Rigenerazione Evola | Frammenti di una poetica evoliana delle vette (parte quarta)

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Tratto da RigenerazionEvola


Concludiamo oggi la parentesi dedicata a quella che abbiamo ribattezzato poetica evoliana delle vette, con la quarta ed ultima puntata. Rinviamo all’ampia introduzione alla prima parte di questo filone per approfondire contenuti e finalità di questo piccolo ma originale progetto editoriale. Come abbiamo osservato nelle varie puntate, nascosta tra la rigidità formale della prosa degli svariati articoli dedicati da Julius Evola alla montagna ed ai suoi significati superiori, emerge questa impronta poetica asciutta, rivelatrice, iperbolica ma composta, sorprendente ma non ridondante, lontana da qualsiasi retorica o sterile lirismo fine a sé stesso. Con lampeggiamenti dell’anima in stile haiku giapponese, con pochi, efficaci colpi di penna, in cui riemerge la sua vena poetica giovanile, Evola riesce a trasportare il lettore in vetta, facendogli quasi vivere quelle esperienze trasfiguranti che solo la montagna riesce a trasmettere.

Oggi proponiamo altri tre componimenti ricavati dal passaggio piano dal regime della prosa a quello della poesia. Due sono tratti dall’articolo “La Valle del Vento”, del 1933, in cui Evola descrisse le sue esperienze nel dicembre di quell’anno in alta Val Venosta e, in particolare, presso Resia con il suo celebre lago; un terzo è tratto invece dall’articolo “Meditazioni delle Vette” (che dà il titolo all’intera celebre antologia degli scritti evoliani sulla montagna), che riassume l’esperienza presso il Monte Bianco, nel luglio 1936. Con alcune immagini abbiamo cercato, come di consueto, di accompagnare, nei limiti del possibile e con la suggestione dell’anima, il racconto del barone. Buona lettura.

***

di Julius Evola

(estratti dall’articolo “La Valle del Vento”, tratto da “Il Regime fascista”, 21.12.1933,
e successive ripubblicazioni)

 

La Valle del vento

Malles:
l’aria è straordinariamente secca e gelida
tutt’intorno, monti ben coperti di neve.
Più in valle, grandi masse compatte di boschi,
rosso-oliva le une,
le altre – le più lontane – di una tinta oscura, dura, metallica,
con quasi del turchino.
Come di una qualità più preziosa, più siderea,
più luminosa di ghiaccio,
spicca nello sfondo, lontana,
la cima dell’Ortler (1).
Appena giunti in aperta campagna,
ci investe un vento di un impeto,
che simile non se ne sperimenta
[se non talvolta sulle estreme linee di vetta
corrente continua, immutabile, costante
ghiaccia, ferocemente ghiaccia
La valle di Resia, un varco completamente aperto a Nord
questa aerea impetuosa entità
[che si avventa nella valle è, cosa impressionante,
silenziosa:
non ululi, non fischi,
non vi è nulla contro cui il vento si franga,
in mezzo ad un suolo nerastro gelato sotto un grande cielo bianco.
Non traccia di vegetazione, non case,
durezza e nettezza metallica di ogni contorno e di ogni linea
[nell’aria ultratersa e nella luce quasi di riverbero,
non acqua, solo canali bianchissimi di ghiaccio.
Un contendere momento per momento il terreno
a questo inconcepibile vento del Nord,
che comprime il petto, mozza il respiro,
cerca ogni mezzo per strapparvi di dosso la pelliccia,
per stordirvi, per bruciarvi gli occhi
Come tormenta in ascesa veramente d’alta montagna
conoscevamo tutto ciò
è tutta un’altra esperienza su strada piana,
senza tempesta,
nessuno sfondo di vera azione,
senza alcuna visibilità per l’elemento scatenato,
in mezzo ad una statica, ad una desolazione,
ad una assenza dell’umano indescrivibile.
Per giungere alla mèta,
una tenacia non di forza,
ma di metodo, di automatismo,
di insensibilità e incrollabilità
Non diversa cosa una marcia
sotto l’implacabilità del sole del deserto,
quando più nulla resta nella mente,
fuorché la volontà inflessibile
che tiene su e spinge automaticamente avanti il corpo
Resia, fra le ultime ore del giorno,
appare come un paese abbandonato
[alla vigilia di qualche cataclisma,
come un paese evacuato
sotto la minaccia di qualche misterioso flagello
Nessun segno di vita. Squallore.
Volate di neve e di pezzi di ghiaccio
di tempo in tempo
si formano dai tetti delle case,
in mulinelli che si perdono velocissimamente in alto
Ecco il gruppo principale degli abitati. La chiesa.
Più oltre, vetrate illuminate sotto un’insegna di albergo.
Una breve scala esterna.
Una porta massiccia di legno intagliato.
Un ambiente quasi nibelungico,
di nebbia calda fatta di fumo di tabacco,
di stufa e di alcool
un ambiente fitto di gente che parla, che vocia,
che gioca, che beve
sottospecie di una genia fantastica
[di ombre aureolate sospese o ancorate nella nebbia fumosa
costellata di lumi, venate da lente spire azzurrine,
saturata di ogni specie di odori,
calda come qualcosa di animale.
Qui sta barricata la vita
di queste giornate di fine anno della Valle del Vento

Veduta dell’alta Val Venosta, “un varco completamente aperto a Nord”

 

Notte sul lago ghiacciato

Passaggio ai ventidue gradi sotto zero.
È notte alta.
Una lastra immensa di cristallo nero,
della levigatezza esatta d’uno specchio che dura chilometri:
il lago gelato.
I monti nevosi dei due fianchi della valle
e il cielo inverosimilmente costellato
si riflettono in questa lastra, con nitidezza magnetica:
un doppio miraggio, una doppia trasparenza
andar avanti senza pattini verso il centro,
fra il vento del Nord,
nell’equilibrio fisico e spirituale d’una lucida ebbrezza
in cui alcool, natura ed esaltazione interiore concorrono
– concepire questo, forse è possibile.
Non è però possibile concepire che cosa è in queste condizioni
[l’esperienza della frattura dei ghiacci subacquei.
Sentire ad un tratto sotto di sé
lo scroscio che diviene un boato immenso
che tutta la montagna ripete,
è quasi sentir la voce stessa della terra,
è aspettarsi un abisso che si spalanca –
è qualcosa che sommuove il sangue fino all’intimo,
come solo il terremoto lo può:
è risveglio di una sensazione primordiale,
meravigliosa e paurosa,
dormente in chi sa quali arcaici strati
[della nostra entità più profonda.
Gli elementi di quella notte,
come un tutto vissuto:
il gelo siderale, la prodigiosa notte stellare,
le semichiarità disincarnate delle nevi
in alto e in basso
in cielo e sul ghiaccio,
ebbrezza e insieme lucida tensione,
perfetto equilibrio –
e il fenomeno paurosamente elementare
[che emerge dal profondo,
nel silenzio assoluto della valle
Un momento di “supervita”
la Valle del vento e la notte alta sul lago gelato
resteranno come ricordi indelebili

Il Lago di Resia ghiacciato, sulla cui superficie si avventurò Evola in notturna, con il celebre campanile del paese sommerso di Curon

 

Estratto da “Meditazioni delle vette”, tratto da “Il Regime fascista”, 28.07.1936,
e successiva ripubblicazione su “Corriere Padano”, 3.11.1936 (“Nell’ora delle vette”)

Dal mare di ghiaccio alle altezze solari

Lunghe ore di ascesa dall’oscurità verso la chiarezza
Dalle masse dure e buie
[delle abetaie nibelungicamente soffuse di nebbia,
attraverso la più alta zona dei macigni
e delle delicate morene,
all’alba,
fin sui lembi del ghiacciaio inferiore
Mer de glace
una immensa fiumana congelatasi subitamente
[in una massa piana e uniforme
striata continuamente dai crepacci e dai seracchi,
l’impressione di un tumultuoso mondo di onde
ora bianco-azzurrine,
ora bianco-grigie,
ora bianco-splendenti,
la dinamica del cui accavallarsi
sia stata magicamente arrestata e solidificata
da questo strano mare bianco interrotto,
come tra fijords,
da punte e nervature oscure ed aspre
[di roccia spezzata
Lasciando indietro gli ultimi fumi delle brume
[che ancora colmano le valli
siamo andati oltre,
per pareti, spalti, ponti e abissi di ghiaccio,
lavorando di corda, di piccozza e di ramponi,
mentre d’intorno sale e si irradia nel cielo una luce radiosa.
Ancora delle brevi, erte riprese di roccia
poi, in grandi calme curve gelate
la vetta
siamo al confine
intorno, un orizzonte ciclico, totale:
un mare composto da tante catene successive
ora di ghiaccio, ora di roccia
assumono ogni gradazione di colore fino a perdersi,
sfumando e dando il senso dell’illimitato,
nel più lontano orizzonte,
donde emergono, immateriali come delle apparizioni,
le forme, lontanissime
[e come naviganti nella atmosfera perlacea,
di ancora altre vette
E’ l’ora delle altezze solari e della grande solitudine
una volontà tenace si è imposta alla fatica, all’inerzia,
alla oscura paura del corpo
svanisce come l’eco di un sogno vano
[il ricordo di ogni cura e opera delle pianure
si realizza un mutato senso di sé stessi,
si realizza l’impossibilità di percepirsi ancora come quella cosa rigida,
chiusa ed effimera, l’«Io»
Qui, dove non c’è che cielo, e nude, libere forze
l’animo partecipa ad una analoga purezza e libertà,
e per tal via si approssima a comprendere
[quel che sia veramente lo Spirito.
È il «soffio del largo» che si fa sensibile,
come una forza di interna liberazione
Come da un luogo elevato, di notte,
si abbracciano le luci sparse nella pianure fino ai più lontani orizzonti,
così ci si affaccia alla mente l’idea di una superiore, immateriale unità
del fronte invisibile di tutti coloro che, malgrado tutto,
oggi lottano in ogni terra una stessa battaglia
che vivono in una stessa rivolta
e sono i portatori di una stessa intangibile tradizione
Calma e irresistibile potenza
[di questa luce che brilla sulle altezze gelate
«chiusure di circuito»:
punti e momenti in cui l’elemento fisico e quello metafisico interferiscono,
l’esteriore aderisce all’interiore
la luce che, per un attimo, ne scaturisce,
è quella di una vita assoluta
«Al di là del ghiaccio,
del nord e della morte,
sta la nostra vita, la nostra felicità»

La Mer de Glace, il “mare di ghiaccio”, famoso ghiacciaio vallivo situato sul lato nord del massiccio del Monte Bianco, in territorio francese (immagine del 2008) (2)

Note redazionali

(1) Evola, come notato anche la scorsa puntata, utilizza il nome tedesco della montagna, Ortler, anziché l’italiano Ortles.

(2) immagine tratta da wikimedia commons, author Sylenius, under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported,  2.5 Generic2.0 Generic and 1.0 Generic license,  with no changes.