Onoriamo i Santi e i Caduti

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Sono da poco trascorse le festività di Ognissanti e la successiva commemorazione dei defunti.
Non a caso nel calendario queste si collocano nella stagione autunnale, simbolo della ‘morte’ esteriore della natura che richiama alla nostra interiorità.
E così l’aspirante militante della Tradizione può e deve cogliere con il giusto spirito queste festività, innanzitutto per partecipare ove possibile alle celebrazioni presso i cimiteri e pregare per i propri cari ed antenati, che ci hanno permesso di manifestarci in questa vita terrena.
Secondariamente (non per importanza), per dedicarsi alla riflessione di sé, impegnandosi ad osservarsi attentamente, identificando i propri vizi per combatterli e al tempo stesso coltivando le virtù, gesti propizi per aderire pienamente allo stile militante e tradizionale.
Oltre a questi aspetti, il ricordo dei nostri cari ci permette di riflettere anche sulla morte fisica, una fase fondamentale della nostra vita che ci potrebbe aprire la via verso la Luce, non invece un argomento da evitare come spesso questo mondo moderno cerca di trasmettere.
Di seguito un breve ma efficace scritto dell’autore Gianluca Marletta che esprime in altri e migliori termini questa conclusiva riflessione.

CONTEMPLARE LA MORTE, PER VIVERE REALMENTE (2 novembre 2022)

di Gianluca Marletta

Conosco ragazzini che per anni, fin quasi all’adolescenza, hanno ignorato il nome della propria nonna o nonno. E cosa avrebbero fatto di così scandaloso i nonni per essere colpiti da una tale ‘damnatio memoriae’ in altri tempi destinata ai sovrani più empi e maledetti? Semplice: erano morti. Il terrore della morte.

La tanato-fobia.

Il nipotino NON deve sapere che il nonno è morto, non deve sapere che esiste la morte: dobbiamo al contrario titillare il suo ‘senso infantile d’onnipotenza’ che da grande lo porterà a crollare a terra di fronte alla prima difficoltà, al primo limite che il Reale imporrà alla sua esistenza. Eppure, è largamente dimostrato che non esiste società tendenzialmente più depressa di quella che cerca in tutte le maniere di ‘ignorare la morte’.

Perché il risultato del terrore della morte è, quasi sempre, che la morte dominerà la vita, invaderà con la sua ombra ogni istante, spingerà gli esseri verso quello che, giustamente, qualcuno chiamava ‘l’edonismo disperato’, il tentativo goffo di affogare nell’ebbrezza più scomposta il senso di precarietà. Sarà questa anche una società di schiavi, facilmente pilotabile, essenzialmente passiva.

CONTEMPLARE LA MORTE: è una costante dell’uomo vero, dell’uomo sacro.

Certe pratiche tradizionali riguardanti la morte, che al giorno d’oggi appaiono ai nostri terrorizzati contemporanei come inopportune e ‘tristi’, attingono la loro ragion d’essere dalla necessità di prendere virilmente atto della morte e quindi della provvisorietà e dell’impermanenza delle realtà grossolane.

Questo, ad esempio, era il senso della ‘contemplazione del cadavere’, praticata un tempo da alcuni ordini cristiani ma anche da certe vie buddhiste la quale, al netto di certe esagerazioni e bizzarrie ‘barocche’, aveva lo scopo di ‘purificare’ (è la stessa funzione del teatro tragico presso i Greci) dalle ‘angosce della morte’. Un tempo, il 2 Novembre, le famiglie con tanto di piccolini a seguito andavano al cimitero a ‘trovare i loro morti’. Questa tradizione, sia chiaro, non serviva affatto ‘ai morti’ – i quali NON stanno nei cimiteri, se non in qualche loro esile prolungamento psichico e che avrebbero, piuttosto, bisogno di preghiere, di riti che di fiorellini – ma serviva ai vivi. Oggi non lo si fa più; oggi si cambia strada in macchina se passa un carro funebre.

E così l’angoscia e l’insicurezza cresceranno, esattamente come un cane che ti corre dietro in sogno e che tu ti illudi di poter fuggire. Perché, in definitiva, il problema che la morte pone agli esseri è uno solo: chi non la vince (la morte) – e non ne prende coscienza – è destinato indefinitamente a morire. “Passa di morte in morte, l’essere che non riconosce in questo istante il Principio SupremoUpanishàd). “Quante volte sei già morto perché non hai voluto accettare la morte?” (cit. un monaco del Monte Athos).