La ricerca interiore

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Il Sé autoesistente ha rivolto verso l’esterno le aperture dei sensi; perciò l’Uomo
guarda fuori, e non dentro.
Un Uomo saggio però, in cerca di immortalità, rivolse il suo sguardo all’interno e vi
vide il Sé.
Gli immaturi perseguono i piaceri esteriori e cadono nella trappola della morte che
tutto abbraccia.
I saggi, invece, discernendo l’immortalità, non cercano il permanente tra le cose
impermanenti.
(Āvṛtta cakṣuḥ, Katha Upaniṣad, IV, 1-2)
Spenderò una parola su questo, a beneficio di me stesso e di chi è come me, ma anche di chi non lo è ma vorrebbe esserlo. E financo di chi non lo è, non vorrebbe esserlo, e mi ha in odio. Riconosco che lui è me in un altro momento, in un’altra vita, e con ciò desidero soccorrerlo.
Una strana specie di amore, frammista a pietà e spirito di corpo, forse per me stesso, mi sospinge irresistibilmente. Potrei osare chiamarla “la mia natura”. Ora al punto. L’individuo di superiore discernimento sospetta della realtà.
In cuor suo egli avverte in quanto lo circonda un che di inspiegabilmente posticcio. Non sa spiegare che cosa sia questo “che”, ma lo avverte distintamente in ogni cosa che fa, in ogni momento della giornata, perfino in ogni persona che incontra. Sull’esempio dell’incommensurabile Mahādeva, l’Adiyogi Śiva Śaṅkara, egli rivolge il suo sguardo all’interno, alla ricerca della suprema risposta.
Nelle profondità insondabili della propria interiorità dimora l’eterno Sé incausato, che è l’unica cosa che può essere conosciuta, in quanto è l’unica cosa che esiste. Declinato in qualsivoglia modo, la Sua forma non ne altera la sostanza. L’uomo avveduto, che è ponderato e non un cavallo imbizzarrito, che sospetta e decide di dare ascolto a sé stesso, la cui volontà è matura per l’autodistruzione, domina i sensi come un auriga domina i destrieri che muovono la sua biga.
Una volta tacitati, disciplinati come scolari, addestrati come soldati, questo individuo sovrano è immerso nell’azione di un silenzio in ascolto, che sembra contemplazione all’occhio che vede male. Non è dato nell’universo concepire avventura più straordinaria di questa, ricerca più perigliosa di questa, tesoro maggiore da ottenere di questo.
Ho detto quanto vi era da dire, più altro non so.
Federico di Röcken