Le Fiabe Tradizionali | Il vaso di maggiorana

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(A cura del Cuib Femminile RAIDO)
Giggi Zanazzo, all’anagrafe Luigi Antonio Gioacchino Zanazzo, (Roma, 1860-1911), è stato un poeta, commediografo, antropologo e bibliotecario italiano. Studioso delle tradizioni del popolo romano e poeta in romanesco, è considerato, insieme con Francesco Sabatini, il padre fondatore della romanistica. Alla sua scuola mossero i primi passi i più bei nomi della poesia dialettale romana, come ad esempio Trilussa.
Ha contribuito alla conoscenza del popolo di Roma e delle sue tradizioni, assorbendole dalla viva bocca degli anziani, appena in tempo prima che andassero definitivamente perdute, quando la città, ormai capitale d’Italia e soggetta ad una intensa immigrazione e modernizzazione, subiva una rapida trasformazione economica e sociale. La sua opera più famosa è «Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma», edita in tre volumi, insostituibile guida allo studio della cultura popolare cittadina e raro esempio di prosa in romanesco.
Nel 1907 pubblicò una raccolta di brillanti e fantastiche fiabe, storie e novelline tipiche di Roma, che il popolo locale tramandava di bocca in bocca da secoli e millenni, trascritte fedelmente in vernacolo romanesco, con stile arguto e fantasioso. Il testo si intitola «Novelle, favole, e leggende romanesche», da cui è tratta la fiaba del Vaso di maggiorana.
Parola chiave: TENACIA
Buona lettura!

C’era una volta un padre che aveva tre figlie; le due più grandi erano cattive di cuore, capricciose, e sempre scontente, mentre la più piccola era buona come il pane. Siccome il padre faceva il mercante, andava girando da un paese all’altro a fare le fiere.

Un giorno che doveva stare via più a lungo, chiamò tutte e tre le figlie, e disse loro: «Cosa volete che vi porti di regalo dalla fiera?» La più grande disse: «Io voglio un bell’abito di seta.» La mezzana: «Io voglio un bel cappello con le penne.» «E tu che vuoi?» fece il padre alla minore. «A me,» rispose quella, «portatemi un vaso di maggiorana.» «Nient’altro?» disse il padre, e lei rispose di no. Allora le baciò, gli raccomandò di fare le brave e di non litigare fra di loro, e partì. Però, quelle due disgraziate delle più grandi, appena il padre se ne fu andato, incominciarono a punzecchiare la più piccola, e a dirle che faceva la smorfiosa per farsi benvolere dal padre: insomma, tanto fecero e tanto dissero, finché un giorno ‘sta povera ragazza fu costretta, se voleva campare in pace, a chiudersi nella sua cameretta, senza farsi più vedere da nessuno.

Il padre, intanto, sbrigati gli impicci che aveva, dopo che ebbe comprati il cappello e il vestito per le due figlie maggiori, s’incamminò per un paese che non era il suo, quand’ecco che, a mezza via, si ricorda del vaso di maggiorana che doveva portare alla figlia minore. Dice: «E mò che faccio? Bravo chi riesce a tornare indietro!» D’altra parte, però, gli rincresceva di non poter accontentare la sua figliola: eh già, perché le voleva tanto bene, e poi, lei si era accontentata di così poco, che sarebbe stata una birbonata non accontentarla. E così, gira che ti rigira, però, non riusciva più a trovare nessuno che vendesse vasi di maggiorana. Finalmente, e dopo tanta fatica, trovò un bel giardino; entrò, e chiese al giardiniere se per caso avesse un vaso di maggiorana da vendergli. Quello, cerca che ti cerca, alla fine ne trova uno e gli disse: «Ecco a voi.» Il padre di quelle ragazze disse: «Quanto vi devo?» E il giardiniere gli rispose: «Non lo vendo: ve lo regalo. Sappiate che questo è il giardino del re. Pigliatevi pure il vaso, portatelo a vostra figlia, e raccomandatele tanto tanto di starci attenta, e di non farlo seccare.» Il padre di quelle ragazze ringraziò, tutto contento, il giardiniere, e, allegro come una pasqua se ne ritornò a casa sua. Le figlie gli corsero subito tutte e tre incontro: le più grandi, però, per la smania di vedere i regali; mentre la più piccola, invece, si era messa intorno al padre per aiutarlo a togliersi tutti gli impicci da addosso e per dargli una spolverata agli abiti. Dopo che il padre si fu riposato, chiamò la più grande e gli disse: «Tieni, Giulia, questo è l’abito per te.» E le diede un bell’abito di seta verde; poi, alla mezzana: «Questo è il tuo cappello.» E le diede un cappello con tante penne. Poi, tirò fuori il vaso di maggiorana e disse: «Teresina, questo è il vaso per te.» E le raccomandò come aveva detto il giardiniere. Di nuovo le sorelle presero a tormentarla tutti i momenti: ma lei si chiuse nella sua cameretta, e da quel giorno non volle più uscire nemmeno per mangiare.

Una sera che le sorelle erano andate a teatro, lei, che, come al solito, non aveva voluto andarci, se ne stava chiusa in camera tenendo stretto a sé stessa il vaso. Ed ecco che casualmente staccò una foglia di maggiorana e l’accostò al chiaro di un lume, e non appena la foglia bruciò, le comparve davanti un bel giovane che le disse: «Che volete? Perché mi avete chiamato?» Vi potete immaginare come ci restò Teresina: ci rimase di sale, e gli disse: «Io non ho chiamato nessuno. Voi chi siete? Come siete entrato qui?» Allora lui rispose: «Dovete sapere che io sono stregato e sto dentro a ‘sto vaso di maggiorana, e quando, mettiamo il caso, qualcuno brucia una foglia, vuol dire che io sono convocato; e io, allora, corro subito. Sappiate, dunque, che sono il figlio del re, e se voi siete altrettanto buona quanto bella, appena mi sarà passato l’incantesimo, vi sposo.» Infatti, cominciarono ad amoreggiare, e stabilirono che tutte le sere, appena le sorelle andavano a dormire, lei avrebbe bruciato una foglia e lui sarebbe venuto. «Però mi raccomando» le disse, «bruciatene solo una, perché se no vorrebbe dire che è successo qualche cosa di grave e io fuggirei a rompicollo; e siccome devo passare per tante scale di vetro, se cascassi finirei probabilmente per farmi male, e, facciamo gli scongiuri, potrei anche morire. Ecco, guardate.» Così dicendo, le mostrò un gran buco che si trovava sotto al suo letto, da dove era passato lui, spiegandole che c’erano un sacco di scale di vetro da là sotto, fino alla reggia di suo padre. Detto questo si salutarono e lui se la svignò per il buco da cui era passato.

Da quella sera in poi, Teresina, per paura che le cattive sorelle potessero danneggiare per dispetto il suo vasetto, non volle più uscire da casa, né di giorno, né di notte. Tuttavia, quelle birbanti delle sorelle, vedendo che lei non voleva più uscire, per farle dispetto stavano tutto il giorno a tormentare il padre per spingerlo a portarla a spasso, e, a forza di pregare, finalmente, una sera, il padre riuscì a convincerla a uscire con lui. E appena Teresina si fu allontanata con il padre, ecco che quelle due briganti delle sorelle maggiori, per farle un dispetto, entrarono nella sua stanzetta, e bruciarono tutto il vaso di maggiorana; poi chiusero la porta e fecero finta di niente. Quando Teresina rientrò e trovò il vaso ridotto in quello stato, le prese un colpo: infatti, guardò nel buco che stava sotto al letto e vide che le scale erano tutte frantumate; allora scoppiò a piangere così forte e a dire: «Sorellacce infami, me lo avete rovinato!» Poi, però, si fece coraggio. Andò da suo padre e gli disse che voleva vestirsi da uomo e partire subito; per quanto il padre tentò di fermarla, non ci furono santi; lei prese e partì.

Cammina, cammina, ogni tanto domandava a tutti quelli che incontrava: «Sapete niente del figlio del re?» E tutti rispondevano soltanto che stava per morire, ma che non sapevano altro. Quand’ecco che un giorno che si era fermata a riposare sul bordo di un fiume, sentì nelle vicinanze due donne che chiacchieravano; alzò lo sguardo, e vide, a pochi metri di distanza, due vecchiette che commentavano tra di loro dandole di spalle; una diceva: «Hai sentito le ultime sul figlio del re? Pare che stia morendo, poveraccio! Per quanti dottori abbiano convocato, nessuno è stato in grado di guarirlo. Dovrà sentire un gran rimorso quella civetta che invece di averne cura, ha finito per ridurlo così.» E quell’altra rispose: «Vedi, io potrei guarirlo anche subito con questo grasso di orco che tengo dentro a ‘sta scatoletta. ‘Sto grasso, se messo per bene sopra a una coperta di lana riscaldata, se dopo che la coperta viene stretta bene bene addosso al figlio del re, gli farebbe venir fuori tutti quei frammenti di vetro che gli si sono conficcati nella carne, e così guarirebbe in un istante. Ma io, per dispetto a quella brutta fraschetta, lo butto al fiume.» Così dicendo, buttò al fiume la scatola con il grasso dell’orco, dopodiché, le vecchie se ne andarono. Teresina, rimasta sola, afferrò un bel po’di pezzi di canna che stavano lì per terra, e, a forza di giuntarli insieme, riuscì a riacchiappare la scatoletta che stava galleggiando sull’acqua; poi, rimontò a cavallo, e arrivò di punto in bianco al paese dove si trovava quel re. Si dice che il padre del reuccio aveva fatto diffondere un editto in cui si diceva che qualunque medico che avesse in cura il figlio, se entro tre giorni non fosse stato in grado di guarirlo, lo avrebbe condannato al taglio della testa.

Quando quella ragazza si presentò davanti al padre del reuccio, quello, credendola un vero medico, le disse: «Ragazzo, non vi compromettete: voi siete un bel giovane, e mi rincrescerebbe dovervi condannare a morte se entro tre giorni non riusciste a guarire il mio figliolo.» Ma lei si seppe destreggiare così bene, che finalmente il re le disse: «E vabbè, provateci pure. Ma se fra tre giorni, badate bene, mio figlio non sarà guarito, voi sarete morto.» Così dicendo, la fece accompagnare nella camera del figlio. Allora Teresina comandò che le fossero portate tre coperte di lana e fece accendere un gran fuoco; poi, fece chiudere tutte le porte, e diede ordine di non lasciar entrare nessuno, senza farsi prima annunciare. Allora, cominciò a far scaldare bene bene le coperte, e quando furono belle calde, prese la scatola con il grasso di orco, e iniziò a ungere bene bene tutta la coperta. Unta che fu, la prese e vi avvolse completamente il figlio del re. Dopo un po’, infatti, i vetri che si erano conficcati nel corpo del giovane cominciarono a fuoriuscire e rimasero attaccati alla coperta; allora lei ripeté l’operazione per diverse volte, fino a quando anche l’ultima ferita si fu rimarginata. E quando vide che il figlio del re era fuori pericolo, s’arrischiò a rivelarsi a lui e gli raccontò per filo e per segno tutta la faccenda. Quando il reuccio seppe che erano state le perfide sorelle di Teresina a cagionare tutto il male che aveva patito, e non Teresina (come invece aveva inizialmente sospettato), chiamò suo padre e gli raccontò così e così, spiegando come si erano svolti i fatti. E suo padre, per premiare l’amore di Teresina, e per far contento il figlio, li fece sposare subito. E vissero allegri e contenti.

Così, con un tozzo di pane

e una gallina verminosa,

evviva la sposa.

(fonte:http://www.paroledautore.net/)