Fuoco 9 | L’autentico saggio è il più diligente degli allievi (intervista a Mario Polia)

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Su Fuoco 9, una affascinante intervista in cui Mario Polia ci guida attraverso il suo viaggio di ricerca sui segni e i simboli della Tradizione in diverse culture del mondo.
Scopri come l’uomo della Tradizione va oltre gli istinti naturali, cercando di trascendere gli orizzonti terreni alla ricerca di significati più profondi. E immergiti nelle meraviglie delle Ande peruviane, dove Mario Polia ha trovato una filosofia religiosa profonda. 
Non lasciarti sfuggire l’anteprima di questa imperdibile intervista.

Cosa ha mosso la tua ricerca di segni e simboli della Tradizione in giro per il mondo?

La volontà di verificare ‘sul campo’ come, a prescindere dalle estreme distanze spaziali e temporali e dalle differenze, nelle culture che conservano una propria identità religiosa e la coscienza delle proprie radici esista un denominatore comune. Una matrice in cui è possibile riconoscere l’identità specifica d’un tipo d’uomo custode di una visione del mondo rispetto alla quale ogni differenza esteriore ‒ ivi compresa la lingua, la razza, la situazione geografica e perfino l’appartenenza confessionale ‒ diviene accessoria. L’uomo della Tradizione, nei diversi gradi della partecipazione alla sua Sostanza, è cosciente che il proprio esistere non si esaurisce nella soddisfazione delle pulsioni della natura signata quantitate. Avverte nella propria anima la latente potenza di altre pulsioni, la voce di altri richiami che lo invitano a trascendere gli orizzonti terreni. E, a misura del suo coraggio, oltre lo spazio e il tempo segnati all’umana natura, cerca se stesso in ciò che nello spazio e nel tempo non muta e da cui spazio, tempo, esistenza traggono significato e valore. Figlio della terra, non rinnega la madre, ma unisce Cielo e Terra perché dal loro connubio sorgano nuove primavere, estati colme di frutti. Certo, avrei potuto restarmene a casa continuando a meditare, come avevo fatto per anni, sui libri di quanti hanno tentato prima di me l’impresa, ma ho voluto provare me stesso affrontando una prova che, pur obbligandomi a viaggiare, nulla ha a che fare col viaggio. Ma col ritorno. Spinto dal desiderio di conoscere, difficoltà, rischi, nostalgia sono diventati doverose espressioni d’amore. Pur conservando il suo fascino, il sapore e la bellezza, spogliata del futile orgoglio di chi si vanta di aver fatto per una volta qualcosa di diverso e glorioso, l’avventura è diventata per me una Cerca costante, e della Cerca ha assunto lo scarno stile ascetico e marziale, la paziente umiltà, la guardinga prudenza. 

Le Ande peruviane sono la tua seconda casa: cosa hai trovato in quei luoghi?

Ho trovato quello che cercavo e che non era scritto nei libri: le radici profonde d’una filosofia religiosa di immensa bellezza che restituisce all’uomo dignità e grandezza; un amore e un rispetto per la natura nei confronti della quale l’essere umano ha molti più doveri che diritti; la capacità di riconoscere nell’altro, nella mia persona, a dispetto delle diversità e dell’appartenenza anagrafica a un mondo che è solo capace di disprezzare e distruggere il diverso, un essere degno di rispetto. Certo, il rispetto ho dovuto guadagnarmelo giorno per giorno partecipando alla durezza della loro vita mentre svolgevo il mio lavoro di archeologo e di etnologo; condividendo alimenti, medicine, esperienze, ricordi, saperi, difficoltà; apprendendo la loro lingua per potermi fare intendere e intenderli nel modo migliore. L’etnografo che ha bisogno di un interprete ha fallito in partenza: il cuore deve parlare al cuore dell’altro senza intermediari. Recatomi tra loro per imparare, mi sono mostrato disponibile all’apprendimento con sincerità e umiltà. Accolto come allievo, ho meritato di essere trattato come allievo diligente. È stato bello, dopo la laurea, tornare sui banchi di scuola per apprendere da maestri analfabeti quello che i miei docenti non mi avevano insegnato. L’apprendistato, durato oltre trent’anni, non è finito e non potrà finire perché ‒ dicono quei custodi della tradizione ‒ Dio ha insegnato ai loro padri quello che sapevano ed essi lo hanno trasmesso; i figli insegnano quello che hanno imparato dai padri, dalla vita e dai saggi che sanno molto di più. Ma c’è sempre uno più saggio degli altri, per cui il passaggio da maestro a maestro, porta l’allievo ad accedere per gradi all’insegnamento fino a giungere a un maestro de los maestros: un amauta (dalla lingua quechua, ‘maestro, guida, saggio, uomo di conoscenza’, N.d.R.) appartenente all’alta gerarchia della conoscenza tradizionale. Questi, assieme alle sue conoscenze, trasmetterà al suo allievo il più prezioso dei segreti: nei cieli c’è un Amauta capace d’insegnare quello che gli amauta non sanno. L’autentico saggio, infatti, è il più diligente degli allievi. Giunto sulla cima (non importa l’altezza) quando la salita termina e con essa la terra, è ora di togliere gli scarponi e aprire le ali. Da parte mia, ho insegnato loro che da oltre l’oceano un misti, un bianco, è salito sulle Ande per imparare. Lì ha trascorso la sua giovinezza. E lì ha conseguito la laurea più sofferta e più bella quando un giorno, in un paese di contadini e pastori a 3.000 metri d’altezza, un sindaco figlio di campesinos e una giunta municipale di campesinos m’insignirono della cittadinanza onoraria. Ma non usarono le parole dei nostri atti ufficiali: sul documento c’è scritto, a mano, “hijo predilecto”.[…]

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