Rigenerazione Evola | Spengler e i tempi ultimi – Speciale Russia (III)

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Tratto da RigenerazionEvola

Terza puntata della parte finale della lunga intervista-saggio che il nostro amico Elio Della Torre, uno dei fondatori di Cinabro Edizioni, di cui cura, in particolare, la direzione editoriale, ci ha concesso su Oswald Spengler, dedicata in particolare alla Russia; uno Speciale di RigenerAzione Evola, in cui, partendo dall’analisi spengleriana sul gigante eurasiatico, si arriva all’attualità geopolitica. Oggi, con una puntata molto densa di argomenti, dall’Heartland e dalle “dottrine” geopolitiche di Zbigniew Brzezinski arriviamo a parlare della guerra in Ucraina, con alcuni cenni importanti a Georgia e Kazakistan. Ricordiamo ancora, in parallelo, l’uscita del nuovo numero della rivista trimestrale “FUOCO – informazione che accende”, edita proprio da Cinabro Edizioni (e della cui redazione Elio è membro), in cui trova spazio anche un lungo approfondimento sugli scenari e le prospettive della guerra (o “operazione speciale”) in Ucraina, con articoli di Maurizio Murelli ed Andrea Marcigliano (sulle implicazioni geopolitiche della crisi), di Gianluca Marletta (sulla dilagante russofobia), di Daniele Perra (sul significato escatologico della Russia e del conflitto), di Enzo Iurato (su Solženicyn e le sue capacità profetiche sui destini della Russia e del mondo), e con un’intervista a Gianni Alemanno (in qualità di portavoce del Comitato “Fermare la guerra”).

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Continuiamo il nostro approfondimento geopolitico: gli equilibri mondiali si stanno giocando, di fatto, sulla prospettiva eurasiatica, di cui abbiamo disegnato i tratti, e sulla centralità strategica dell’Heartland. La Russia è, pertanto, sempre di più l’asse intorno al quale ruotano tali equilibri …

Sì, e ovviamente il discorso qui diventa estremamente delicato e complesso. Sta di fatto che, come hai detto, sulla centralità strategica dell’Heartland si giocano i destini dell’umanità. Dopo il crollo dell’URSS (e molto si potrebbe dire anche sulla Guerra Fredda, sul ruolo che ha avuto l’Unione Sovietica nei decenni e su come e perché è nata, ma andremmo veramente troppo lontano), sicuramente gli Stati Uniti hanno cercato di neutralizzare il più possibile il rischio che la Russia tornasse ad avere un ruolo, una dimensione, una visione, una forza assimilabili a quelli antecedenti alla Rivoluzione d’Ottobre; o meglio, antecedenti a quelle riforme che, alla fine del XIX secolo, avevano preparato il terreno per la rivoluzione bolscevica, introducendo di fatto il sistema capitalistico in Russia; riforme poste in essere sotto i regni di Alessandro II (1855-1881) e di Alessandro II (1881- 1894), cui seguì una pioggia di capitali liquidi provenienti da ovest, e in particolare dalla Francia, che invasero e stravolsero l’economia russa, preparando appunto l’avvento del primo grande esperimento di massa di socialismo reale, che avrebbe “congelato” l’impero russo per decenni. E chi tentò di opporsi alla deriva in atto, il famoso primo ministro Pëtr Arkad’evič Stolypin, sotto Nicola II, finì per essere, ovviamente, ucciso, nel 1911…

Dopo la caduta dell’URSS, gli Stati Uniti, venendo meno a quanto formalmente promesso, hanno iniziato un lento, graduale, ma costante processo di avvicinamento ed accerchiamento della Russia e dei paesi satelliti della CSI, tramite l’avanzata della NATO, lo strumento colonizzatore per eccellenza degli americani. In parallelo, è stato avviato un sofisticato processo di penetrazione nel tessuto socio-culturale della Russia e dei paesi limitrofi, attraverso le note quinte colonne: ONG, associazioni e fondazioni “filantropiche” per la “difesa dei diritti umani”, think thank filooccidentali e “progressisti” ecc.. Ad esempio, le famose “Open Society Foundations” di George Soros, messe poi al bando da Putin in Russia, avrebbero dovuto costituire una vera e propria “rete” che costituisse la base per l’edificazione di tante “società aperte”, vale a dire corrotte dai disvalori dell’occidente traviato, nei paesi dell’Europa centrale e orientale e nelle ex repubbliche sovietiche. L’obiettivo era quello di dominare in prima battuta il Rimland, di ottenere l’alleanza dei paesi che lo compongono (soprattutto tramite governi fantoccio prima ancora che con lo strumento della NATO, troppo esplicito in quelle aree), per poi accerchiare l’Heartland.

La politica estera statunitense ha avuto varie oscillazioni, anche perché al suo interno c’è chi non ha mancato di criticare i rischi connessi alla ricerca ossessiva del mantenimento, sempre più difficile, di un ordine mondiale unipolare a marca americana e fondato sul dollaro. In tal senso, l’alleanza economica con la Cina raggiunta negli anni passati, in vari settori di reciproca interazione, andava letta anche nell’ottica della prospettiva di sottrarre il paese del Dragone alla sfera d’influenza ed alleanza con la Russia e al blocco dei BRICS, garantendo alla Cina un ruolo egemone in Asia, pur dovendo lasciare anche un certo “spazio geopolitico” al Giappone e all’India. E ricordiamo che la Cina deteneva un’ampia fetta del debito pubblico americano, pari a circa 1.500 miliardi di dollari nel 2015. Poi, il cambio di rotta della politica americana e le politiche ostili anticinesi intraprese da Trump e Biden hanno nuovamente riacceso le vecchie ostilità. Peraltro la Cina conosce bene gli Stati Uniti, e non ha mai di fatto voltato le spalle alla Russia né tantomeno all’alleanza BRICS. Lo dimostra la situazione odierna, in cui, dopo la crisi ucraina, la Cina ha rinnovato il suo patto di alleanza strategica con la Russia e ribadito la necessità di un ordine multipolare. Gli Stati Uniti hanno risposto rinfocolando la crisi di Taiwan e promuovendo il tentativo di mettere in piedi una sorta di “Nato asiatica”, il cosiddetto QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), cioè “Dialogo Quadrilaterale di Sicurezza”, costituito da Stati Uniti, Giappone, India e Australia, proprio in funzione anti-cinese.

Di fatto, queste rinnovate frizioni tra i due colossi, unitamente alle politiche monetarie restrittive della Federal Reserve, hanno portato i cinesi, tra le altre cose, ad avviare una progressiva dismissione dei titoli di Stato americani che detenevano nel loro portafoglio, fino a giungere, nel marzo scorso, al minimo storico dal 2009, con la soglia di 859,4 miliardi di titoli del Tesoro USA. E, da diversi mesi ormai, la Cin sta acquistando oro per liberarsi del dollaro nelle proprie riserve, come peraltro stanno facendo molti altri paesi.

L’obiettivo americano di tenere sotto controllo la Russia negli anni in cui la macchina dei Soviet stava implodendo (o veniva fatta implodere) è passato dall’opera “preparatoria” di Mikhail Gorbaciov fino allo smantellamento ed alla dissoluzione del mondo russo operata da Boris Eltsin, l’uomo di Washington, eletto presidente della Federazione Russa nel 1991. I governi sotto la presidenza Eltsin, fino al 1999, attuarono la famosa “terapia shock” fondata sul passaggio repentino all’economia di mercato e su un piano di privatizzazioni massicce, raccomandata e controllata dagli Stati Uniti, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, che distrusse l’economia del paese, portò il controllo delle imprese e dei capitali ai noti oligarchi che trasferirono poi miliardi di dollari in contanti e in beni fuori dal Paese, generando un’enorme fuga di capitali, la recessione economica, il collasso dei servizi sociali, il crollo della natalità, l’aumento esponenziale di povertà e mortalità, l’avvento della corruzione più estrema, dell’illegalità e della criminalità.

Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin

La Russia fu costretta ad assumersi la responsabilità della liquidazione dei debiti esteri dell’Unione Sovietica, elevati disavanzi di bilancio impedirono il pagamento della liquidazione dei debiti contratti dall’Unione Sovietica e causarono la crisi finanziaria russa del 1998, che sfociò in un ulteriore calo del PIL. Gli anni Novanta furono anche segnati da conflitti armati nel Caucaso del nord, da scontri etnici locali, da insurrezioni di  gruppi islamisti separatisti (si pensi alla Cecenia), adeguatamente armati e finanziati, come da prassi.

In questo quadro catastrofico, dopo le dimissioni di Eltsin nel 1999, l’arrivo di Vladimir Putin al potere, quale Presidente, con una breve parentesi come capo del governo, è stato un colpo terribile per le prospettive americane: il neo-zarismo di Putin, la sua alleanza con la Chiesa Ortodossa, il richiamo alle tradizioni e la barriera posta alla penetrazione di determinate istanze sovversive dell’occidente corrotto, al di là delle ragioni della realpolitik, la rinascita economica, la prospettiva di un’alleanza sempre più profonda con l’Europa (la Germania in particolare) e il materializzarsi di una salda prospettiva eurasiatista, hanno reso la Russia di Putin il nemico principale del blocco angloamericano e delle oligarchie globaliste.

L’obiettivo di balcanizzare e di frantumare il territorio russo, di distruggerlo economicamente e di riportarlo politicamente ai tempi di Boris Eltsin, di staccare la Russia dalla Germania e dall’Europa, in modo da completare poi l’operazione aprendola alle contaminazioni socio-culturali dell’occidente traviato, fino a renderla parte integrante del Nuovo Mondo in fase di elaborazione, è diventata una priorità.

Quindi tutta una serie di mosse geopolitiche americane negli ultimi vent’anni almeno sono funzionali all’indebolimento della Russia, al suo allontanamento dalla Germania e dall’Europa e a sottrarle il controllo sul cuore dell’Asia? E la guerra in Ucraina si può sicuramente inquadrare in tale contesto. Te la senti di farci un’analisi di cosa è accaduto in questa terra martoriata negli ultimi anni?

Sì, certamente. L’accelerazione che è stata data a certe “operazioni” da un certo momento in poi sta portando i primi frutti, in particolare con il conflitto armato in quella che personalmente ho ribattezzato la “Siria d’Europa”, cioè l’Ucraina, la terra prescelta quale testa di ponte per l’attuazione dei piani antirussi sul fronte europeo, mentre si stringe sempre più l’accerchiamento NATO intorno alla Russia sempre da quel versante. Ricordate quanto scrisse in tempi non sospetti il celebre politologo e stratega americano di origini polacche Zbigniew Brzezinski nel suo famosissimo saggio “La Grande Scacchiera”: “L’indipendenza dell’Ucraina è il fattore che modifica la natura stessa dello Stato russo. Da questo unico fatto deriva una importante nuova casella nel gioco degli scacchi euroasiatico e diventa un cardine geopolitico. Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero in Eurasia (…)”; il rinforzo dell’indipendenza dell’Ucraina “respinge la Russia all’estremo est dell’Europa e la condanna a non essere più, nell’avvenire, che una potenza regionale”.

L’Ucraina doveva, a tutti i costi, essere sganciata dal mondo russo, ed incorporata nell’occidente atlantista. A tal fine, per anni si è pianificata ed attuata una penetrazione nei gangli politico-economico-sociali ucraini: un intreccio di interessi, manipolazioni, ingerenze di ogni genere, compreso il piano di sviluppo di un movimento nazionalista ucraino in chiave antirussa, da attuare anche foraggiando e strumentalizzando partiti e gruppi di ispirazione neonazista, seguaci di Stepan Bandera (e in questo ha giocato un ruolo fondamentale l’oligarca miliardario Igor Kolomojskij, su cui magari torneremo), quando in realtà sul territorio dell’Ucraina dopo il 1991 c’erano popoli e territori con storie, identità, lingue e culture completamente diverse, la maggior parte dei quali affini ai russi o russificati. Ma non importa: altrove le forme autocratiche, nazionalistiche, “sovraniste”, come si dice oggi, vengono accuratamente represse e demonizzate. In Ucraina, al contrario, no: perché occorreva farne una “nazione” filooccidentale, crearne un’identità artificiale da giocare in chiave antirussa, descriverla come una nascente democrazia libera, aperta, “open mind”, minacciata dall’autocrazia putiniana.

Bandiere ucraine e dell’UE nelle rivolte di Euromaidan del 2014 (from wikipedia commons, author Evgeny Feldman – under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license)

Nel 2004 si ebbe la prima “rivoluzione arancione”, foraggiata e finanziata, al fine di contestare e rovesciare i risultati delle elezioni presidenziali che avevano visto la vittoria di Viktor Janukovyč, considerato troppo filorusso. Le contestazioni portarono a nuove elezioni ed alla vittoria dello sfidante Viktor Juščenko nel gennaio 2005, sotto il quale la famosa Julija Tymošenko fu Primo Ministro nel 2005 e nuovamente dal 2007 al 2010. Viktor Janukovyč tornò presidente nel 2010, dopo aver sconfitto proprio la Tymošenko.

Nel 2013 il governo a guida Mykola Azarov sospese inaspettatamente l’accordo di partenariato tra l’Ucraina e l’Unione europea, pianificato per due anni e pronto per la firma il 29 novembre: un primo passo verso l’acquisizione dell’Ucraina all’occidente atlantista, cui Janukovyč alla fine si oppose, probabilmente a seguito delle pressioni di Putin, che aveva ben compreso quanto stava accadendo. Gli elementi più filo-russi nella compagine governativa sembrarono quindi aver preso il sopravvento al momento decisivo.

Questo voltafaccia costò caro a Janukovyč: proprio dal novembre 2013 iniziarono le manifestazioni di massa a Kiev, note come “Euromaidan” (“Euro-piazza”), la seconda grande rivoluzione di piazza, cui parteciparono anche diversi gruppi nazionalisti (da Svoboda al Partito Radicale a Pravyi Sektor) pianificata, finanziata e gestita dalla CIA e dai suoi uomini, su indicazioni di Joe Biden (all’epoca vicepresidente sotto Obama) e Victoria Nuland (all’epoca sottosegretario di Stato per gli affari politici), e col supporto dell’immancabile George Soros, per rovesciare la situazione e premere sull’acceleratore della destabilizzazione dell’Ucraina e della sua acquisizione al blocco atlantista. Si giunse così alla destituzione ed alla fuga di Janukovyč, ed alle dimissioni di Azarov, che, oggetto di mandati di cattura e di sanzioni internazionali da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Norvegia, Canada e Svizzera a causa del suo ruolo nell’Euromaidan, si è rifugiato all’estero.

Quindi la presidenza passò nel febbraio 2014 ad interim ad Oleksandr Turčynov, con piena soddisfazione americana: Joe Biden, insieme agli uomini del suo staff, giunsero a Kiev nell’aprile 2014 per garantire pieno supporto al nuovo corso ucraino, e dopo tre giorni, il 18 aprile 2014, Hunter Biden, il figlio di Joe, su cui pesano diversi scandali, entrò nel consiglio di amministrazione della società Burisma Holdings, la celebre azienda privata cipriota, operante prevalentemente in Ucraina, holding di numerose imprese attive nel settore dell’esplorazione, produzione e vendita di gas naturale e petrolio, nonostante non parlasse la lingua e non avesse particolari esperienze nel campo energetico.

Il 26 febbraio 2014 viene cooptato quale nuovo primo ministro ad interim Arsenij Jacenjuk, politico esperto e navigato, vecchia conoscenza a stelle e strisce: era lui l’uomo “prescelto” per traghettare la nazione almeno fino alle elezioni presidenziali di maggio dal Dipartimento di Stato USA fra i tre candidati dell’opposizione alla carica di Primo Ministro dell’Ucraina, come risultò dalle parole di Victoria Nuland che, nella famosa telefonata pubblicata su Youtube proprio pochi settimane prima, il 4 febbraio, ne faceva il nome all’ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, avvenuta il 28 gennaio: “Penso che Yats (cioè “Yatsenyuk”) sia l’uomo che ha l’esperienza economica e di governo”, diceva la Nuland nella famosa telefonata, in cui sparò l’altrettanto famoso “fuck EU!”, con cui si palesava l’intenzione americana di tenere l’Unione Europea al di fuori della gestione dell’affaire Ucraina.

Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, 2014: John Kerry con Vitali Klychko, sindaco di Kiev dal 2014 (a sinistra), Petro Poroshenko e Arseniy “Yats” Yatsenyuk (ultimo a destra)

La Russia, alla luce della grave situazione, alla fine del febbraio 2014 procedette all’annessione della Crimea; il mese successivo, dopo la decisione del nuovo governo di Jacenjuk di proibire l’uso della lingua russa nelle regioni russofone del paese e a seguito di pesanti provocazioni e persecuzioni in quelle zone, già in atto da tempo e ulteriormente aggravatesi, nelle maggiori città del Donbass si svolsero diverse proteste filorusse, appoggiate dalla Russia. A inizio aprile le manifestazioni si intensificarono, provocando la rivolta armata da parte delle milizie separatiste nelle città di Donec’k, Luhans’k, Horlivka, Slov”jans’k e Kramators’k.

Nel frattempo, nel marzo 2014, furono sottoscritte le disposizioni politiche dell’accordo di associazione Ucraina-Unione europea, rimandando il discorso sulle questioni relative all’integrazione commerciale, in attesa dei risultati delle elezioni presidenziali del 25 maggio.

Intanto, ad Odessa, il 2 maggio 2014, in seguito a pesanti scontri tra estremisti nazionalisti ucraini di Pravyi Sektor e sostenitori del precedente governo filo-russo deposto, una cinquantina di persone appartenenti a questi ultimi, si rifugiarono presso la Casa dei Sindacati, dove 48 persone morirono bruciate vive in un rogo innescatosi probabilmente a causa di bottiglie incendiarie: strage su cui è rapidamente calato il silenzio, e che è rimasta di fatto impunita. Dopo questa tragedia, le forze separatiste si costituirono nelle repubbliche popolari di Doneck e Lugansk e dichiararono l’indipendenza l’11 maggio in seguito ad un referendum.

E, a questo punto, arriva sulla scena Petro Porošenko e si giunge alla firma dei famosi “accordi farsa” di Minsk, nonché ad un grave scisma all’interno del mondo cristiano ortodossso ucraino.

Esattamente. Si arriva così alle elezioni presidenziali del 25 maggio 2014, con le quali giunge al soglio presidenziale ucraino il grande manipolatore e macellaio che hai appena menzionato, già ministro e capo del Consiglio della Banca Nazionale dell’Ucraina, prescelto dagli americani per andare ancora oltre: Petro Oleksijovyč Porošenko, imprenditore dal passato imbarazzante, legato a filo doppio a George Soros. Con lui si incrementò ulteriormente il nazionalismo interno e la repressione antirussa nelle regioni indipendentiste, anche a suon di bombardamenti su scuole, asili ed ospedali, di cui ovviamente nessuno si ricorda: “I nostri figli andranno nelle scuole e negli asili, mentre i loro saranno si dovranno rintanare negli scantinati!”, ebbe modo di dichiarare senza troppi fronzoli. In quelle terre, ormai, era in atto una sanguinosa guerra civile.

Subito Porošenko provvede, il 27 giugno 2014, a firmare con l’UE la parte economica dell’accordo Ucraina-Unione europea: l’anticamera dei passaggi successivi in vista dell’adesione all’UE e alla NATO, su cui Bruxelles e Washington lavorano alacremente. Parte dell’accordo con i relativi allegati e protocolli sono stati applicati in via provvisoria dal 1º novembre 2014, un’altra parte dal 1º gennaio 2016, per quanto riguarda le disposizioni relative alle competenze dell’UE. L’intero accordo è entrato ufficialmente in vigore il 1º settembre 2017 in seguito alla ratifica dell’accordo da parte di tutti i firmatari.

Dopo pochi mesi dall’elezione di Porošenko, a fine novembre 2014, si instaura il secondo governo di “Yats” Jacenjuk, che vedeva al suo interno, guarda un po’, tre ministri stranieri scelti da due società di selezione di personale dietro il finanziamento della Fondazione “Renaissance” di George Soros: Natalie Jaresko (ucraina, amministratore delegato di un fondo di investimenti americano) al Ministero delle Finanze, il banchiere lituano Aivaras Abromavicius (partner di una società di investimenti) al Ministero dell’Economia, e Alexander Kvitashvili (già ministro della Salute e del Lavoro nel governo georgiano) al Ministero della Salute.

11 febbraio 2015: a Minsk, capitale della Bielorussia, Vladimir Putin e Petro Poroshenko firmano il secondo protocollo per il cessate il fuoco nel Donbass: nella foto, i due leader insieme al “padrone di casa”, Alexander Lukashenko (a sinistra), e con Angela Merkel e Francois Hollande in rappresentanza di Germania e Francia, quali paesi mediatori dell’accordo.

E veniamo agli accordi di Minsk, di cui parlavi, e che giustamente hai definito “accordi farsa”. Infatti, sul fronte della guerra civile nelle regioni separatiste, dopo alterne vicende (compreso il famoso abbattimento del volo Malaysia Airlines 17, che provocò la morte di 298 persone, abilmente attribuito ai separatisti filorussi, ma la cui vicenda nascondeva ben altre imbarazzanti verità…), il 5 settembre 2014 i presidenti di Russia e Ucraina, con la presenza dei rappresentanti delle due repubbliche popolari, si incontrarono a Minsk siglando un protocollo per stabilire il cessate il fuoco, cui seguì la firma di un nuovo protocollo (cd. “Minsk 2”) il 12 febbraio 2015. Tali accordi furono sistematicamente violati, centinaia di volte, in particolare dall’Ucraina (ovviamente su input esterni ben precisi): Porošenko e “Yats”, in base alle istruzioni ricevute, hanno distrutto i fragili equilibri di Minsk con provocazioni continue e bombardamenti pesanti nelle aree di Donetsk e Lugansk, cercando di trascinare Mosca già allora nel conflitto. In tal senso già in quel periodo, come accaduto anche di recente, il governo ucraino (sempre teleguidato) elaborò un piano per impadronirsi della Transnistria, la striscia di russofoni tra Moldavia e Ucraina.

Gli accordi di Minsk, in realtà, servirono per consentire all’esercito ucraino, distrutto e ormai privo di possibilità operative, di limitare le perdite e di riorganizzarsi per la futura guerra frontale (per procura) che avrebbe dovuto chiamare in causa la Russia stessa, nelle regioni annesse, in Crimea, e non solo, attraverso finanziamenti, armi, addestratori Nato sul campo, ed il reclutamento di nuove milizie, mercenarie e paramilitari (i gruppi banderisti, tra cui il famoso battaglione Azov), da inglobare nell’esercito.

Angela Merkel e Francois Holland, di recente l’hanno ammesso palesemente, nel silenzio vergognoso di tutti. Ne poterono parlare a buon titolo, dato che parteciparono attivamente ai negoziati che portarono al secondo protocollo di Minsk. Riporto le parole della Merkel: “Gli accordi di Minsk sono serviti a dare tempo all’Ucraina. Tempo che ha usato per rafforzarsi, come possiamo vedere oggi. L’Ucraina del 2014-2015 non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto all’inizio del 2015 durante i combattimenti intorno a Debaltsevo (una città del Donbass, Oblast’ di Donetsk), Putin avrebbe potuto vincere facilmente. E dubito fortemente che all’epoca la Nato sarebbe stata in grado di aiutare l’Ucraina come lo è oggi… Era ovvio per tutti noi che il conflitto sarebbe stato congelato, che il problema non era risolto, ma questo ha solo dato tempo prezioso all’Ucraina”. E Hollande, a ruota: “Sì, Angela Merkel aveva ragione su questo punto” spiegando che gli accordi di Minsk “servirono a fermare la Russia per un po’ (…) Dal 2014 l’Ucraina ha rafforzato la sua posizione militare. In effetti, l’esercito ucraino era completamente diverso da quello del 2014. Era meglio addestrato ed equipaggiato. È merito degli accordi di Minsk aver dato all’esercito ucraino questa opportunità. Inoltre, l’Europa non si è divisa e ha subito sostenuto l’Ucraina e gli Stati Uniti hanno fornito un aiuto considerevole”. Tutto molto chiaro, direi.

Il 14 aprile 2016 Yats (un po’ deludente per i suoi mandanti) annuncia le sue dimissioni, e gli subentra quale capo del governo Volodomyr Hrojsman. E’ importante ricordare un altro dato: nel giugno 2016 (con inizio esattamente il 7 giugno, anniversario dell’avvio dell’Operazione Barbarossa nel 1941: che provocazione per i Russi …) gli americani organizzarono la più grande simulazione bellica in Europa orientale dalla fine della Guerra Fredda ad oggi: “Anakonda 2016”, che coinvolse circa 30.000 uomini, 19 paesi Nato e partner: Georgia, Ucraina, Kosovo (riconosciuto ovviamente come Stato dagli americani), Macedonia, Svezia e Finlandia. Ufficialmente a guida polacca, Anakonda fu in realtà guidata dallo U.S. Army Europe, che ha la missione ufficiale di “promuovere gli interessi strategici americani in Europa ed Eurasia” e che ogni anno effettua svariate operazioni militari nei vari paesi dell’area. Altre operazioni provocatorie mascherate come esercitazioni militari NATO si sono ripetute negli anni seguenti nell’Europa orientale.

Il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo firma il decreto (tomos) dell’autocefalia della Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Dietro di lui, il nuovo primate Epifanio I d’Ucraina con un klobuk bianco (from wikimedia commons, Attribution: President.gov.ua,  under the Creative Commons Attribution 4.0 International license. with no changes)

Nel frattempo, il lavoro di sabotaggio interno all’Ucraina e di suo distacco dal mondo russo proseguiva, andando a toccare anche il piano religioso, come hai sottolineato nella domanda. In Ucraina, fino al 2018, il cristianesimo ortodosso faceva capo a tre autorità religiose: la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, storicamente nata nel 1921, dopo la breve esperienza della repubblica Popolare Ucraina nell’ambito della prima fase della rivoluzione russa (1917-20), poi sciolta nel 1936, ricostituita per breve tempo sotto l’occupazione tedesca (1942-44), e poi una terza volta nel 1990, con la caduta dell’URSS; la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev, nata nel 1992 in seguito al rifiuto della Chiesa ortodossa russa di concedere l’autocefalia alla sua Metropolia in Ucraina; infine, la Chiesa ortodossa ucraina, quale chiesa “autonoma” sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. Fino al 2018 solo la Chiesa dipendente dal Patriarcato di Mosca ha goduto del riconoscimento della comunità cristiana ortodossa internazionale; le altre due erano di fatto considerate “scismatiche” dal Patriarcato di Mosca.

Poi, a seguito di un lungo lavoro sotterraneo in cui Porošenko e l’Occidente hanno giocato un ruolo di primissimo piano, si è arrivati a due fondamentali avvenimenti: il 15 ottobre 2018, si è consumato un clamoroso scisma tra la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca ed il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli (notoriamente vicino a posizioni filo-occidentali e atlantiste), a seguito dell’interruzione unilaterale da parte del Patriarcato di Mosca della piena comunione con quello di Costantinopoli. Quale ne era stata la causa? E’ presto detto: pochi giorni prima, l’11 ottobre, il Santo Sinodo del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli aveva deliberato: 1) di ristabilire immediatamente a Kiev un organismo ecclesiastico subordinato direttamente al Patriarca ecumenico; 2) la revoca dell’autorizzazione del 1686 che aveva concesso al patriarca di Mosca di ordinare il metropolita di Kiev e la revoca delle scomuniche che avevano colpito il clero e i fedeli delle due chiese ortodosse ucraine non riconosciute che abbiamo sopra citato; 3) in conseguenza di quanto sopra, l’ intenzione unilaterale di concedere l’autocefalia, e quindi l’indipendenza, alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Cosa doveva intendersi con quest’ultima denominazione? Essa, a seguito del concilio di riunificazione tenutosi il 15 dicembre 2018, rappresenta la “nuova” Chiesa unitaria ucraina, in cui sono confluite la Chiesa autocefala ucraina e la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev, insieme ad alcuni metropoliti della Chiesa ortodossa ucraina. Abbiamo quindi, oggi, da una parte, una Chiesa ortodossa dell’Ucraina, il cui primate, con il titolo di metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, è Epifanio I, dipendente dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e allineata su posizioni atlantiste; dall’altra parte, la Chiesa ortodossa ucraina facente capo al Patriarcato di Mosca, il cui primate è il metropolita Onufrij, al secolo Orest Volodymyrovyč Berezovs’ky.

La rottura che il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha sancito il 15 ottobre 201 è stato un evento incredibile: tutti i membri del Patriarcato di Mosca (sia clero che laici) non possono più prendere parte alla comunione, al battesimo e al matrimonio in qualsiasi chiesa controllata dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. A ruota, la Chiesa ortodossa russa ha rotto le relazioni e le comunione eucaristiche con l’arcivescovo Geronimo II di Atene, primate della Chiesa di Grecia, il patriarca greco-ortodosso di Alessandria, Teodoro II, e l’arcivescovo Chrysostomos II di Cipro, a seguito di vari atti di questi ultimi che hanno comportato, da parte loro, il riconoscimento di Epifanio I e della nuova Chiesa d’Ucraina.

Quindi, anche sul fronte religioso in Ucraina sono stati creati danni gravissimi, si è riproposta una rottura tra il fronte filo-atlantista e il fronte russo. Con conseguenze gravissime negli equilibri interni dei fedeli e dei religiosi ucraini. Sappiamo, ad esempio, a quali privazioni, umiliazioni e soprusi sono sottoposti in questi mesi gli ortodossi ucraini accusati di collaborazionismo con Mosca, e di cui nessuno, ovviamente, parla: si pensi alla vicenda dei monaci e degli studenti di teologia di Pechersk Lavra, il “Monastero delle grotte”, uno dei più importanti centri della spiritualità ortodossa slava nel centro di Kiev.

E poi tocca al grande attore di questa tragedia, in tutti i sensi … Volodymyr Zelens’kyj, sotto la cui “reggenza” si arriva all’operazione Speciale Militare della Russia in territorio ucraino.

Giugno 2019, Bruxelles: Volodymyr Zelensky, da poco eletto presidente dell’Ucraina, riceve l’ “investitura ufficiale” della NATO da Jens Stoltenberg (from wikimedia commons, Attribution: President.gov.ua, under the Creative Commons Attribution 4.0 International license, with no changes)

Infatti. Si avvicinavano le nuove elezioni presidenziali, e gli Stati Uniti avevano individuato il nuovo uomo da buttare nella mischia: Volodymyr Zelens’kyj, che, com’è noto, nasce come attore, comico (di pessimo gusto: certi suoi spettacolini in costume adamitico sono visibili anche su internet …) e produttore: ha fondato con Ivan Bakanov la casa di produzione Kvartal 95, che ha prodotto diversi film, cartoni animati e serie TV.

A quel punto arriva (ovviamente non a caso) nella vita di Zelens’kyj il celebre oligarca miliardario Ihor Kolomojs’kyj, ex governatore dell’oblast’ di Dnipropetrovs’k, fondatore di PrivatBank, presidente della Comunità Ebraica Unita dell’Ucraina e cittadino israeliano, finanziatore dei Battaglioni banderisti Aidar (responsabile di vari in abusi contro i civili nel Donbass) e Azov, e del battaglione Dnipro.

L’oligarca è proprietario dell’emittente televisiva “1+1” che ha acquistato e mandato in onda in particolare la serie “Servitore del popolo” (riproposta in Italia se non sbaglio da LA7 di recente…), in cui lo stesso Zelens’kyj interpretava un professore del liceo inaspettatamente eletto presidente dell’Ucraina … (una strana coincidenza, non trovi…?) e tutti gli altri prodotti realizzati da Kvartal 95. Nel marzo 2018 alcuni dipendenti di Kvartal 95 hanno fondato un partito politico omonimo della serie, cavalcandone la popolarità, ed il 31 dicembre 2018 Zelens’kyj ha annunciato la sua candidatura per le elezioni presidenziali del marzo successivo, il tutto col finanziamento e l’appoggio di Kolomojs’kyj.

Il 21 aprile 2019 Zelens’kyj, che durante la campagna elettorale ha affermato di sostenere l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e alla NATO, è stato eletto presidente dell’Ucraina, battendo nettamente Porošenko. Come spiegato da Claudio Mutti, subito dopo la sua elezione, Zelens’kyj ha ricevuto l’agenda da seguire tramite un comunicato della fondazione “Renaissance” di Soros, che abbiamo citato poco fa, la quale con l’Ambasciata USA a Kiev e col famigerato “National Endowment for Democracy” è tra i principali finanziatori dell’ “Ukraine Crisis Media Center”, l’organizzazione che fornisce informazioni sull’Ucraina ai media occidentali. Da allora, forte anche delle sue capacità comunicative ed esteriori da attore, Zelens’kyj è diventato di fatto l’esecutore degli ordini di Washington & Co.…

Il 29 agosto viene nominato capo del governo Oleksij Hončaruk (anche lui legato strettamente a gruppi banderisti), poi dimissionario (erano state pubblicate alcune sue dichiarazioni sull’inadeguatezza di Zelens’kyj in materia economica), e dal marzo 2020 gli subentra Denys Šmyhal’, in carica. Sotto Zelens’kyj, l’impronta nazionalista e antirussa si è accentuata notevolmente, come voluto dai suoi mandanti, con una massiccia propaganda per fare il lavaggio del cervello alla popolazione, e brutali operazioni punitive e sistematiche persecuzioni contro i civili del Donbass e di Lugansk. Una continua provocazione nei confronti della Russia, accentuata anche dal misterioso attivismo dei laboratori biologici finanziati e costruiti con fondi americani, di cui, più o meno dal 2010 in poi, il territorio ucraino è stato disseminato (secondo il ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian gli Stati Uniti hanno sviluppato 336 laboratori in 30 paesi sotto il loro controllo, di cui 26 solo in Ucraina…). Tutto ciò ha spinto Putin a prendere la decisione di intervenire sul campo; intervento che, a quanto risulta, le repubbliche separatiste avevano chiesto alla Russia già nel 2014.

Così, tra l’ottobre e il novembre del 2021 la Russia ha dato inizio a una vasta mobilitazione delle sue forze armate sul confine ucraino, dispiegando ulteriori forze in Bielorussia, Transnistria e Crimea oltre alla flotta del Mar Nero; quindi il 21 febbraio del 2022 ha riconosciuto le repubbliche popolari separatiste e, tre giorni dopo, ha dato inizio all’operazione speciale militare in Ucraina.

Ciò che in sostanza l’occidente atlantista voleva, per mettere in trappola la Russia, additarla come nuovo stato canaglia, colpirla ed indebolirla con nuove sanzioni economiche (che già ci furono in occasione dell’annessione della Crimea nel 2014), provocarla ulteriormente al fine di farle compiere ulteriori passi falsi, provando contestualmente ad aprire altri fronti caldi lungo il perimetro territoriale russo. L’indebolimento economico ed il tentativo di portare avanti sabotaggi interni sono anche funzionali al tentativo, mai realmente sopito da parte degli americani, di pianificare e realizzare una rivolta interna o, comunque, un colpo di stato che rovesci Putin ed il suo entourage. 

A proposito di sabotaggi, poi, ricordiamo lo “scherzetto” del sabotaggio ai danni del gasdotto North Stream (operativo dal 2011), che, attraverso il Mar Baltico, trasporta(va) gas proveniente dalla Russia in Europa occidentale, passando per la Germania, e del suo raddoppio, il North Stream 2 (ultimato nel 2021, ma non ancora entrato in funzione, e che, appunto, si voleva evitare che lo potesse diventare…). Come ricordate, nella notte del 26 settembre 2022, a seguito di tre forti esplosioni registrate a largo dell’isola di Bornholm, zona economica esclusiva di Svezia e Danimarca, dove passano i giganteschi tubi dei due gasdotti, sono state danneggiate gravemente tre delle quattro condutture. Ovviamente tutti si sono precipitati a dire che il responsabile era la Russia, che quindi si sarebbe data inspiegabilmente la zappa sui piedi da sola: per interrompere a titolo punitivo il rifornimento di gas all’Europa, la Russia avrebbe danneggiato irreparabilmente proprie, costosissime strutture: non c’è che dire, un ragionamento proprio impeccabile… beh, ricordiamo che il giorno successivo a quello dell’attentato, il politico polacco Radek Sikorski, attualmente parlamentare europeo, e che era stato Ministro degli Esteri dal novembre 2007 al settembre 2014, e quindi anche ai tempi della rivolta teleguidata di “Euromaidan” in Ucraina, con un tweet piuttosto incauto, ha pubblicato una foto della zona marina ribollente a causa del gas fuoriuscito dal North Stream danneggiato, accompagnata dalle parole: “Thank you, USA“. Tweet rapidamente cancellato, polemiche, goffi tentativi di spiegare a posteriori cosa volesse dire … ma crediamo sia piuttosto chiaro. Maria Zakharova, la famosa portavoce di Lavrov, commentò immediatamente su Telegram: “L’eurodeputato polacco ed ex ministro degli esteri,  Radek Sikorski, ha twittato i suoi ringraziamenti gli Stati Uniti per l’incidente avvenuto oggi ai gasdotti russi. Si tratta di una rivendicazione ufficiale dell’attacco terroristico?”; e, a ruota,  Dmitry Polyansky, primo vice rappresentante della Russia presso le Nazioni Unite: “Ringrazio Radosław Sikorski per le informazioni su chi c’è dietro questo attacco terroristico che ha preso di mira le infrastrutture civili”.

D’altronde, basterebbe ricordare che Joe Biden, il 7 febbraio 2022, durante una conferenza stampa alla presenza del cancelliere tedesco Scholz, aveva preannunciato tutto: “Non ci sarà più nessun North Stream 2. Porremo fine a tutto questo“, disse. E, ad uno dei cronisti che gli chiese: “Ma come farete esattamente, dal momento che il progetto è stato il controllo della Germania?“, il presidente rispose tranquillamente: “Ve lo prometto, saremo in grado di farlo“. Peraltro il mese precedente, nel gennaio 2022, la greve e grossolana Victoria Nuland, già citata, nell’attuale veste di sottosegretario USA per gli affari politici, aveva dichiarato sostanzialmente la stessa cosa: “Se la Russia invade l’Ucraina, in un modo o nell’altro, Nord Stream 2 non andrà avanti“. Le spiegazioni ufficiali, a posteriori, circa il significato di quelle frasi, per cui si sarebbe fatto riferimento al fatto che il il gasdotto non era stato collaudato, non era stato certificato, e si sarebbe fatto in modo, politicamente, che non lo diventasse, fanno piuttosto ridere. La stessa Nuland, nel gennaio del 2023, durante una sessione della commissione per gli affari esteri del Senato americano, riguardo alle sanzioni contro Mosca ed al gasdotto North Stream 2, parlando con il senatore repubblicano Ted Cruz, ha tranquillamente ribadito: “Senatore Cruz, io come lei … penso che tutta l’amministrazione presidenziale … sia molto felice di sapere che il North Stream 2 si sia trasformato, come ha detto lei, in un mucchio di rottami metallici in fondo al mare…

Con una coincidenza sfacciata, il 27 settembre 2022, cioè poche ore dopo il sabotaggio, è stato inaugurato – in anticipo rispetto al previsto – il Baltic Pipe, nuovo gasdotto che consentirà di trasportare gas proveniente dalla Norvegia fino in Polonia, attraverso la Danimarca e il Mare del Nord, al fine di rendere la Polonia stessa indipendente dal gas russo, e di indebolire ulteriormente la cooperazione energetica tra Germania e Russia, cosa che, come abbiamo già detto, era da tempo un obiettivo degli Stati Uniti.

Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli esteri russo, commenta indignata il tweet di Radek Sikorski sull’attentato al North Stream (nel riquadro).

Vladimir Putin è stato chiaro: dietro gli attentati al North Stream c’è qualcuno “in grado di organizzare tecnicamente le esplosioni e che ha già fatto ricorso a questo tipo di sabotaggio, ed è stato catturato con le mani nella marmellata, ma è rimasto impunito”, ricordando che, ora, tra l’altro, gli Stati Uniti, “possono fornire risorse energetiche a prezzi più alti”.

Ricordiamo che nel novembre 2015 un distruttore di mine subacqueo della NATO, Sea Fox, era stato trovato da Gazprom tra le stringhe del North Stream, e che sempre nel 2015 l’esercito svedese rimosse un drone caricato con esplosivo rinvenuto nei pressi del North Stream 2, a circa 120 km dall’isola di Gotland. Un paio di mesi prima dell’attentato, nel luglio 2022, pare inoltre che la NATO, in occasione dell’ennesima esercitazione-provocazione dell’Est europeo, abbia utilizzato attrezzature per acque profonde proprio nell’area in cui si sono verificati gli incidenti. Insomma, chi vuole capire, capisca…

Intanto Zelens’kyj porta avanti l’agenda occidentale, e, alla faccia delle riforme invocate per entrare nell’UE, approva provvedimenti liberticidi su stampa ed informazione interna e sostiene apertamente le ideologie Lgbtq ed affini: nell’agosto scorso si è dichiarato favorevole alle unioni civili per gli omosessuali chiedendo al primo ministro di valutarne la proposta, mentre sul matrimonio ha dichiarato che proverà a farlo approvare dopo la fine (?) del conflitto con la Russia.

Quanto alla guerra in corso, beh, chi può dire cosa accadrà. Dopo molti anni, gli Stati Uniti sono riusciti nel loro intento: spingere la Russia ad intervenire militarmente sul territorio ucraino. Cosa che la Russia ha già fatto in altri contesti (Georgia, Kazakistan, qui tramite l’OTSC), ma nel caso dell’Ucraina la situazione è evidentemente diversa: per l’importanza e la visibilità geopolitica dell’area, perché siamo di fatto in Europa. Una volta “fatta entrare” militarmente la Russia nel territorio ucraino, tutto l’occidente ha ottenuto l’agognato casus belli per giustificare una nuova ondata di sanzioni e l’avvio di una vera e propria guerra per procura contro Putin: le armi, l’addestramento, il “know-how” strategico li fornisce la NATO, mentre gli uomini, la carne da macello da sacrificare, ovviamente, la fornisce l’Ucraina, al di là dei mercenari pervenuti da altre aree limitrofe. “Fatevi armare e morite…” si potrebbe dire, parafrasando un’altra famosa espressione…

E si va avanti così. La situazione è al momento in stallo, gli equilibri sono delicatissimi. Io non sono uno stratega militare e quindi non posso dire se siano stati fatti errori strategici da parte della Russia, e di quale tipo (tempistiche, mezzi e uomini mobilitati, tattiche sul campo, ecc.); siamo nei giorni in cui si starebbe avviando questa fantomatica controffensiva ucraina (leggi “NATO”, ovviamente), dalle parti di Bakhmut, staremo a vedere in che termini sarà sviluppata. Intanto fanno rumore le accuse che Yevgeny Prigozhin, il capo della brigata Wagner, starebbe rivolgendo a Mosca relativamente alla grave carenza di munizioni e rifornimento per i suoi uomini. Ovviamente il gioco delle dichiarazioni e delle mistificazioni da ambo le parti è partito. Qualcuno paventa il rischio di un nuovo Afghanistan per la Russia, facendo riferimento a quello che fu definito il “Vietnam sovietico”, l’estenuante guerra del 1979-1989. Vedremo cosa accadrà, è una partita a scacchi delicatissima, che si gioca su più fronti (tra cui quello cinese, con il solito affaire Taiwan, pronto ad essere ritirato fuori ogni volta che occorre) e il rischio nucleare è sempre lì: tutti i contendenti lo sanno bene, tra minacce e accuse reciproche, per cui vedremo fino a che punto gli Stati Uniti (e soprattutto le oligarchie che si muovo sullo sfondo) vorranno e potranno tirare la corda e rischiare, anche se, ormai, sembra difficile che si possa tornare indietro. Il fatto è che la dimensione del conflitto non è solo geopolitica, economica, sociale, ecc. ma investe sfere di altro genere, escatologiche, religiose, messianiche, per cui il discorso non può risolversi necessariamente entro i limiti del “razionalmente logico”.

Ti ringrazio per questa importante parentesi sull’Ucraina. Poi torneremo su questa escatologia dei tempi ultimi, cui già avevamo peraltro accennato. Torniamo a Brzezinski e alle vicende dell’Heartland.

Sì. Molto altro ci sarebbe da dire sull’Ucraina, ma così abbiamo fornito qualche elemento utile per comprendere meglio alcune dinamiche.

Oltre alla necessità di attrarre l’Ucraina nell’orbita euroamericana, Brzezinski aveva suggerito di investire sulla crescita economica e militare della Polonia, perché perfettamente incardinata tra Germania e Russia; entrata nella Nato nel 1999, sappiamo bene quale ruolo ha giocato e sta giocando la Polonia, sia nel separare Mosca da Berlino, sia nel contesto della guerra in Ucraina.

Zbigniew Brzezinski

Brzezinski aveva poi suggerito di approfittare dell’indipendenza dell’Azerbaigian e degli altri stati dell’Asia centrale musulmana, per creare un “arco di instabilità”, afflitto da guerre civili e radicalizzazione religiosa, funzionale ad aumentare i costi di mantenimento dell’egemonia sullo spazio post-sovietico al Cremlino, cercando di veicolare gas e petrolio proveniente da Turkmenistan e Kazakistan vero ovest e sud, onde aggirare il territorio russo. E l’Azerbaigian, altro prezioso alleato a stelle e strisce, è il perno intorno al quale ruota il blocco pan-turco e l’instabilità di quell’area, in particolare col perenne conflitto con l’Armenia, filorussa e filo iraniana, sulla famosa questione del Nagorno Karabakh.

La regione del Mar Nero è un altro importante crocevia geopolitico che collega l’Europa con il Caucaso, il Mar Caspio e l’Asia,  con  un  ruolo  rilevante  nella  sicurezza  e  stabilità  europea  ed  euro-atlantica a ridosso dell’Heartland.

Dopo il 2001, di fatto, il Caucaso, in particolare quello meridionale, ha visto da un lato una progressiva penetrazione statunitense, soprattutto in Georgia, dall’altro un forte ritorno della Russia di Putin dopo la crisi post-sovietica. Nel frattempo, anche l’Unione Europea, che di fatto si muove come una “NATO-ombra”, se potete passarmi l’espressione, ha iniziato a riservare sempre maggiore attenzione alla regione, inserendo nel 2004 Armenia, Azerbaigian e Georgia nella cosiddetta Politica europea di vicinato.

La Georgia ha rappresentato la principale testa di ponte per la penetrazione ed il ridispiegamento strategico e militare statunitense nel Caucaso, soprattutto a partire dalla cd. “rivoluzione delle rose” che, all’inizio del 2004, portò all’elezione quale presidente di Mikheil Saakashvili, uomo di Washington, inaugurando il triste fenomeno delle “rivoluzioni colorate”, proseguito negli anni successivi, in Ucraina, Kirghizistan, Moldavia.

Gli Stati Uniti nel corso di questi anni hanno sistematicamente riproposto in questo paese strategico un vecchio copione ripetuto in tante aree del pianeta, soprattutto in questo contesto geopolitico: penetrazione con le quinte colonne, addestramento degli eserciti locali, rinfocolamento continuo delle criticità territoriali (Abkhazia, Agiaria, Ossezia meridionale, minoranze armene ed azere), finanziamento e costruzione di laboratori biologici, sistematiche e spudorate pressioni ai fini dell’inglobamento della NATO. In Georgia si arrivò ad una guerra con la Russia nel 2008, la cd. guerra dei cinque giorni, che comportò l’acquisizione del controllo russo su parti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, riconosciute da Mosca come repubbliche secessioniste, anche in tal caso a seguito di provocazioni fomentate ad arte a danno delle minoranze russofone locali ad opera del governo di Saakashvili, come accaduto con Poroshenko e con Zelensky in Ucraina: la tecnica dell’esasperazione delle crisi locali su base etnica, storica, religiosa, ecc. di queste delicate realtà territoriali derivate dalla dissoluzione dell’URSS, per creare un perenne clima di instabilità, caos, disordine, da indirizzare o strumentalizzare a seconda delle necessità. Basta pensare anche a quanto è accaduto in Medio Oriente, in Siria, sempre con i copioni di cui sopra e con la creazione e l’uso telecomandato del giocattolo ISIS/Daesh/Califfato, ai disordini indotti in Iran di recente…

In Georgia proprio alcune settimane fa abbiamo rivisto massicce proteste di piazza contro il governo di Irakli Garibashvili, con il solito armamentario di bandiere americane e dell’UE, cartelli, rivendicazioni …

Eh sì, i governo di Irakli Garibashvili e il partito di governo “Sogno Georgiano” è filo-russo, non si allinea ai diktat a stelle e strisce, e questo è inaccettabile … i disordini di piazza sono stati organizzati e diretti dai membri delle solite ONG finanziate da USA e UE. Le piazze erano piene di bandiere USA e UE, scritte in inglese, bandiere ucraine, cartelli con scritto: “Donetsk è Ucraina”, richieste di riprendersi con la forza l’Abkhazia, e così via. Tutto già visto, insomma … come fatto in Ucraina nel 2014, con la caduta del governo in carica si poteva instaurare in Georgia un nuovo regime filo-USA ai confini della Russia, e rinfocolare le frizioni territoriali come nel 2008, per aprire un nuovo fronte militare con la Russia. Cosa che il premier in carica ha detto espressamente di non voler permettere … per ora, dopo il ritiro della famosa e sacrosanta legge contro gli agenti stranieri, che avrebbe bloccato l’azione delle ONG, associazioni, Fondazioni, ONLUS ecc. filo-occidentali che servono appunto da strumenti di azione sovversiva da quinta colonna, il governo ha tenuto, e quest’azione è fallita, come avvenuto anche in Bielorussia e in Kazakistan nel 2020 e 2021. Peraltro quel tipo di legge sugli agenti stranieri, oltre che in Russia, è in vigore proprio negli USA…è l’American Foreign Agents Registration Act (FARA), del 1938, che impone appunto a coloro che di fatto svolgono attività di “lobbying” per soggetti esteri di registrarsi come “agenti stranieri”…

E cosa ci puoi dire sul Kazakistan, che hai citato? Un altro paese sterminato, che con i suoi 2,7 milioni di chilometri quadrati, è il nono paese più vasto del mondo (a fronte di una popolazione di poco più di 18 milioni di abitanti) , e che con la sua posizione, tra il Mar Caspio e i monti Altai, tra Russia, Cina e Stati centrasiatici, è pienamente immerso nell’Heartland…

Sì, il Kazakhstan è un’altra zona geopoliticamente nevralgica, fondamentale, posta di fatto tra Russia e Cina, e sopra le atre quattro repubbliche centrasiatiche, proprio nel cuore dell’Eurasia. Dal 1990 (quindi dalla dissoluzione dell’URSS) al 2019 il presidente della Repubblica kazaka è stato, ininterrottamente, Nursultan Nazarbayev, personaggio molto sfaccettato e complesso. Proveniente dalle strutture comuniste del Kazakistan quando questa terra era parte integrante del colosso sovietico, ha di fatto esercitato un potere assoluto sul paese per quasi trent’anni. Fu lui a lanciare l’idea di una Unione Eurasiatica che riunisse nuovamente le repubbliche della disciolta Unione Sovietica, già nel 1994; idea che fu tradotta in realtà su iniziativa di Putin solo tra il 2011 ed il 2015, con la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) tra Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan.

Inoltre, nel 2001, Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan hanno dato vita all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS, in inglese Shanghai Cooperation Organization, SCO), la più grande organizzazione regionale del mondo in termini di superficie territoriale coperta e di popolazione compresa al suo interno. Altri paesi partecipano quali osservatori o partner di dialogo.

Sicuramente Nazarbayev ha saputo tessere ottimi rapporti con la Russia di Putin e con la Cina, in termini di accordi economici e strategici (la Petrokazakhstan, compagnia petrolifera che detiene le seconde maggiori riserve di tutto il Kazakistan, è stata acquisita dalla China National Petroleum Corporation nel 2005 e poi nel 2006 trasferita a PetroChina, una delle più grandi compagnie petrolifere cinesi), senza trascurare il rapporto con gli Stati Uniti, riuscendo quindi a mantenere politicamente parlando una posizione di grande equilibrio tattico.

Nel 2019 Nazarbayev ha ceduto lo scettro presidenziale a Qasym-Jomart Toqaev, politico e diplomatico di grande corso, eletto con il 71% dei voti, che lo scorso novembre ha convocato elezioni presidenziali anticipate, per ottenere un nuovo mandato (allungato da 5 a 7 anni), con una maggioranza schiacciante, pari all’81%. Un altro uomo forte alla guida del paese, e che dovrebbe essere garanzia di una certa equidistanza nei rapporti con tutti i principali attori geopolitici della regione, e quindi del rifiuto di un appiattimento servilistico su posizioni e “valori” occidentali, verso cui in parte Nazarbayev sembrava ultimamente tendere. Significativo è che il ministero degli Affari esteri del Kazakistan abbia reagito duramente alle critiche degli osservatori dell’Ufficio per le istituzioni democratiche dell’OSCE sulla regolarità delle elezioni (ma guarda…)

Ricordiamo che Toqaev aveva abilmente gestito la situazione grave che all’inizio del 2022 si era instaurata nel paese, e che lo ha portato non solo ad ottenere un cambio di governo interno, ma anche a indire elezioni presidenziali anticipate, per riottenere un mandato più lungo e forte. Una situazione che somigliava parecchio ad un tentativo di “rivoluzione colorata” anche da quelle parti: nel gennaio del 2022 in varie regioni del paese erano scoppiati violenti disordini di piazza, da Toqaev definiti “un tentato colpo di Stato”, che hanno portato anche all’assalto di diversi edifici governativi ed all’uccisione di agenti di polizia. I disordini sono stati scatenati ufficialmente a causa dell’aumento dei prezzi sul consumo del gas energetico, degli alimentari e della benzina per il trasporto: problemi reali, innestati sua una forte crisi sociale e reddituale (anche e soprattutto causata dalle sanzioni contro la Russia), ma probabilmente questa miccia sociale è stata abilmente accesa da altri. Toqaev ha sostenuto che dietro le rivolte ci fossero “cospiratori motivati ​​finanziariamente”, anche in considerazione dell’ “alto livello di organizzazione degli elementi hooligans”, che farebbe pensare a piani ben pianificati a tavolino. L’analista politico kazako Marat Shibutov ha sostenuto che i disordini scoppiati non sembravano spontanei ma, piuttosto, organizzati e guidati da terzi soggetti.

Toqaev è comunque riuscito a risolvere la situazione, che stava diventando pericolosamente grave in varie aree del paese. Sul fronte dell’ordine pubblico, il presidente ha chiesto ed ottenuto dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), alleanza militare creata nel 1992 che lega Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Russia, l’intervento di una forza di peacekeeping guidata dall’Armenia e con la partecipazione della Rapid Response Force dell’organizzazione, con i contingenti di Russia (circa 3.000 soldati, il contingente militare più consistente), Bielorussia e Kyrgyzstan, che ha aiutato il governo kazako a mettere in sicurezza le aree chiave del paese, mettendo in atto una repressione molto severa e pesante.

Il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev con Vladimir Putin (2019) (from wikimedia commons, attribution: Kremlin.ru, under the Creative Commons Attribution 4.0 International license, with no changes)

Sul fronte politico, Toqaev ha chiesto e ottenuto le dimissioni del governo del primo ministro Asqar Mamin, sostituito da Álihan Smaiylov, che ha attuato misure di contenimento dei prezzi, e del vecchio Nazarbaev, che nel frattempo ricopriva la carica di presidente del consiglio di sicurezza.

Credo che Toqaev sia una garanzia politica forte per la Russia, per rafforzare la sua posizione in Kazakistan su molti fronti, non escluso quello commerciale (si pensi alle questioni legate al passaggio del petrolio kazako verso la Germania attraverso oleodotti russi), ma soprattutto su quello, diciamo così, “culturale”: lui, da musulmano, potrebbe mostrarsi poco propenso ad accogliere certe “novità” occidentali. Infatti, a parte gli eventuali tentativi in stile “rivolta di piazza”, i soliti noti stanno massicciamente facendo ricorso alle quinte colonne per cercare di aprire dei primi vulnera dal punto di vista “culturale”, come dicevamo.

Da quasi trent’anni, infatti, la “Fondazione Soros-Kazakhstan” opera sul territorio: ha stanziato più di 100 milioni di dollari in sovvenzioni in vari settori (sanità, istruzione, scienza, arte, protezione dei “diritti umani”, riforme economiche, ecc.), Tuttavia, il tentativo di traviare le salde, millenarie tradizioni locali  (la maggioranza degli abitanti sono musulmani, con un 17% di cristiani, per lo più ortodossi) con i nuovi “valori” occidentali non ha dato ancora i frutti sperati, come ammesso da Aida Aidarkulova, ex direttore della Fondazione e co-fondatrice, insieme a vari attivisti centroasiatici formati nei think tank occidentali, di “CAPS Unlock” (Central Asian Policy Studies), che è la nuova entità in cui si è trasformata di recente la Fondazione.

Attivisti LGBT, anche tramite la “Popcorn Books”, la più grande casa editrice di letteratura LGBT, le cui attività sono riconosciute come indesiderabili nella Federazione Russa, sono da tempo particolarmente attivi nel paese, con il supporto della Fondazione/CAPS e di altri generosi sponsor occidentali. Alcune fonti (il sito fondsk.ru, ripreso da geopolitika.ru) attestano che in Kazakistan ad oggi opererebbero circa un centinaio di strutture straniere beneficiarie di sovvenzioni (e nessuna sarebbe russa…) e circa duecento ONG, che ricevono finanziamenti esteri, di cui il 70% dagli Stati Uniti… insomma, su questo fronte si continua a spingere. Ma le forti tradizioni radicate in queste terre non sono facili da scardinare per la sovversione occidentale, e speriamo che lo stesso Toqaev, come dicevo, da musulmano, sappia vigilare.

A proposito di finanziamenti, è utile ricordare che Anthony Blinken, il mefistofelico Segretario di Stato americano, dal 28 febbraio al 3 marzo scorso ha incontrato ad Astana, la capitale kazaka, i ministri degli Affari Esteri di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan in occasione del summit “C5+1”, per poi proseguire la visita in Uzbekistan e, successivamente, partecipare al G20 di Nuova Delhi. Il “C5+1” è una sorta di organismo internazionale che gli Stati Uniti hanno creato nel 2015 con quei cinque stati dell’Asia Centrale, formalmente per rafforzare la collaborazione reciproca, di fatto per continuare l’opera di sottrazione dei paesi dell’area centrasiatica dalla sfera d’influenza russa per portarli sulla sponda americana. Nell’incontro, Blinken ha promesso alle varie repubbliche abbondanti aiuti a tutti i livelli per aiutarle a superare la crisi economica in cui versano come conseguenza indiretta delle sanzioni alla Russia, con la quale la cooperazione economico-commerciale di questi paesi è ancora solida: 25 milioni di dollari per rimpinguare il Fondo creato dall’Amministrazione Biden per sostenere l’economia della regione e varie licenze per dare il tempo alle compagnie centroasiatiche di sciogliere i legami con le aziende russe colpite dalle sanzioni e di diversificare i rapporti commerciali… insomma, l’obiettivo è spudoratamente esplicito. Le cinque repubbliche si sono sempre astenute dalla maggior parte delle votazioni ONU di condanna alla Russia, e, pur accettando di buon grado l’ “amicizia” a stelle e strisce, non sembrano  voler tagliare i ponti con la Russia.

Non è facile per gli americani mettere le mani in modo pesante su questa terra sconfinata, così strettamente legata al mondo eurasiatico: il Kazakistan, come abbiamo visto, è membro dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS, SCO) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), e soprattutto quest’ultimo strumento (una sorta di Nato eurasiatica in piccola scala) è assai utile, se non per risolvere, almeno per sedare e sterilizzare le crisi e i conflitti latenti in Asia centrale e nel Caucaso. Sicuramente l’Occidente, così come attori come la Turchia, cercheranno di aumentare la loro influenza sul Kazakistan per staccarlo dall’integrazione eurasiatica e, direttamente, dalla Russia. A proposito della Turchia, occhio alle nuove elezioni…

Il Kazakistan ci fa pensare anche alla sua misteriosa capitale, Astana, che hai menzionato en passant e su cui si è detto e scritto di tutto … puoi dirci qualcosa anche a tale riguardo?

La “Piramide” di Astana, ufficialmente chiamata Palazzo delle Pace e della Concordia (from wikipedia commons, author  Jjm2311 , under the Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 License, with no changes)

La capitale del Kazakistan, fondata nel 1830, ha cambiato nome molte volte nella storia del paese… in particolare, nell’epoca recente, dal 1997 al 2019 ha assunto il discusso nome di Astana. Il 23 marzo 2019, venne rinominata, tramite decreto presidenziale, Nur-Sultan, proprio in onore del presidente uscente Nursultan Nazarbayev… poi, nel 2022, anche a seguito di diverse proteste, il nome Astana è stato ripristinato, su iniziativa parlamentare e con l’assenso di Toqaev. Ricordo che l’Università Eurasiatica, che vi si trova, è stata dedicata a Lev Gumilëv, uno degli eurasiatisti della scuola classica, di cui abbiamo parlato.

La città è effettivamente molto discussa, quale metropoli dai tratti diciamo “esoterici,”  non solo e non tanto per il nome “Astana”, che, un po’ troppo semplicisticamente è stato letto dalle nostre parti come l’anagramma di “Satana”, il che mi sembra una argomento un po’ debole, considerando che Satana è parola italiana, per cui bisognerebbe capire perché non si sia scelto allora l’anagramma di Shaytan, o Satan, ecc.. Da quanto si sa, “Astana” in kazako significherebbe letteralmente “capitale”, e deriverebbe dal persiano Astane, “soglia sublime” o “porta reale”, parola usata di solito per le capitali di regni o per le città-santuario, comunque per città sacre.

Piuttosto, la fama sinistra e oscura della città deriverebbe da certe opere architettoniche molto particolari che la caratterizzano: la più interessante, da questo punto di vista, pare essere il Palazzo della Pace e della Concordia, pensato dal vecchio presidente Nazarbaev nel 1998 e trasformato in realtà dal famoso architetto britannico Norman Foster. Si tratta di una grande piramide di vetro (forma ormai assai ricorrente in certa architettura contemporanea) consacrata alla “pace e alla convivenza tra le religioni”, come aveva dichiarato il presidente. E infatti è destinata ad accogliere le riunioni internazionali dei rappresentanti delle principali religioni del mondo: duecento delegati vi si incontrano ogni tre anni, in una sorta di sinodo religioso universale sincretistico dal sapore molto massonico-mondialista.

Su struttura e significati di questa piramide si è molto fantasticato, e si leggono anche molte inesattezze. Alta 77 metri, per 25.500 mq di superficie occupata, è internamente divisa in tre sezioni. Alla base c’è un teatro dell’opera, la opera house, da 1.300 posti. La sezione mediana, un grandissimo atrio centrale, ospita vari ambienti: un auditorium, il museo di storia nazionale, una nuova “università della civiltà”, una biblioteca di letteratura religiosa e un centro di ricerca per le religioni mondiali, uffici, alcune sale per conferenze ed esposizioni. Sul pavimento di questa porzione, vi sarebbe una sorta di oculo, a mezzo del quale verrebbe illuminato il teatro sottostante, con la luce naturale proveniente dalla parte media e alta della piramide. Passando poi attraverso giardini pensili, si giunge alla terza sezione, in cima alla piramide, che ospita una sala circolare da 200 posti, realizzata sulla base di quella delle Nazioni Unite di New York e immersa da una luce dorata e azzurra, filtrata delle vetrate che la circondano, che riproducono i colori della bandiera kazaka e delle colombe in volo: è qui che si riuniscono i rappresentanti delle religioni mondiali.

La Bayterek Tower di Astana, con sullo sfondo, i due pilastri colossali che richiamerebbero le torri di Boaz e Yakin del tempio di Salomone

Si dice che il sole sarebbe rappresentato internamente in tutte e tre le sezioni; qualcuno ha osservato che questa gradualità nell’illuminazione delle tre sezioni, dal basso (la più buia) all’alto, sembrerebbe riflettere uno schema ascendente che riporterebbe alla setta degli Illuminati, o alla Massoneria stessa: al grado più basso il popolo, la massa, o comunque i non iniziati, intrattenuti con spettacoli di distrazione, ospitato nella porzione meno illuminata della costruzione, in cui comunque la luce giunge per via indiretta (a simboleggiare quindi l’ignoranza), poi via via si salirebbe, con la conoscenza (biblioteche, museo, sala convegni), quindi lungo i vari livelli dell’iniziazione, verso la cima, pienamente esposta alla luce, fino al massimo grado, rappresentato simbolicamente dal sinodo sincretistico ospitato nella sala circolare in stile Nazioni Unite (non  a caso, direi).

Poi c’è la “Bayterek Tower”, alta quasi cento metri, costruita anch’essa da Norman Foster su precise indicazioni del presidente Nazarbaev, con in cima un globo d’oro, che, più che il sole, rappresenterebbe l’uovo d’oro di Samruk, che nella mitologia kazaka corrisponderebbe alla figura iranica del mitico uccello Simurgh, che aveva deposto l’uovo nella fessura tra due rami di un pioppo. Il livello superiore presenterebbe un’impronta dorata della mano destra di Nazarbayev, montata su un piedistallo decorato.

Poi abbiamo il palazzo presidenziale Ak Orda, il più alto del mondo con un’altezza di 80 metri, sormontato da una cupola blu ed oro con una guglia d’oro in cima, che include un sole con 32 raggi al suo apice ed un’aquila che vola sotto il sole.

E’ stato notato che, tracciando una retta perpendicolare, ideale, che attraversa il cuore istituzionale della città, passando dalla Bayterek Tower e dal Palazzo Presidenziale, ci si imbatte in due colossali costruzioni dorate a forma di torre, che ricordano molto Boaz e Yakin, le due imponenti colonne erette nel vestibolo del tempio di Salomone.

Simbolismi e richiami voluti? Per attirare determinate forze sottili, in terre particolarmente significative dal punto di vista tradizionale? Nessuno può dirlo con esattezza. Il rischio di deragliare nel complottismo da bar c’è sempre e, come sappiamo, la creazione di questo tipo di degenerazione è una delle tecniche della guerra occulta. Diciamo che abbiamo esposto certe particolarità costruttive della città, poi ognuno potrà farsi un’idea.

Quanto al nome Astana, come dicevo a mio giudizio l’idea dell’anagramma di Satana non è credibile come intenzione diretta, soprattutto per il riferimento alla lingua italiana che non si spiegherebbe; se poi lo si vuole considerare come un dato indiretto, cioè come la possibile emersione di un dato implicito, che noi italiani potremmo cogliere con un anagramma linguistico, e che invece altri popoli potrebbero cogliere in altro modo, allora potrebbe essere una chiave di lettura interessante.

Certo, bisognerebbe capire quale ruolo dovrebbe avere questa città “satanica”, massonica, in questi tempi ultimi, vista anche la particolare collocazione geografica, ma, appunto, questo è un altro discorso, per ora…

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