Fedelta’ alla propria natura [Parte I]

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di Julius Evola
Oggi quanto mai bisognerebbe persuadersi, che anche i problemi sociali, nell’essenza, rimandano sempre a problemi etici e di visione generale della vita. Chi pensa di risolvere i problemi sociali su di un piano puramente tecnico, rassomiglierebbe ad un medico che s’intendesse unicamente a combattere i sintomi epidermici di un male, invece di indagare e colpirne la radice profonda.
La gran parte delle crisi, dei disordini, delle disequazioni che caratterizzano la società occidentale moderna se, in parte, dipendono da fattori materiali, almeno in egual misura dipendono anche dal silenzioso sostituirsi di una visione generale della vita ad un’altra, da una nuova attitudine rispetto a se stessi e al proprio destino, che è stata celebrata come una conquista, laddove essa rappresenta una deviazione e una degenerescenza.
Per l’ordine di cose che qui intendiamo trattare, è di particolare rilievo l’opposizione esistente fra l’etica moderna «attivistica» e individualistica e la dottrina tradizionale ed aria relativa alla (natura propria». In tutte le civiltà tradizionali — in quelle che la vuota presunzione «storicistica» considera «superate» e che l’ideologia massonica giudica «oscurantistiche» —il principio di una fondamentale uguaglianza della natura umana fu sempre ignorato e fu considerato come una visibile aberrazione.
Ogni essere ha, con la nascita, una “natura propria”, il che equivale a dire un suo volto, una sua qualità, una sua personalità, anche se più o meno differenziata. Secondo i più antichi insegnamenti arii ed anche classici, in ciò non veniva del resto veduto un «caso», ma vi si presentiva l’effetto di una specie di elezione o di determinazione anteriore allo stesso stato umano di esistenza.
In ogni modo, la constatazione della «natura propria» non fu mai quella di un destino. Si nasce incontestabilmente con certe tendenze, con certe vocazioni ed inclinazioni, talvolta senz’altro palesi e precise, tal’altra latenti e tali da manifestarsi solo in particolari circostanze o prove.
Di fronte a questo elemento differenziato innato, legato alla nascita se non pure — come negli insegnamenti già accennati — a qualcosa che vien da lontano, che precede la stessa nascita, ognuno ha un margine di libertà. Ed è qui che si presenta l’opposizione delle vie e delle etiche: di quella tradizionale e di quella «moderna». Il cardine dell’etica tradizionale è esser sé e restar fedeli a se stessi.
Ciò che si «è», bisogna riconoscerlo e volerlo, anziché cercar di realizzarsi diversi a quel che si è. Ciò non significa per nulla passività e quietismo. Esser se stessi è sempre, in una certa misura, un compito, un «tener fermo». Implica una forza, una drittura, uno sviluppo. Ma questa forza, questa drittura, questo sviluppo, qui hanno una base, prolungano disposizioni innate, si legano ad un carattere, manifestano tratti di armonia. di coerenza con se stessi, di organicità.
L’uomo si avvia, cioè, ad esser «tutto di un pezzo». Le sue energie sono volte a potenziare e ad affinare la sua natura e il suo carattere e a difenderlo contro ogni tendenza estranea, contro ogni influenza alteratrice. E’ così che l’antica saggezza formulò massime, come queste: «Se gli uomini si fanno una norma d’azione non conforme alla loro natura, essa non deve essere considerata come norma d’azione».
E ancora: «Meglio il proprio dovere anche se imperfettamente compiuto, che il dovere di un altro bene eseguito. La morte nel compiere il proprio dovere è preferibile; il dovere di un altro ha grandi pericoli». Questa fedeltà al proprio modo d’essere assurse perfino ad un valore religioso: «L’uomo raggiunge la perfezione — è detto in un antico testo ano — adorando colui, dal quale tutti i viventi procedono e tutto questo universo è compenetrato, mediante il compimento del proprio modo d’essere».
Ed anche: «Fa sempre ciò che deve esser fatto (in conformità alla propria natura), senza attaccamento, perché l’uomo che agisce in un disinteresse attivo consegue il Supremo». ~ diventato purtroppo tin uso, oggi, inorridire non appena si ricordi il regime delle caste. «Caste?!». Ma oggi non si parla più nemmeno di «classi» e a mala pena di «categorie»! Oggi si fanno saltare i «compartimenti stagni» e si «va verso il popolo»!
Simili prevenzioni sono frutto d’ignoranza e al massimo si spiegano col fatto che, invece di considerare i principi di un sistema, ci si ferma a forme deviate, svuotate o degenerescenti di esso. Va notato anzitutto che la «casta» in senso tradizionale non ha assolutamente nulla a vedere con le «classi», queste essendo ripartizioni artificiali su base essenzialmente materialistica, mentre le caste si legavano alla teoria della natura propria e all’etica della fedeltà alla natura propria.
Per questa ragione — in secondo luogo — esistette spesso un regime di caste di fatto, in via naturale, senza alcuna statuizione positiva, quindi senza nemmeno che venisse usata la parola «casta» o una parola simile: come in una certa misura fu il caso anche nel Medioevo. Nel riconoscere la propria natura, l’uomo tradizionale riconosceva anche il suo «luogo», la propria funzione e i giusti rapporti di superiorità e di inferiorità.
Le caste, o gli equivalenti delle caste, in via di principio, prima di definire dei gruppi sociali, definivano delle funzioni, dei modi tipici di essere e di agire. Il fatto della corrispondenza delle tendenze innate ed accettate e della natura propria dei singoli a queste funzioni determinava la sua appartenenza alla casta corrispondente, di modo che nei doveri propri alla sua casta ognuno poteva riconoscere l’esplicazione normale della sua stessa natura.
Per questo nel mondo tradizionale il regime delle caste apparve spesso come una calma istituzionale naturale, fondata su qualcosa che era evidente agli occhi di tutti, e non sull’esclusivismo, stilla sopraffazione o sull’arbitrio di pochi. In fondo, il principio romano ben noto suum cuique tribuere riporta esattamente alla stessa idea: ad ognuno il suo.
Gli esseri, essendo disuguali, è assurdo che tutto sia accessibile a tutti, e ognuno, in via di principio, sia atto a qualunque funzione. Ciò implicherebbe una deformazione, uno snaturamento. Le difficoltà che sorgono in coloro che hanno in vista le condizioni attuali, ben diverse da quelle del sistema, di cui si sta parlando, si legano al fatto di rappresentarsi i casi, nei quali il singolo manifesta vocazioni e doti diverse, di quelle del gruppo in cui per nascita e per tradizione si trova.
Senonché in un mondo normale simili casi hanno sempre rappresentato una eccezione, e ciò per una ragione precisa: perché a quei tempi i valori di sangue, di razza e di famiglia venivano naturalmente riconosciuti e per tal via si realizzava in larga misura una continuità sia biologico-ereditaria, sia di vocazione, di qualificazioni e di tradizioni.
Appunto questa è la controparte dell’etica dell’esser se stessi; il ridurre al minimo la possibilità, che la nascita sia davvero un caso e che il singolo si trovi come uno sradicato, in dissonanza con il suo ambiente, con la sua famiglia se non perfino con se stesso, col proprio corpo e la propria razza. Inoltre, devesi rilevare che il fattore materialistico e utilitaristico in dette civiltà e società era notevolmente ridotto da valori più alti, intimamente vissuti.