Fedelta’ alla propria natura [Parte II]

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Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo di Julius Evola.

di Julius Evola

(…) Nulla appariva cosa più degna che seguire la propria naturale attività, che seguire la vocazione veramente conforme al proprio modo d’essere, per umile o modesta che fosse: tanto, che si poté concepire, che chi si mantiene nel proprio stato e compie in una tale impersonalità e purità i doveri ad esso inerenti, ha la stessa dignità dell’appartenente a qualsiasi casta «superiore»: un artigiano, pari a quella di un membro dell’aristocrazia guerriera o di un principe.
Da qui procede anche quel senso di dignità, di qualità e di diligenza che si è palesato in tutte le organizzazioni e professioni tradizionali; da qui, quello stile, per cui anche un fabbro, un falegname o calzolaio non si presentavano come uomini abbrutiti dalla loro condizione ma quasi come dei «signori», come persone che liberamente avessero scelta ed esercitassero quella forma d’attività, con amore, dando ad essa sempre una impronta personale e qualitativa, mantenendosi staccati dalla pura preoccupazione del guadagno e del profitto. Il mondo «moderno» tuttavia, di massima, ha seguìto proprio la via opposta, la via di una sistematica trascuranza della natura propria, la via dell’individualismo, dell’«attivismo» e dell’arrivismo.
L’ideale qui non è più l’esser quel che si è, bensì il «costruirsi», l’applicarsi ad ogni specie di attività, a caso, ovvero per considerazioni affatto utilitarie. Non più attuare in seria aderenza, fedeltà e purità, il proprio essere, bensì l’usare ogni forza per divenire quel che non si è. L’individualismo, essendo a base di una tale veduta, cioè l’uomo atomizzato, senza nome, senza razza e senza tradizione, si è avanzata logicamente la pretesa dell’eguaglianza, si è rivendicato il diritto di poter essere, di massima, tutto ciò che un qualsiasi altro può anche essere, e non si è voluto riconoscere alcuna differenza più vera e giusta di quella realizzata da se stessi, artificialmente, nei termini dell’una o dell’altra forma di una civiltà ormai materializzata e secolarizzata. Come è noto, questa deviazione è giunta al limite nei Paesi anglosassoni e puritani.
E con essa facendo fronte comune l’illuminismo massonico, la democrazia e il liberalismo, si è giunti ad un punto tale, che a molti ogni differenza innata e naturale appare come un bruto dato «naturalistico», che ogni veduta tradizionale viene giudicata oscurantistica e anacronistica e non si sente l’assurdità dell’idea, che tutto sia aperto a tutti, che si abbiano eguali diritti e eguali doveri, che viga una unica morale, la quale dovrebbe imporsi nella stessa misura e valere per tutti, con piena indifferenza per le singole nature e le differenti intime dignità. Da qui, anche, è ogni antirazzismo, la denegazione dei valori sia del sangue, sia della famiglia tradizionalmente concepito.
Sicché a buon diritto qui potrebbe parlarsi, senza eufemismi, di una vera e propria «civiltà» di «fuori casta», di paria gloriantisi di questa loro qualità. ~ proprio nei quadri di una tale pseudo-civiltà che sorgono le classi, le quali non hanno nulla a che fare con le caste, essendo prive di ogni base organica e davvero tradizionale, essendo aggruppamenti sociali artificiali, determinati da fattori estrinseci e quasi sempre materialistici. La classe sorge quasi sempre su base individualistica, vale a dire, è il «luogo» che raccoglie tutti coloro che, col darsi da fare, hanno raggiunto una stessa posizione sociale, con piena indipendenza di quel che essi per natura veramente sono.
Questi raggruppamenti artificiali tendono poi a cristallizzarsi, generando allora le tensioni a tutti note. Infatti nella disgregazione propria a questo tipo di «civiltà» si realizza anche la degradazione delle «arti» in semplice «lavoro», si compie la trasformazione dell’antico artefice o artigiano nell’«operaio» proletarizzato, pel quale quel che fa vale unicamente come mezzo di guadagnare, che sa solo pensare a «salari» e «ore di lavoro» e a poco a poco va a destare in sé bisogni artificiali, ambizioni e risentimenti, dato che le «classi superiori», alla fine, non mostrano più ai suoi occhi nessun carattere giustificante la loro superiorità e il loro disporre di una maggior copia di beni materiali.
Perciò la lotta di classe è una delle conseguenze estreme di una società che si è snaturata e ha considerato lo snaturamento, la trascuranza della natura propria e della tradizione, come una conquista e come un progresso. Ed anche qui si può considerare un retroscena razziale. L’etica individualistica corrisponde indubbiamente ad uno stato di mescolanza delle genti e dei ceppi, nella stessa misura che l’etica dell’esser se stessi corrisponde invece ad uno stato di prevalente purità razziale.
Dove i sangui si incrociano, le vocazioni si confondono, riesce sempre più difficile veder chiaro nei proprio essere, cresce sempre più la labilità interiore, segno della mancanza di vere radici. Gli incroci propiziano il sorgere e il potenziarsi della coscienza dell’uomo come «individuo», favoriscono anche tutto ciò che è attività «libera», «creativa», in senso anarchico, «abilità» furbesca, «intelligenza» in senso razionalistico o sterilmente critico: tutto ciò, a spese delle qualità di carattere, di un affievolimento del sentimento della dignità, dell’onore, della verità, della drittura, della lealtà.
Si determina così una situazione anche spiritualmente obliqua e caotica, che però a molti nostri contemporanei sembra normale; per cui, ad essi i casi di individui pieni di contraddizioni, privi del significato del vivere, tali, che essi non sanno più quel che vogliono, fuor che le cose materiali, in contrasto con la propria tradizione, la propria nascita e la loro naturale destinazione, tali casi non appaiono più come anomalie o apparizioni teratologiche, bensì come l’ordine naturale delle cose, che confuterebbe e dimostrerebbe artificiale, assurdo ed oppressivo ogni limite di tradizione, di razza, di nascita.
A questa opposizione fondamentale in tema di etica e di visione generale della vita dovrebbero badare, in maggior misura di quanto finora accada, coloro che oggi si occupano di problemi sociali e parlano di «giustizia sociale», se essi debbono veramente venire a capo dei mali contro cui in buona fede combattono. Un principio di rettificazione non si può avere, che là dove l’assurda idea classista sia superata per mezzo di un ritorno dell’etica della fedeltà alla natura propria e quindi ad un sistema sociale ben differenziato ed articolato.
Noi abbiamo spesso detto che il marxismo, in molti casi, non è sorto perchè esisteva una reale indigenza «proletaria», ma viceversa: è il marxismo che per snaturamento ha creato un ceto operaio «proletarizzato», pieno di risentimento e di ambizioni innaturali. Le forme più esterne del male da combattere si possono curare con la «giustizia sociale», nel senso di una certa più equa distribuzione dei beni materiali; ma della radice interna di esso non si verrà mai a capo, se non si agisce energicamente in sede di visione generale della vita; se non si ridesta l’amore per la qualità, la personalità, la natura propria; se non si restituisce il suo prestigio al principio, disconosciuto solo nei tempi «moderni», di una giusta differenza conforme alla realtà e se da un tale principio non si traggano, su tutti i campi, le giuste conseguenze, anche se con preciso riguardo al tipo di civiltà venuto a prevalere nel mondo moderno.