Caro antico coraggio

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Da Raido n. 20


Il 5 novembre 1944 moriva a Parigi uno dei pochi grandi del nostro tempo di ranocchie gonfiate, premio Nobel per la fisiologia e chirurgia a soli 39 anni, promotore e direttore di quella fondazione per lo Studio delle Relazioni Umane che doveva essere il primo centro di una scienza nuova, destinata a far sì che l’Uomo non fosse più cet inconnu.
Alexis Carrel si spegneva a soli 71 anni, pieno di amarezza e di disgusto che non offuscavano la sua fede nello spirito umano, mentre, fuori, i canti della cosiddetta libertà facevano vibrare le tonsille dei liberatori-aggiunti, coprendo il crepitio dei plotoni di esecuzione delle loro livide vendette.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, quando quei canti si sono smorzati in lagne, dopo che il Piccolo Padre è diventato la Grande Carogna e il Socialismo Scientifico ha svelato la sua genuina natura di Disumana Fregnaccia, mentre la società della materialistica opulenza sta soccombendo ai suoi stessi veleni, noi vogliamo e dobbiamo raccogliere il suo messaggio.
Alla base dell’insegnamento di Carrel c’era una constatazione essenziale, maturata esaminando con autentico spirito e passione di scienziato i processi di sviluppo della società che aveva intorno (si tenga presente che egli studiò e insegnò in massima parte negli Stati Uniti, che di quel tipo di sviluppo sono simboli e vessilliferi).
La constatazione era che la tecnologia e l’economia moderna si erano affermate ed erano dilagate nel mondo senza minimamente considerare ed anzi ignorando del tutto la vera natura dell’uomo e le sue autentiche esigenze, e sostituendo quell’accertamento essenziale e pregiudiziale con la strumentazione di ideologie filosofico-moraleggianti prive di alcuna seria base conoscitiva. Tale iniziale errore spiegava e rendeva inevitabili le nefaste conseguenze che l’ultima civilizzazione sortiva per la società umana.

Va notato a questo punto che vale per Carrel quel che già rilevammo per Evola, e cioè che la critica fino al rifiuto delle concezioni e realizzazioni del mondo moderno era portata senza che una delle più gravi e certo la più emergente di quelle conseguenze, e cioè lo sfascio ecologico, fosse emersa con l’attuale assillante urgenza. Nelle opere dei due pensatori non se ne trova neppure un accenno. Eppure, chi quelle opere conosce non potrà nutrire il minimo dubbio sulla decisione e la veemenza con cui essi sarebbero oggi al nostro fianco, se non alla nostra testa. L’ormai proclamata incompatibilità del mondo moderno con la salute della biosfera è infatti la prova del nove della esattezza e lungimiranza del giudizio severamente negativo da loro espresso sul primo.
Ciò ribadisce anche la nostra già esternata convinzione che, più che di crisi ecologica, si dovrebbe parlare di conseguenze ecologiche della crisi generale del sistema, padre unico e, ahimè, prolifico di tutte le crisi. È la tremenda punizione divina che si abbatte sui dissacratori. E non è proprio il caso di impiantare polemiche teologiche, perché qualunque concetto si abbia di Dio, da quello di una super-persona dotata di pensieri e sentimenti (e magari di laurea in architettura) a quello di un Essere inconoscibile che si identifica con la Legge e l’armonia del cosmo, i termini della questione non cambiano: abbiamo sbagliato tutto, homo sapiens del cavolo, e dobbiamo pagare, prima che una suprema sentenza di fallimento ci ricacci nel caos primordiale.
Gingillarsi tra cerotti e rappezzi, tra leggine e depuratori è perfettamente vano, se tutto non viene strumentato alla finalità ultima, che è l’edificazione di una civiltà che parta dalla conoscenza dell’uomo in tutti i suoi aspetti e valenze, fisiche, psichiche e spirituali e punti alla elevazione dell’uomo stesso (non del suo tenore di vita) attraverso lo sviluppo delle sue potenzialità, la soddisfazione delle sue reali esigenze e la eliminazione, a ciglio asciutto e con chirurgica freddezza, di ciò che lo appiattisce, lo condiziona e lo degrada. Per avvicinarsi a tale optimum, nei limiti dell’imperfezione umana, sarà necessario, come è facile intendere, un energico svezzamento delle anime narcotizzate dal benessere e dagli altri ingredienti della droga modernista.
Il problema ecologico non si risolve con interventi ecologici. Essi sono necessari, anzi urgenti, e vi abbiamo dedicato la terza parte di questo lavoro, solo per allungare i tempi disponibili e necessari per l’unico risanamento profondo e durevole, che riguarda gli uomini. L’uomo, come tutte le creature, possiede i mezzi per inserirsi organicamente nell’armonia e nell’equilibrio generale del creato.
A differenza però dagli animali, che lo fanno inconsciamente, guidati dai loro istinti che di quella armonia fanno parte, l’uomo è dotato di pensiero e di volontà, cioè di libero arbitrio. Può quindi acquistare il senso di quella armonia e adeguarvisi volontariamente e scientemente, come può anche considerarsene affrancato ed agire di proprio arbitrio, infrangendola. Ma il fatto che egli possa (tedesco: koennen) scegliere tale seconda strada, non significa appunto che ciò gli sia consentito (tedesco: duerfen).
Chiunque può considerarsi affrancato dalla legge di gravità e tuffarsi a capofitto dall’ottavo piano, ma questo non significa che l’atto giovi alla sua salute. Non sarebbe una manifestazione di libertà, la sua, ma di demenza.
Esattamente nello stesso modo e fuor di paradosso, è una manifestazione di demenza la civiltà industriale, o progredita, o capitalistica, o moderna, o come si voglia chiamarla.
Con essa, l’uomo (non parliamo di società; la società è un’astrazione, l’uomo no) ha rinunziato a ricercare le leggi della propria esistenza, che ha i tre noti livelli, e a sforzarsi di attuarle al meglio, per inseguire invece il profitto e le vane bubbole del benessere. Si è certamente – in un certo senso e direzione – sviluppato, ma lo sviluppo abnorme e disarmonico in patologia si chiama tumore, non crescita.
L’imperativo assoluto, quindi, è ritrovare il senso della propria esistenza, il proprio significato, il proprio centro. Solo questo ci rimetterà in pace con noi stessi, con i fiori e con le stelle. Il problema dell’ecosfera e della nostra compatibilità con essa scomparirà del tutto, perché anche noi torneremo ad essere biosfera, anzi quel vertice in cui essa ci congiunge col Grande Spirito, per dirla con gli indiani delle pianure.
Ecco perché dicevamo che la soluzione del problema ecologico non è di natura ecologica, salvo che per quanto attiene agli interventi provvisori e di emergenza, che sono necessari, sacrosanti, ma non risolutivi.
La soluzione è spirituale, morale ed anche intellettuale. Una soluzione di cultura e di civiltà.
Quando avremo separato, in quelle che oggi chiamano esigenze materiali, quelle vere da quelle inventate, i bisogni dai vizi, l’utile dall’inutile e dal dannoso; quando avremo compreso e fatto comprendere che un uomo tanto più è libero e può realizzarsi quanto meno sono le cose di cui ha bisogno; quando avremo realizzato che la caccia sfrenata al benessere, prima ancora che per l’ambiente, è dannosa e devastante per il fisico e per la mente dell’uomo che vi si dedica e distruttiva per il suo spirito, il turbine benedetto e risanatore caccerà anche lo smog dalle nostre città, i veleni dai nostri fiumi, gli acidi dalle nostre foreste. Occorrerà una volontà ferma, una grande lucidità mentale e soprattutto molto, molto coraggio. Già: il coraggio.