’avevano già condannato, ma si guardarono bene dal dirlo. Volevano farlo morire, ma per mano dei romani. Non era il solito tipo che si metteva in testa d’essere il Messia, tra i lazzi del popolino. La sua entrata trionfale a Gerusalemme, la domenica avanti, doveva esser stata preparata da agitatori esperti. Diceva che non cercava il potere terreno, ma la gente, che aspettava il Messia promesso dai Profeti, cominciava a seguirlo come un capo. Era gente delusa dei Sacerdoti, inquieta per il loro servilismo verso l’occupante pagano. Questo Nazareo stava trasformando la loro idea messianica imbalsamata in un moto popolare. Dove voleva arrivare?
Il Sinedrio di Gerusalemme era il supremo consesso nazionale degli Ebrei: c’erano l’aristocrazia ecclesiastica e laica, e gli Scribi, i Dottori della Legge, il gruppo più moderno. Già due volte si erano riuniti per occuparsi del Nazareo, la prima per isolarlo e scomunicarlo. Dopo la resurrezione di Lazzaro, avevano deciso, con qualche contrasto, che doveva morire. Ma ora l’episodio della domenica fece capire alla classe dirigente ebraica che non c’era tempo da perdere.
Mercoledì decisero di catturarlo «con l’inganno», e il giovane lo arrestarono dove si recava a pregare, un luogo detto Gethsemani, «il frantoio dell’olio». Le guardie del Tempio lo tradussero alla casa di Hanna. Non era più Sommo Sacerdote, ma continuava a comandare insediando nella carica l’uno dopo l’altro i suoi cinque figli, ed ora il genero, Caiafa. Fu in casa di questi che si riunì il Sinedrio, nella notte sul venerdì. Lo accusarono di ribellione alla legge giudaica, per la minaccia di distruggere il Tempio, e di bestemmiare per essersi proclamato Messia e Figlio di Dio.
Tutto il processo fu una sola catena di illegalità, anche secondo la legge ebraica: dall’arresto fraudolento alla condanna a morte, che era vietato decidere all’unanimità. Ora, bisognava andare dal procuratore romano, cui spettava lo jus gladii, il potere di confermare la loro condanna a morte. Ma qui era l’intoppo. Il procuratore avrebbe preteso esaminare gli atti del processo, le illegalità sarebbero saltate fuori. Meglio presentare il successo di Gesù come un pericolo politico. Il procuratore doveva distruggere quell’uomo non tanto per il loro interesse di Sacerdoti, quanto per il suo dovere di funzionario imperiale, in nome dell’ordine e della pace. Essi non lo volevano morto con la loro pena nazionale, che era la lapidazione, ma con la croce dei romani.
Pilato capì subito che volevano incastrarlo, e tentò di sfuggire alla presa. Provava un tale disprezzo per quella masnada, che sentì un’immediata simpatia per il giovane emaciato che gli avevano portato, in catene e segnato dalle percosse. La storia dei suoi tentativi per salvarlo è ricca e varia, se si mettono insieme tutti i particolari narrati dai quattro evangelisti. Leggendoli uno per uno, tuttavia, diventa frammentaria e incoerente. Che lo mandasse al tetrarca Erode, di passaggio per Gerusalemme, lo dice il solo Luca. Che sua moglie lo supplicasse di non immischiarsi della sorte di quel giusto narrandogli un sogno tormentoso, lo dice il solo Matteo. E ancora solo di Matteo è l’episodio della lavanda delle mani.
In tutti e quattro i Vangeli c’è la domanda centrale di Pilato: «Sei tu il Re dei Giudei?». Ma soltanto Giovanni riferisce la risposta: «Il mio regno non è di questo mondo», e il raffinato giuoco di repliche e silenzi in cui si adombra il dramma intellettuale di Gesù, che per difendersi possiede i mezzi logici ed anche l’astuzia ma sa che deve morire, e dunque, non opporsi. Soltanto Giovanni, infine, attraverso una dinamica convincente dei sentimenti di Pilato, spiega perché il romano litigioso ed ostinato si piegasse a ciò che più gli repugnava: fare i comodi di quegl’interessati intriganti, levargli di torno un concorrente intelligente, pieno di fascino, e mandarlo a morire con tutto l’apparato macabro della giustizia romana.
Ai tempi in cui il Quarto Vangelo fu scritto, Gerusalemme era già stata distrutta, gli ebrei restavano sordi e ostili alla nuova religione che invece, inaspettatamente, si propagava dove i suoi fondatori non avevano previsto: nel mondo greco-romano, che divenne il vero terreno di coltura del Cristianesimo. Solo allora fu scritta la sola minaccia che poteva aver convinto il procuratore di Roma a crocefiggere un uomo che aveva appena dichiarato innocente: «Se tu liberi costui, tu non sei amico di Cesare: chiunque si fa Re, si oppone a Cesare». Avrebbero fatto sapere a Roma che il procuratore della Giudea lasciava libero un pericoloso rivoluzionario, aspirante ai troni terreni. Quei preti astuti avevano trovato il confine della coscienza del funzionario: il timore di perdere il posto, l’ignominia dell’accusa di tradimento, di connivenza in una lesa maestà.
Eppure, Pilato non riuscì ugualmente a conservarlo, il suo posto. Vennero altri disordini, altre sommosse, e il legato di Siria, Vitellio, infastidito dalle continue grane che gli dava quel militare promosso governatore, lo sospese dall’incarico e lo spedì a Roma, che si giustificasse davanti a Tiberio.
Ma quando Pilato giunse a Roma, Tiberio era morto. Era l’anno 37, e da questa data, Pilato scompare dalla storia. Eusebio di Cesarea racconta che «fu afflitto da così fatte avversità, che con le proprie mani si privò della scellerata vita». Secondo gli Apocrifi, il suicidio risalirebbe al tempo di Tiberio. Pilato si presenta all’Imperatore indossando come protezione la tunica di Gesù, ma Tiberio gliela strappa e lo condanna a morte. Per altri, la condanna sarebbe conseguenza di strani fenomeni: mentre Pilato parlava, cadevano in frantumi le statue degli Dei. Pilato si uccide, e il cadavere è gettato nel Tevere, ma i demoni scatenano una tale tempesta, che i romani s’impauriscono, ripescano il cadavere e lo portano fino a Vienna, in Gallia, per buttarlo nel Rodano. Nel Medioevo si narrava che riemergesse, di tanto in tanto, da una voragine, sempre lavandosi le mani. La Chiesa copta lo venera come santo e martire, quella bizantina ha fatto santa sua moglie.
Secondo un’altra leggenda, Pilato ebbe una visita clandestina di Giuda, che gli comunicò la sorte toccata alla loro fama futura: Gesù era veramente il Figlio di Dio, a loro era spettato il compito di realizzare la volontà divina, a loro sarebbe toccato anche l’odio dei posteri. Un’altra leggenda lo vuole morto in tardissima vecchiezza, cieco e solitario, nell’anno 76. Non ha fondamento alcuno, anche se asseconda il nostro gusto per quelle ricorrenze anniversarie che Leopardi chiamava, non per nulla, «illusioni».
Piero Buscaroli