A scuola di transizione

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Guai a mettere in discussione i dogmi del politicamente corretto e della nuova normalità, anche se la logica e la realtà li negano, anche se solo sul proprio profilo Facebook.

Vi riportiamo il commento di Pro Vita E Famiglia in merito allo scalpore suscitato dal colorito post sui social di un’insegnante dell’istituto comprensivo Vivaldi di Ostia, che potete leggere qui di seguito:

“A scuola vogliono che accompagniamo gli alunni delle medie fino al cancello esterno, vogliono che ad ogni uscita per il bagno siano accompagnati da noi docenti o dal collaboratore. Se il collaboratore non dovesse esserci noi dovremmo accompagnarli fino alla porta dei bagni”. Il discorso, intervallato da emoticon di risate, prosegue: “Ma attenzione: dobbiamo essere contemporaneamente sia in classe, sia, eventualmente, nel corridoio per accompagnare l’alunno perché ovviamente non ci sarebbe nessuno a sorvegliare la classe. Insomma dobbiamo sorvegliarli a ogni passo”. Poi l’attacco al provvedimento che consente di adottare il nome d’elezione per chi stia affrontando la transizione di genere: “Pare, sembra, che a dodici anni ormai gli stessi, considerati dal ministero dell’Istruzione come dei bimbi dell’asilo, siano abbastanza grandi da poter esercitare il loro diritto di cambiare sesso. Per il momento solo sulla carta, non ancora fisicamente, mannaggia. Insomma, tutta quella roba sull’identità di genere, quella m***a lì”.

(tratto da provitaefamiglia.it) – di Fabrizio Cannone

La cosiddetta Carriera Alias è uno degli ultimi marchingegni, escogitati dai fautori della teoria del gender, per sabotare la scienza e manipolare la biologia nelle scuole pubbliche italiane. E ciò in nome di una loro personale credenza, piuttosto colonizzatrice, quanto irrealistica e arcobaleno.

La Carriera Alias è stata di recente introdotta in alcune scuole della penisola, ma in modo surrettizio e strumentale, creando divisioni, imbarazzi e polemiche senza fine. Tutte cose di cui la scuola non ha alcun bisogno, arrivando sino al punto di imporla agli studenti, a volte minorenni e facilmente manipolabili da parte di adulti senza scrupoli.

Si tratta in sintesi della possibilità data allo studente con “dubbi di genere” o “in transizione” di scegliersi il proprio nome di elezione, all’interno del plesso scolastico frequentato, in sostituzione di quello legale e legittimo. Il quale viene giudicato non più consono con il proprio rivendicato (o sbandierato) “orientamento sessuale”.

Così lo studente Mario Rossi, di anni 16, potrebbe decidere autonomamente il prossimo anno di farsi chiamare Jessica da compagni, docenti, preside e personale amministrativo della scuola. E guai a coloro che non volessero ottemperare e desiderassero continuare a seguire la carta di identità: sarebbero come minimo giudicati moralisti, legalisti e antiquati, e se il ministero non interviene presto, rischierebbero una sanzione.

Ora, i fautori della scuola aperta e libera, senza regole (che non siano le loro), chiedono e auspicano sanzioni e multe per una coraggiosa docente dell’istituto comprensivo Vivaldi di Ostia che, sul proprio profilo Facebook ha, con la libertà che la Costituzione offre a tutti i cittadini, criticato la deriva della Carriera Alias e dell’identità di genere.

La docente, come riporta il quotidiano Repubblica, ha osato criticare il cambiamento di nome, in «Uno dei primissimi istituti comprensivi d’Italia dove è stata attivata la carriera alias», come avrebbe dichiarato la preside Federica Alessandra Inches. La quale, allertata da alcuni genitori che hanno scoperto il post, ha difeso la Carriera Alias, assicurando di aver «immediatamente condannato» il post social dell’insegnante.

Ma cosa diceva dunque il post all’origine delle polemiche? Una libera opinione che inizia così: «Pare, sembra, che a dodici anni ormai gli stessi [studenti], considerati dal ministero dell’Istruzione come dei bimbi dell’asilo, siano abbastanza grandi da poter esercitare il loro diritto di cambiare sesso».

Riflessione assolutamente legittima e perfino banale, a meno che al Vivaldi di Ostia non ritengano davvero che a 12 anni sia possibile “orientarsi” sessualmente come meglio si crede e obbligare gli adulti a seguire i propri dubbi di adolescenti. E dopo “pericolosissimi” emoticon e smile che ridono, la docente parla di «tutta quella roba sull’identità di genere, quella m…a lì».

Non ci piace la scurrilità e certi termini andrebbero evitati sempre, ma ci sembra inaccettabile la presa di posizione della preside che avrebbe detto, visibilmente scioccata dal post: «Sono senza parole, chiederò assolutamente spiegazioni alla docente». Ipotizzando perfino «un richiamo scritto o una sanzione».

Ma per cosa? Per il turpiloquio o per lesa maestà Gender? Neppure sulla propria pagina Facebook si può criticare ciò che andrebbe criticato – e vietato – in primis dal Ministero dell’Istruzione e del Merito?