Ricchezza e vera nobiltà

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Ieri sera il coraggio m’è mancato. Avrei voluto dare una conclusione a quel colloquio. A che scopo? È evidente che debbo tener conto del carattere del signor curato, del visibile piacere che gli dà contraddirmi, umiliarmi. Un tempo, si è segnalato per il suo zelo contro i giovani preti democratici; e senza dubbio mi crede uno di loro. Illusione scusabilissima, tutto sommato.
È vero che per l’estrema modestia della mia origine, per la mia infanzia miserabile, abbandonata, la sproporzione che sento sempre più tra un’educazione così negletta, persino grossolana, e una certa sensibilità d’intelligenza che mi fa indovinare molte cose, appartengo a una specie d’uomini naturalmente poco disciplinati di cui i miei superiori hanno ben ragione di diffidare. Che cosa sarei divenuto, se… Il mio sentimento verso ciò che si chiama la società, d’altronde, rimane assai oscuro. Ho un bell’esser figlio di povera gente – o per questa ragione, forse?… – ma comprendo realmente solo la superiorità della razza, del sangue. Se lo confessassi, si burlerebbero di me.  Mi sembra, per esempio, che avrei servito volentieri un vero padrone… un principe, un re. Si possono mettere le mani giunte nelle mani di un altr’uomo, e giurargli la fedeltà del vassallo; ma a nessuno verrebbe l’idea di procedere a questa cerimonia ai piedi d’un milionario perché milionario: sarebbe idiota. La nozione di ricchezza e quella di potenza non possono ancora confondersi, la prima resta attratta.
So bene che si avrebbe buon gioco a rispondermi che più d’un signore, un tempo, ha dovuto il suo feudo al sacco di scudi d’un padre usuraio, ma infine, acquistato o no sulla punta della spada, è con la punta della spada ch’egli doveva difenderlo come avrebbe difeso la propria vita; giacché l’uomo e il feudo formavano tutt’uno, sino a portare lo stesso nome… Non è forse a questo misterioso segno che si riconoscono i re? E il re, nei nostri libri santi, non si distingue molto dal giudice. Certo, un milionario dispone di vite umane, in fondo ai suoi forzieri, più che qualsiasi monarca, ma la sua potenza è come gli idoli: senza orecchi e senz’occhi. Può uccidere, ecco tutto, senza nemmeno sapere che cosa uccide. Questo privilegio è forse anche quello dei demòni.
(Mi dico spesso che Satana, il quale cerca d’impadronirsi del pensiero di Dio, non solo l’odia senza comprenderlo, ma lo comprende alla rovescia. Risale, a propria insaputa, la corrente della vita invece di discenderla; e si esaurisce in tentativi assurdi, spaventosi, per rifare tutto lo sforzo della Creazione in senso contrario.)
(GEORGES BERNANOS, Diario di un curato di campagna)