Coscienza e Dovere | L’insostenibile vuotezza di una vita su TikTok

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Criminalità e business sono da sempre un binomio perfetto. In Italia, poi, abbiamo esempi da manuale, tanto da averli esportati e romanzati in tutto il globo. Ma quando si parla di criminalità persiste ancora comunemente un’immagine troppo cinematografica e scenica di questa, impedendo nuove letture, calate nella realtà, di sfaldamenti morali e attacchi all’integrità dell’uomo.
Sarà infatti proprio questo aspetto, questa stratificata normalizzazione dei disagi sociali attraverso narrazioni onnipresenti e superficiali a non farci vedere i “crimini” della generazione Z, assunti ormai come unici modelli giovanili da emulare.
Oltre le baby gang – leoni dei social, quindicenni ben vestiti e sbruffoncelli che invadono le strade, istruiti dalle università della pornografia e di Tik-Tok -, le nuove generazioni sono state legittimate dalla società a perseguire ogni forma di trasgressione e squallida ignoranza.
Ed è così che, oggi, prostituirsi, produrre e vendere materiale pedo-pornografico, farsi manipolare da sponsor e manager, promuovere la pornodipendenza e la fluidità di genere, così come il diritto all’ignoranza e il sovvertimento definitivo della lingua e della cultura italiana, diventa un “content” digitale accessibile e accettato da tutti.
Gli ultimi mesi ci hanno offerto innumerevoli esempi, tra cui, uno di quelli più vacui e, se vogliamo, offensivi nei confronti di tutti coloro che con sacrificio portano il pane a casa, è sicuramente quello della “influencer” Elisa Esposito, che qualche settimana fa, in preda ad una crisi esistenziale per gli ostacoli  frapposti dalle piattaforme ai suoi contenuti, azzarda trattazioni sui concetti del lavoro o della censura.
Il caso della “prof di corsivoe” è infatti il cliché di chi – abbagliato da numeri, follower e visibilità – non considera più altra dimensione della vita se non quella virtuale. Così, accecati dall’orgoglio di una personalità impeccabilmente calcolata e costruita sui social, oggi è diventato comune imputare i social stessi o i bulli da tastiera per giustificare chi ha affidato il proprio destino all’effimero.
Scrivono libri sul “corsivoe”, partecipano a salotti TV, collaborano perfino con qualche magnate della Silicon Valley per produrre bot erotici grazie all’intelligenza artificiale.
Il problema di questi cosiddetti “creators”, a differenza dei “neo-maranza”, è che mentre in quest’ultimi si è fatto leva mediaticamente sul “romanticismo” della criminalità – in quanto le conseguenze delle malefatte sono non solo motivo di orgoglio e vanto ma anche la benzina esistenzialistica del branco -, gli altri, avendo fatto un business “alla luce dei pixel” della loro impudicizia, costruiscono diritti e sindacati in loro difesa. Chiaramente, sono due facce dello stesso “vuoto cosmico”, il cui unico valore sono soldi e visibilità, ossia tutto ciò che è fuori da sé, che non ci appartiene e che oggi (forse) c’è, ma domani (sicuramente) non ci sarà più.
Cosa scegliere allora? Il branco tanto intrepido quanto patetico quando separato o i content creators, sindacalisti del nuovo millennio che al primo inciampo con la censura o la giustizia civile minacciano di suicidarsi?
Il primo punto di convergenza di questi due fenomeni lo si può trovare nell’ignoranza: eretta a principio e caposaldo, senza la sua ostentazione viene meno un’originalità demenziale tanto cara al popolo del web. Questi neoprimitivi digitali sono, insomma, accomunati da un innato senso del business, imprenditori del ridicolo, che scelgono di mettere in vetrina la loro povertà esistenziale, invece che – ad esempio, in un’ottica rivoluzionaria – ricercare e coltivare i loro veri talenti per metterli a disposizione tramite le loro capacità comunicative
Eppure, si accontentano di questa loro condizione, ne sono consapevoli e fanno di loro stessi una merce da vendere un Tik-Tok alla volta, animatori di altrettanti giovani invertebrati attaccati per ore a schermi a fare zapping di brevi, inutili ma magnetici video.
È definitivamente tramontato, allora, il mito post bellico del self-made-man americano? L’imprenditore istruito e spietato, geniale e pippato, evasore ma filantropo?
Probabile. Sicuramente, però, la convinzione che l’uomo potesse non solo essere esclusivo artefice del proprio destino ma anche di poter esistere senza alcun ricollegamento al sacro, a Verità e Giustizia – principali ostacoli al proprio successo e nemici della propria comoda cecità -, è stata la giusta preparazione ai nuovi “imprenditori” di Tik-Tok.
Nella vuotezza di queste esistenze, trascinate da sempre più roboanti e sensazionalistiche bravate atte a tenere quanti più occhi e per quanto più tempo possibile attaccati alla bacheca del proprio profilo social, allora, ne vedremo delle belle. 
Sarà indispensabile, però, che il fronte preposto alla difesa e alla vivificazione della Tradizione non si abitui alle ingiustizie, ai sottili attacchi all’uomo e al caos esistenziale che si insinuano attraverso i social ogni istante della quotidianità.