Il discorso profetico di Enoch Powell sull’immigrazione

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Riceviamo da un nostro lettore

Il conservatore Enoch Powell (1912-1998) venne eletto al parlamento inglese per quasi quarant’anni, dal 1950 al 1987. Uomo di cultura (parlava 14 lingue e divenne professore di greco all’Università di Sidney a soli 25 anni), ricoprì la carica di ministro della Difesa, di Segretario di Stato ombra della Difesa e Segretario finanziario al tesoro. La politica di Powell viaggiava su due binari paralleli: difendere l’identità e la sovranità del Regno Unito, per questo motivo fu sempre molto critico nei confronti dell’Ue.

A Birmingham il 20 aprile 1968 pronunciò un discorso durissimo sull’immigrazione di massa passato alla storia col nome «Rivers of Blood».  Quel giorno Powell disse che «col passare del tempo, la quota totale degli individui discendenti dagli immigrati che è nata nel Regno Unito come noi crescerà rapidamente» infatti «i numeri sono l’essenza del problema». Per fermare questo fenomeno esiste solo un modo: bloccare gli afflussi e promuovere al massimo i rimpatri. Powell fa l’esempio di Wolverhampton, città industriale in cui arrivavano ogni settimana dall’estero 20 o 30 figli di immigrati. Poco più di quarant’anni dopo a Wolverhampton, nel 2001, il 22% della popolazione era di origine nera o di altre minoranze etniche, nel 2011 la percentuale è salita al 32% (principalmente indiani, caribici neri e asiatici).

Powell sosteneva che «Dobbiamo essere letteralmente pazzi come nazione nel permettere flussi annuali di circa 50.000 persone immigrate a carico, che sono per la maggior parte la materia prima per la futura crescita della popolazione di origine immigrata. È come se guardassimo una nazione terribilmente impegnata nell’alimentare la sua pira funeraria». Nel discorso denunciava anche l’ipocrisia di chi promuove leggi anti-discriminazione poiché «La discriminazione e la privazione, il senso di allarme e di risentimento non appartengono alla popolazione immigrata ma alla popolazione autoctona della nazione nella quale si sono trasferiti e nella quale continuano ad arrivare».

La sua invettiva prosegue con queste parole «Quando guardo avanti, sono pieno di presagi; come un Antico Romano, mi sembra di vedere “Il fiume Tevere schiumare di molto sangue”. Quello stesso fenomeno tragico ed intrattabile che guardiamo con orrore dall’altra parte dell’Atlantico, ma che è intrecciato con la storia e l’esistenza degli Stati Uniti, ci sta venendo addosso qui da noi, per nostra stessa volontà e a causa della nostra negligenza. Anzi, non è vero che ci sta venendo addosso, è già qui. In termini numerici, sarà di proporzioni americane molto prima della fine del secolo. Solo azioni decise ed urgenti lo eviteranno sin da ora. Non so se vi sarà la volontà pubblica di chiedere ed ottenere questa tipologia di azione. Tutto ciò che so è che vedere senza parlare sarebbe il Grande Tradimento».

All’epoca il Times definì il discorso di Powell un «evil speech», ma da un sondaggio risultò che l’80% dei cittadini britannici concordava con il politico conservatore. Sette mesi più tardi, il 16 novembre 1968, tenne un discorso alla conferenza annuale del Rotary Club di Londra, in cui ribadì la sua preoccupazione. Powell disse che «la popolazione delle aree urbane dello Yorkshire, delle Midlands e delle home counties sarà perlopiù, o interamente, costituita da afroasiatici. Ci saranno tante Washington in Inghilterra. La popolazione indigena, ossia il popolo inglese, che sogna ingenuamente di vivere nel proprio paese e nelle proprie città, sarà dunque sloggiato». In quel discorso affermò che nel 2002 i non bianchi sarebbero stati 4,5 milioni, dal censimento del 2001 è emerso che i non bianchi erano 4.635.296.

Powell pronunciò i suoi discorsi basandosi su di un fattore meramente numerico. Oggi proprio nella città in cui parlò dei pericoli dell’immigrazione, Birmingham, la seconda città più grande del Regno Unito, la popolazione bianca non rappresenta più la maggioranza. Dal censimento del 2021 è emerso che su di una popolazione di 1.144.922 milioni, il 48,7% sono europei, il 31% asiatici, il 10,9% neri caraibici e africani, il 4,8% meticci e il 4,6% altre etnie. Con questi numeri non stupisce se i sindaci di Birmingham degli ultimi hanno nomi poco europei come Mahmood Hussain, Chauhdry Abdul Rashid, Shafique Shah, Yvonne Mosquito, Mohammed Azim, Muhammad Afzal, Chaman Lal. Anche a Londra nei prossimi anni gli europei non saranno più la maggioranza, nel 2021 erano poco più della metà della popolazione. Dopotutto la capitale dal 2016 ha un sindaco pakistano musulmano: Sadiq Khan.

Nessuno è profeta in patria. Non conosciamo il destino del Regno Unito, anche se i numeri sono tutt’altro che rassicuranti. L’Italia è un Paese in cui arrivano quasi giornalmente centinaia o migliaia di immigrati. Quest’anno dal 1 gennaio al 17 aprile sono sbarcati 34.124 migranti, più del triplo rispetto degli anni passati. Possiamo far tesoro delle parole di Powell prima che sia troppo tardi? I flussi non si fermeranno da soli e non saranno le drammatiche tragedie in mare a fermare le partenze. La sostituzione etnica è una questione di numeri e di tempo. Occorre agire hic et nunc, possibilmente collaborando con gli altri paesi europei, è una questione di vita o di morte, letteralmente.