Rigenerazione Evola | Spengler e i tempi ultimi (II)

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Tratto da RigenerazionEvola


Seconda puntata della parte finale della lunga intervista-saggio che il nostro amico Elio Della Torre, uno dei fondatori di Cinabro Edizioni, di cui cura, in particolare, la direzione editoriale, ci ha concesso su Oswald Spengler, dedicata in particolare alla Russia; uno Speciale di RigenerAzione Evola, in cui, partendo dall’analisi spengleriana sul gigante eurasiatico, si arriva all’attualità geopolitica. Ricordiamo ancora, in parallelo, l’uscita del nuovo numero della rivista trimestrale “FUOCO – informazione che accende”, edita proprio da Cinabro Edizioni (e della cui redazione Elio è membro), in cui trova spazio anche un lungo approfondimento sugli scenari e le prospettive della guerra (o “operazione speciale”) in Ucraina, con articoli di Maurizio Murelli ed Andrea Marcigliano (sulle implicazioni geopolitiche della crisi), di Gianluca Marletta (sulla dilagante russofobia), di Daniele Perra (sul significato escatologico della Russia e del conflitto), di Enzo Iurato (su Solženicyn e le sue capacità profetiche sui destini della Russia e del mondo), e con un’intervista a Gianni Alemanno (in qualità di portavoce del Comitato “Fermare la guerra”).

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Veniamo ora  ad un tema piuttosto scottante, considerando la drammatica situazione geopolitica in atto: per Spengler, com’è noto e come in molti stanno ricordando in questi tempi, proprio alla luce di quanto sta accadendo, l’anima Russa sarebbe stata chiamata a creare la nuova civiltà che sarebbe sorta dopo l’esaurimento della civiltà faustiana-occidentale.

Sì, questa visione profetica di Spengler sulla Russia è un altro aspetto assai interessante della sua opera, che conferma quanto, al di là delle prospettive e dei “sistemi” soggettivi che, in un’ottica tradizionale, non possono esistere, egli fosse giunto molto in profondità nella sua analisi.

Spengler ha parlato della Russia non solo ne Il Tramonto, ma anche diffusamente in Prussianesimo e socialismo, e in una conferenza del 1922, Il doppio volto della Russia e i problemi della Germania a Est poi raccolta negli Scritti Politici (Politische Schriften). Con riferimento alla Germania, Spengler sottolineava come (ed eravamo nel 1932) i Russi erano e sarebbero rimasti “il problema più prossimo” per la Germania, uno Stato “ai confini con l’Asia”. Spengler ha sempre considerato la Russia principalmente come Asia, e quest’ultima come una sorta di “incubatore” del futuro, dove sarebbe nato un nuovo temperamento etnico “entusiasticamente religioso”, un nuovo tipo di Capi.

La Russia effettivamente era considerata da Spengler come una civiltà in fase di gestazione, incubazione, mentre l’Occidente tramontava inesorabilmente (“La natura dei russi è la promessa di una Kultur a venire, mentre le ombre della sera si fanno sempre più lunghe sull’Occidente”), il che, pensando a quanto sta accadendo, è un’immagine potente, profetica. Spengler confrontò, applicando quella sincronicità di cui abbiamo parlato, il rapporto tra Zivilisation classica e Kultur araba da una parte, con il rapporto tra Zivilisation occidentale e Kultur russa; è interessante verificare che, quando si incrociano un processo di Zivilitation con un processo di Kultur, si può manifestare la “pseudomorfosi” di cui abbiamo trattato, cioè l’influenza nefasta e soffocante delle forme decadenti della prima sul processo nascente della seconda, alla quale viene impressa una direzione anomala.

Come abbiamo visto, il Petrinismo e il Bolscevismo sono per Spengler i due tentativi di occidentalizzazione che la Russia nascente ha subito, e che hanno generato quell’odio di ritorno verso l’Occidente, che in tante forme si è manifestato e che, tra le altre cose, ha generato tragici scontri militari sul campo, come le Guerre Napoleoniche e le due Guerre Mondiali. D’altronde la vastità del territorio russo, una vuota spianata senza fine e senza riferimenti, a corollario di quella mistica degli spazi orizzontali di cui abbiamo parlato, la rende inattaccabile militarmente, e questo aspetto Spengler e lo stesso Ernst Jünger lo sottolinearono ripetutamente, anche con riferimento all’Operazione Barbarossa. Gli stessi strateghi antirussi attuali ne sono ben consapevoli, e infatti nessuno si azzarderà più a scontrarsi con i Russi sul campo, sul loro territorio: gli strumenti che usano sono, infatti, di altra natura, compreso quello delle cosiddette “guerre per procura”, fatte fare cioè da altri, su territori limitrofi. Pensando ai tentativi di occidentalizzazione forzata contro la nascente anima russa, beh, dopo Petrinismo e Bolscevismo, direi che possiamo considerare la terza ondata, quella capeggiata dal blocco angloamericano, che utilizza strumenti appunto molto variegati e subdoli, su cui magari torneremo.

Queste visioni profetiche sul ruolo della Russia nei tempi ultimi le ritroviamo anche in altri autori: per Rudolf Steiner, ad esempio, la Russia avrebbe rappresentato il perno della nuova epoca storica, la “VI civiltà”, in cui si svilupperebbero le facoltà del Manas, o Sé Spirituale. In una delle sue conferenze tenute in Germania proprio alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1915, si legge: “sappiamo che l’Europa orientale è abitata da un popolo la cui missione particolare sarà nella sesta epoca, e non prima della sesta epoca, al fine di portare ad un’espressione definita le forze elementari che ora giacciono al suo interno. Sappiamo che i popoli russi non saranno pronti fino alla sesta epoca di cultura a dispiegare quelle forze che ora vivono al loro interno in una forma elementare. La missione dell’Europa occidentale e centrale è quella di introdurre negli uomini qualità che possono essere introdotte dall’anima cosciente. Questa non è la missione dell’Europa orientale. L’Europa dell’Est dovrà aspettare fino a quando il Sé spirituale non scenderà sulla terra e potrà permeare le anime degli uomini (…)Oggi l’uomo dell’Europa orientale sente istintivamente (…) che è così; solo che la sua coscienza è, per la maggior parte, estremamente offuscata e confusa (…). Ma a un livello molto, molto più profondo, sta nei membri dell’intellighenzia russa la consapevolezza che una concezione di comunità, di fratellanza dovrà prevalere nei tempi ancora a venire. L’anima russa sente che il sé spirituale dovrà scendere, ma che potrà discendere solo in una comunità di uomini permeata dalla coscienza della fratellanza, esso infatti non potrà mai diffondersi in una comunità dove non vi sia coscienza della fratellanza. Ecco perché gli intellettuali russi, come si definiscono, fanno il seguente rimprovero all’Europa occidentale e centrale. Dicono: ‘Voi non prestate affatto attenzione a una vita di vera comunità. Coltivate solo l’individualismo. Tutti vogliono essere una persona per conto proprio, essere un individuo solo. Portate l’elemento personale, attraverso il quale ogni singolo uomo si sente un’individualità, al suo massimo estremo’. Questo è ciò che riecheggia dall’Est verso l’Europa occidentale e centrale sotto forma di molti rimproveri di barbarie e accuse simili”.

Rudolf Steiner

Fa una certa impressione ritrovare questo concetto del “noi”, tipico dell’anima russa primigenia (e non solo, come abbiamo visto) contrapposto all’individualismo occidentale, esattamente come anche Spengler aveva osservato e schematizzato nella contrapposizione Tolstoj-Dostoevskji o San Pietroburgo-Mosca.

Poi Steiner sviluppa queste riflessioni sull’Europa orientale e la Russia in un senso piuttosto problematico, conformemente d’altronde a certe “contorsioni” proprie dell’analisi steineriana e con certe derive libertarie, sociali, umanistiche, evoluzionistiche e da “fratellanza universale” che, insieme a tanti altri elementi, caratterizzano le parti più  spurie e sovversive dell’antroposofia. In sostanza Steiner, sia pure a modo suo, rivendica la necessità che, se dall’Europa orientale e, in particolare, dal mondo russo, debba arrivare la guida dell’Era dello Spirito (chiamiamola così; altrove Steiner parla della rinascita in Russia della “religione di Zarathustra”), ciò non debba comportare il predominio di un sangue, di una razza (nello specifico, appunto, quella slava) sulle altre, ma debba invece produrre i suoi effetti benefici su tutta l’umanità. In tale visione, tutto ciò che è mera forma esterna (razza, sangue, ecc.) viene considerato addirittura come avente carattere “luciferico-arimanico”, e a tale stregua viene considerata anche “una coercizione di credenze rigida” come quella stabilita dalla Chiesa Ortodossa Russa: si vede pertanto quanto l’impostazione steineriana, al di là dell’intuizione di fondo, sia pericolosamente sull’orlo dell’abisso.

In un graduale spostamento dell’asse del mondo, diciamo così, verso Oriente, si è parlato da molti di Mosca come della Terza Roma, dopo la Roma storica e dopo Costantinopoli/Bisanzio, e conseguentemente, della Russia come dell’erede dell’impero bizantino. Cosa ci puoi dire al riguardo?

Hai toccato dei temi di una vastità enciclopedica … proviamo a fissare qualche punto a beneficio dei lettori.

Lo storico inglese Arnold Toynbee si è soffermato proprio sull’eredità bizantina della Russia, di cui parlavi, ricordando come nel X secolo d.C. i Russi abbiano scelto deliberatamente di abbracciare il cristianesimo ortodosso orientale: dopo la caduta dell’Impero romano d’Oriente, il principato di Mosca assunse l’eredità di Bisanzio, prendendone in eredità il modello religioso. Il matrimonio nel 1472 tra Ivan III, Granduca di Mosca, e Zoe Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore greco di Costantinopoli, l’autoincoronazione nel 1547 di Ivan IV il Terribile come Zar, e quindi, di fatto, come Imperatore Romano d’Oriente (rovesciando i rapporti di dipendenza precedenti tra autorità politiche e religiose russe in relazione al Patriarcato di Costantinopoli e all’Imperatore) e l’innalzamento del Metropolita di Mosca alla dignità di Patriarca indipendente nel 1589, cui fu costretto il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, disegnarono una voluta assunzione di un ruolo storico da parte dei Russi, che vollero farsi successori dell’eredità bizantina, quasi fossero investiti da una forza superiore che li spinse a tale scelta.

E tale scelta, che caratterizzò la storia e le radici stesse del popolo russo, sottolinea Toynbee, non possono più essere rimosse: “le radici di un popolo possono manifestarsi in forme nuove, adattate al mutato contesto storico, ma è falso ed illusorio pretendere di cancellare il passato”. Non ci del tutto Pietro il Grande, non ci riuscì Stalin, non ci riescono le forze sovversive dell’Occidente decaduto, che però, come osservava Spengler parlando del fenomeno della “pseudomorfosi”, hanno generato un profondo odio verso quell’Occidente che ha, in qualche modo, violato quelle radici e quella storia.

E se la Russia è l’erede dell’Impero Romano d’Oriente, Mosca sarà la nuova Costantinopoli, e quindi la nuova Roma: in effetti, come ci insegna Claudio Mutti, il primo a coniare questa espressione fu un monaco russo, lo starec Filofej, che tra il 1523 e il 1524, in un messaggio inviato al granduca di Moscovia Basilio III, enunciò l’idea di Mosca quale Terza Roma: “La Chiesa dell’antica Roma è caduta a causa dell’eterodossia dell’eresia apollinarista. La Seconda Roma – la Chiesa di Costantinopoli – è stata fatta a pezzi dalle scuri dei figli di Agar e ora questa Terza Roma del tuo potente regno – la Chiesa santa cattolica e apostolica – illuminerà l’universo intero come fa il sole… Sappi e riconosci, pio Zar, che tutti i regni cristiani si sono compendiati nel tuo; che la Prima e la Seconda Roma sono cadute; e che ora si erge una Terza Roma, alla quale non succederà mai una quarta: il tuo regno cristiano non cadrà in potere di nessun altro”.

Per Filofej Roma, la prima capitale religiosa del cristianesimo, precipitata nell’eresia, aveva lasciato a Bisanzio, la Seconda Roma, il compito di custodire la vera fede. Il crollo della Prima Roma era stato un crollo spirituale; quello della seconda era stato un crollo sia spirituale che politico. Secondo gli Ortodossi, a questo punto, la Russia, che aveva preservato l’indipendenza nazionale, era diventata l’unico baluardo della vera fede cristiana primigenia. Filofej pensava alla Russia e a Mosca come ad una Terza Roma religiosa, ma inevitabilmente questa tesi comportava anche un’implicazione politica, e in particolare una centralità geopolitica della Russia.

In questo progressivo spostamento dell’asse geopolitico verso est, dalla prima Roma a Costantinopoli fino al Mosca, sopravviveva l’ideale sacrale dell’impero quale unità nelle diversità, che incarna in terra la figura del Cristo pantokrator o kosmokràtor, tipica dell’iconografia religiosa bizantina e in genere paleocristiana, e anche medievale, oltre che ovviamente ortodossa.

E, così, si arriva alla prospettiva geopolitica eurasiatica, all’elaborazione quindi di un blocco storicamente e culturalmente unitario, l’Eurasia. Cosa ci puoi dire al riguardo?

Sì, è su queste basi storico-culturali che fu elaborata gradualmente la prospettiva dell’Eurasia. In tal senso sempre il professor Claudio Mutti ci ha fornito degli elementi molto utili per ricostruirne sinteticamente la complessa ed articolata vicenda.

Precursore dell’istanza eurasiatica è stato sicuramente il filosofo Konstantin Leont’ev, una sorta di Spengler ante litteram, che aveva studiato la nascita e il tramonto delle varie forme storico-culturali e preconizzato l’imminente estinzione della civiltà occidentale nella sua opera Bizantinismo e mondo slavo, in cui propose l’alleanza tra Russia zarista e Turchia ottomana, per opporre l’Ortodossia e l’Islam alla sovversione antitradizionale. Leont’ev sosteneva che la Russia avesse il compito di salvare la vecchia Europa ormai decaduta, e in tal senso avrebbe dovuto recuperare l’idea bizantina e unirsi “con popoli asiatici e di religione non cristiana (…) per il semplice fatto che tra di loro non è ancora irrimediabilmente penetrato lo spirito dell’Europa moderna”. L’attualità di questa visione è veramente significativa. È curioso notare come, invece, Spengler avesse valutato negativamente proprio il bizantinismo, considerandolo un fenomeno tipico di Zivilisation, quasi come l’ellenismo rispetto alla civiltà greca primigenia.

Poi l’Eurasiatismo trovò forma compiuta con l’elaborazione di quattro grandi intellettuali russi che abbandonarono la patria ai tempi dell’Unione Sovietica: il geografo ed economista Pëtr Savickij, il linguista Nikolaj Trubeckoj, il musicologo Pëtr Suvčinskij e il teologo Georgij Florovskij, che con l’opera collettanea La via d’uscita ad Oriente, pubblicata nel 1921, hanno elaborato una sorta di manifesto dell’ “eurasiatismo classico”, sostenendo che le basi dell’identità russa non vanno cercate ad occidente, ma nella dimensione asiatica.

Questi autori concepirono la Russia come espressione della “civiltà delle steppe” e come erede dell’impero di Gengis Khan, il più vasto impero che sia mai esistito (“L’Eurasia tutta (…) rappresenta una totalità unica, sia geografica sia antropologica”, scriveva Trubeckoj nel saggio “L’eredità di Gengis Khan”), esprimendo l’idea fondamentale secondo cui i popoli della Russia e delle regioni ad essa adiacenti in Europa ed in Asia (la componente slavo-orientale, l’eredità greco-bizantina, l’elemento turanico, turco, tartaro, mongolo, ugrofinnico) formano una unità naturale, in quanto sono legati tra loro da affinità storiche e culturali. Sono da notare due punti importanti relativi all’elaborazione di questi importanti autori eurasiatisti. Anche essi, infatti: 1) come Spengler, osservarono che le riforme di Pietro il Grande e dalla classe politica che in seguito aveva governato la Russia (compresa la corrente slavofila) segnarono una rottura rispetto alla civiltà eurasiatica; 2) attribuirono importanza fondamentale alla civiltà bizantina, quindi al cristianesimo orientale, contrapponendo l’Ortodossia al cristianesimo occidentale (cattolico e protestante).

Poi, passando per un altro autore importante come Lev Gumilëv, storico, etnologo e antropologo, famoso, tra le tante, per l’opera Dalla Rus’ alla Russia, più volte citato da Vladimir Putin, che combatté tutte le forme di russofobia e di reductio del mondo eurasiatico ad un aggregato periferico di popoli barbari rispetto alla civiltà occidentale, mettendo in primo piano la complessità multiforme dell’Oriente eurasiatico quale e importante autonoma realtà culturale e politica, possiamo giungere al cosiddetto “neoeurasiatismo”, che compare in Russia sul finire degli anni Ottanta.

Questo movimento ha come principale teorico ed esponente Aleksandr Dugin, già fondatore del Movimento Eurasiatista Internazionale, che ben conosciamo non solo per il successo che sta avendo negli ultimi anni anche in Occidente per le sue opere, ma anche dopo la tragica uccisione della figlia Darya, filosofa, studiosa e militante eurasiatista di prim’ordine. Dugin (attualmente tra i soggetti sottoposti alle sanzioni occidentali… congelamento dei beni e divieto di ingresso o transito nei territori dei Paesi UE…) ha fuso l’eurasiatismo “classico” con elementi tradizionali desunti dalle opere di Guénon e di Evola e con elementi di teoria geopolitica, gettando le basi di una sorta di “rivoluzione conservatrice russa” ed elaborando un multipolarismo in politica estera, che peraltro trova applicazione anche in altri contesti, come nella stessa speculazione filosofica e metafisica. Il neoeurasiatismo di Dugin, in particolare, sposta il piano della contrapposizione non più fra la Russia e l’Europa “romano-germanica”, ma tra tutta la massa eurasiatica e l’Occidente dominato dalla talassocrazia angloamericana e dall’ideologia liberale.

Alexandr Dugin (free image from wikipedia commons, author Mehdi Bolourian, under the Creative Commons Attribution 4.0 International license, senza modifiche)

Dugin concepisce il blocco eurasiatico come composto da tre cinture verticali, la cd. “Eurafrica”, la zona russo-centroasiatica e la zona del Pacifico, visione corretta in senso “orizzontale” dal compianto Claudio Terracciano, che individuò quattro cinture latitudinali: la fascia della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering, il grande spazio arabo del Nordafrica e del Vicino Oriente, il grande spazio transahariano, ed il grande spazio islamico compreso fra il Caucaso e l’Indo. “Se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani, cosicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico”, scriveva Terracciano.

E poi, ricordiamo en passant il gigantesco Impero Euro-sovietico, da Vladivostok a Dublino, configurato, con una prospettiva simile a quella di Terracciano, da Jean Thiriart.

Peraltro, anche altri due famosi autori come Mircea Eliade e Giuseppe Tucci avevano argomentato sull’esistenza dell’Eurasia quale realtà unitaria: il primo aveva notato come quell’immensa area, un “ecumene” che si estende dal Portogallo alla Cina, dalla Scandinavia a Ceylon, al di là delle naturali differenze, fosse caratterizzata da una visione spirituale comune che affonderebbe le sue radici nella cd. “rivoluzione del Neolitico”. Il grande orientalista Giuseppe Tucci ricordò che “Asia ed Europa sono un tutto unico (…) Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia. Non c’è avvenimento che si verifichi in Cina o in India che non influenzi noi, o viceversa“. Anche Marcel Mauss, etnologo ed antropologo di scuola sociologica, allievo di Durkheim, riconobbe che “dalla Corea alla Bretagna esiste un’unica storia, quella del continente eurasiatico”. E gli esempi che si potrebbero fare sarebbero ancora molti.

Una parentesi: prima, parlando di Konstantin Leont’ev, lo hai definito una sorta di Spengler ante litteram. Ma Spengler e il suo pensiero, considerando che parliamo degli Anni Trenta del secolo scorso, in quel periodo era conosciuto nella Russi sovietica, o era censurato?

Da quanto ne so, Lenin, che lo conosceva, lo giudicava negativamente e, di fatto, Spengler fu censurato dall’elaborazione filosofica russa di quegli anni. Questo mi fa venire in mente il problema della effettiva nascita di una filosofia in Russia: dall’inizio degli anni Venti in poi, con il fenomeno del cd. “battello a vapore dei filosofi”, ebbe inizio l’espulsione di massa dei principali esponenti dell’intellighenzia intellettuale (nel senso migliore del termine) russa, che poi sarebbe proseguita nel tempo a venire: filosofi, scrittori, musicisti, sociologi, religiosi, ecc. (tra essi anche gli eurasiatisti classici succitati), dirottati in Germania ed in Lettonia a bordo di piroscafi che partirono soprattutto da Pietrogrado (ricordiamoci il simbolismo spengleriano di questa città, che abbiamo visto…) e da Sebastopoli. Ciò interruppe drammaticamente il processo stesso di nascita del logos russo, fu un attacco “alla sua maturazione nel grembo dell’elemento russo, al processo di liberazione iniziale della coscienza filosofica dal caos dell’esistenza russa”, come ha scritto Natalya Melentyeva, la seconda moglie di Alexander Dugin, madre della povera Darya.

Dugin stesso ha dimostrato, nei suoi studi centrati su Heidegger, che, anche a causa di quel tragico fenomeno di espulsioni (quando non di vere e proprie deportazioni) di massa, la filosofia russa è rimasta ad uno stadio embrionale: era sul punto di venire alla luce, ma di fatto non è mai nata, “nonostante i secoli di sforzi dell’anima russa per far germogliare un logos attraverso il campo russo, per sorgere dal grembo materno della terra russa, per innalzarsi sopra l’orizzonte dello spazio russo. E mentre i russi nella storia hanno certamente pensato – alla liturgia, agli elementi, allo spazio, alla guerra, al potere, allo Stato, a Dio o al caos – finora non hanno pensato filosoficamente. Il logos russo oggi “sta sotto il vapore”, è in fase preparatoria, nel grembo dell’elemento russo, dello spazio russo, del pensiero, della storia, del popolo e del “dasein” russo”, scrive sempre la Melentyeva, citando Dugin. Questa osservazione circa il fatto che il logos russo sia in fase di gestazione, nel grembo dell’elemento russo, è molto interessante e si ricollega all’idea di Spengler circa l’avvento della nascente Kultur russa in concomitanza con la Zivilitation occidentale…

Comunque, nonostante le censure, Spengler fu oggetto di studio ed interpretazione da parte di alcuni intellettuali russi come il sociologo Georges Gurvitch e il mistico Nikolaj Berdjaev. Prima, i filosofi Nikolai Danilevsky e proprio il citato Konstantin Leont’ev ne anticiparono il modello ciclico di storia. Negli ultimi vent’anni, poi, anche grazie all’avvento di Putin, tanti autori eurasiatisti russi e lo stesso Spengler sono stati riscoperti, anche a seguito dell’interesse riscosso presso il movimento eurasiatico e quello nazionalbolscevico.

Ti ringraziamo per queste interessanti precisazioni. Tornando al discorso che facevamo, la prospettiva eurasiatistica, di cui la Russia costituirebbe la guida, rappresenta sicuramente un pericolo per la prospettiva unipolare angloamericana di dominio mondiale, in particolare, per usare una terminologia schmittiana, per la talassocrazia angloamericana. La dottrina geopolitica, se non sbaglio, ha ben recepito dalla realtà storico-geografica, ed inquadrato in termini teorici, questi grandi blocchi?

Dalla cd. “area pivot” (1904) all’ “Heartland” (1919), nell’elaborazione di John Mackinder

Sì, certamente. Non possiamo dilungarci, ma, prendendo sempre come guida le indicazioni di Claudio Mutti, sinteticamente diciamo che due dei padri del pensiero geopolitico, da una parte Sir Halford John Mackinder (1861-1947), che potremo considerare un “rappresentante” del mondo anglosassone, e dall’altra parte Karl Haushofer (1869-1946), rappresentante del mondo continentale europeo, hanno disegnato la teoria geopolitica “continentalista” o “binaria”, secondo la quale sono in contrasto tra loro, per lo più lungo l’asse est-ovest, due centri di potere mondiale: uno continentale, terrestre, ed uno talassocratico, legato appunto all’elemento mare. E’ facile osservare come Carl Schmitt riprese la sua celeberrima dicotomia tra Terra e Mare proprio dalle elaborazioni di questi due grandi studiosi.

Tanto Mackinder quanto Haushofer ritenevano che un blocco costituito dalle due potenze “terrestri” russa e tedesca, esteso eventualmente al Giappone, avrebbe sconfitto la talassocrazia angloamaericana ed avrebbe cambiato la storia mondiale: una prospettiva che ovviamente faceva rabbrividire Mackinder, e che invece era fortemente caldeggiata da Haushofer, che pensava ad un’alleanza russo-tedesca nel quadro di un Kontinentalblock, un blocco eurasiatico esteso dall’Europa al Giappone.

La storia è piena di tentativi di accordo tra Mosca e Berlino, che avrebbero potuto saldare quest’unione formidabile: dal sostegno tedesco alla Russia nella guerra russo-giapponese (1904-1905), passando per il Trattato di Brest-Litovsk (1918), il Trattato di Rapallo (1922) il Patto Von Ribbentrop-Molotov del 1939, fino alle intese tra Vladimir Putin ed Angela Merkel sulle forniture di gas tramite il Nord Stream 2. Una prospettiva che ha sempre terrorizzato gli strateghi americani.

Mackinder ai primi del Novecento inquadrò, nell’ambito della massa continentale eurasiatica, un’area strategica, definita “area perno” (“pivot area”), una gigantesca fortezza naturale, inaccessibile alla potenza marittima, compresa fra l’Asia centrale e l’Oceano Artico, il cui controllo garantirebbe il dominio sull’Eurasia e, di conseguenza sul mondo. Quest’area, dopo la prima guerra mondiale, che, com’è noto, fu funzionale, tra le altre cose, alla disintegrazione degli ultimi imperi euro-asiatici (guarda caso…) rimasti in vita, e ad imporre alla Germania una distruzione economica con il Trattato di Versailles, fu spostata da Mackinder più a ovest, includendovi i bacini del Baltico e del Mar Nero, nonché tutta l’Europa centro-orientale fino alla linea Elba-Adriatico, e quindi il mondo germanico. L’area fu quindi ribattezzata Heartland, termine ancora oggi utilizzato dagli strateghi geopolitici unitamente al termine Rimland, che indica la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia.

Arthur Moeller van den Bruck

Da parte germanica, ricordiamo come uno dei principali esponenti della rivoluzione conservatrice, Arthur Moeller van den Bruck (1876-1925), ammiratore e studioso di Dostoevskij, del quale condivideva tutte le obiezioni alla decadenza occidentale, osservava come la vocazione della Germania fosse quella di essere “Terra di Mezzo” tra le democrazie occidentali e la Russia, auspicando una collaborazione attiva tra Germania e Russia, che saldasse le capacità industriali e tecnologiche tedesche con l’immenso territorio russo, generando un blocco geopolitico inattaccabile. Il prussianesimo,  inteso come mentalità, come visione (il comunitarismo gerarchico di cui abbiamo parlato), perpetuata nei secoli dall’Ordine Teutonico prima, dalla dinastia degli Hohenzollern poi, oltre che come mescolanza tra germanici e slavi, avrebbe rappresentato l’anello di congiunzione, lo strumento per realizzare questa prospettiva. E, in effetti, tornando a quanto ci eravamo detti proprio all’inizio di questa intervista, il comunitarismo organico, gerarchico, insito nel concetto di prussianesimo, e quindi di “socialismo prussiano” di Spengler, su cui ha cercato di giocare l’intellettualismo di sinistra, sembra proprio essere il polo che si contrappone all’individualismo mercantilistico di derivazione anglosassone. Simbolicamente, Prussia contro Inghilterra, come dicevamo, con la prima che fa da ponte tra Europa ed Oriente slavo, e la seconda ad simboleggiare l’intero Occidente di derivazione angloamericana.

Con parole che fanno quasi tremare i polsi, a leggerle oggi, Moeller scriveva: “Questo Est tiene in riserva una parte notevole della futura storia dell’umanità: e noi che per metà apparteniamo all’est o per lo meno con esso confiniamo dobbiamo partecipare alla vita se vogliamo partecipare al futuro”. La direzione dello sviluppo della civiltà europea si indirizzava verso Oriente, osservava Moeller, e pertanto se la Germania non avesse  seguito questo spostamento di prospettiva ad Est sarebbe stata destinata a restare legata a filo doppio alla decadente cultura angloamericana e francese. Gli eredi di Moeller e del suo gruppo, antimarxista ma non antibolscevico, furono non a caso i cosiddetti nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch, destinati ad essere come sappiamo sopraffatti dal nazionalsocialismo, che spezzò, al di là del tatticismo del patto Von Ribbentrop-Molotov, l’idea della Prussia “come ponte verso l’Oriente slavo”, per riprendere invece l’idea della “Prussia colonizzatrice e germanizzatrice degli spazi orientali”, per dirla con le parole Adriano Romualdi, che ricorda la figura del conte Schulenburg, ambasciatore a Mosca, come ultimo strenuo difensore dell’allineamento tra Russia e Germania.

Di fatto il Parti Communautaire Européen di Jean Thiriart, che abbiamo ricordato poc’anzi, ed  il Partito Nazional Bolscevico fondato in Russia Ėduard Limonov e da Alexandr Dugin nel 1990, in opposizione all’ascesa al potere del fantoccio filoamericano Boris Eltsin, riprendevano la prospettiva del nazionalbolscevismo in chiave eurasiatistica.

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