Recensione | “Comandante”, visto da noi

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Attenzione: le recensione contiene spoiler. Se non hai visto il film, ti consigliamo di tornare qui di ritorno dal cinema.
Siamo andati a vedere “Comandante”, il film di Edoardo De Angelis.
E in questo c’è già una bella notizia: in Italia si è tornato a parlare, sullo schermo, di guerra. O meglio, della guerra degli italiani. 
Dopo il filone dell’immediato dopoguerra (celebre la “trilogia della guerra antifascista” di Rossellini) e ottant’anni di repubblica fondata sulla negazione di quello che c’era stato prima, non era facile tornare a parlarne. 
Non è infatti un caso che il film di guerra sia stato, in questi lunghi decenni, appannaggio esclusivo della cinematografia angloamericana, che l’ha utilizzato con sapiente strategia per instillare la dottrina geopolitica statunitense nelle coscienze della gente comune: gli americani, belli e buoni, arbitri della pace e della giustizia, che combattono il nemico di turno, sempre mostrificato in modo manicheo, come propaganda vuole. E così, ecco il prode yankee che, di volta in volta, spanza i crudeli nazisti nei kolossal sulla seconda guerra mondiale, frega i cinici e un po’ tonti sovietici nelle spy-story da guerra fredda, sgomina le cellule di pazzoidi islamici nella cinematografia post 11 settembre.
“Comandante” si muove, dunque, su un crinale scivoloso: rappresentare uomini di un’altra epoca e di altri valori (la storia è ambientata nel 1940), senza cedere a strumentalizzazioni di nessun tipo. Schivare, da un lato, le accuse di apologia del fascismo, senza giungere, dall’altro, ad un appiattimento della verità alle logiche del politicamente corretto.
L’operazione può dirsi, nel complesso, riuscita, diversamente da “I cacciatori del cielo” (2023), docufilm della RAI realizzato con un coraggio (ed un budget) decisamente minore.
La vicenda è nota.
Con l’Italia appena entrata in guerra, il sommergibile ‘Comandante Cappellini’, sotto il comando di Salvatore Todaro, salpa da La Spezia verso i mari dell’Atlantico. Durante la missione avvista una nave belga che, malgrado la formale neutralità di Bruxelles, attacca il sommergibile italiano. Il comandante e la sua squadra rispondono al fuoco e affondano la nave, operazione per cui otterrà la medaglia di bronzo al valore militare. Ma Todaro decide di mettere in salvo i naufraghi, agganciandoli, prima, al sommergibile, e facendoli salire a bordo, poi, per trascinarli verso il porto neutrale e sicuro di Santa Maria delle Azzorre, esponendosi al pericolo di essere attaccato, dovendo navigare in emersione fino a destinazione.
Dicevamo che il film qualche concessione allo spirito dei tempi (attuali) sembra farla. 
Invero, la sceneggiatura gioca su una ambiguità che può dar vita a letture diverse e non semplicistiche. 
Facciamo qualche esempio. Gli improperi contro i fascisti nei film, lo sappiamo, sono immancabili, e spesso immotivati: da “Il Porco Rosso” di Miyazaki (“meglio maiale che fascista”) fino a… “Barbie” (!), nella scena in cui la bambola è accusata da una ragazzina di essere fascista. Non ha senso, sì, lo sappiamo. Ebbene anche in “Comandante”, in più d’una occasione, due dei naufraghi belgi soccorsi se la prendono con i “porci fascisti”. Ma, a ben vedere, da chi provengono queste parole? Da quelli che provano a sabotare la nave, staccando il quadro elettrico, tradendo la fiducia e l’ospitalità degli italiani. Insomma, a prendersela con il fascismo, sono proprio gli unici personaggi negativi in un film dove ogni personaggio contribuisce con la sua dose di eroismo, coraggio, slancio, solidarietà virile. Non proprio un bello spot all’antifascismo.
Il fascismo, appunto. Esso appare sullo sfondo, molto sullo sfondo. Volutamente, ben poco viene detto circa la fede fascista di Todaro e dei suoi marinai, né, in generale, sulla situazione politica e militare dell’Italia di quei mesi.
Anzi, di fronte all’accusa “fascista!”, il comandante risponde stizzito “…Io sono un uomo di mare!”. Che a prima vista potrebbe essere interpretata così: “Fascista, io? No, sono un uomo di mare!”
Ed è qui che lo spettatore interessato trova finalmente conforto, immaginandosi una inesistente opposizione tra “la legge del mare” e la “legge della guerra” (o del fascismo), proiettando faziosamente il discorso ai giorni nostri, sulla questione dei migranti nel Mediterraneo e dei salvataggi in mare.
Ebbene, anche qui, la lettura è meno scontata: è vero, la scelta di Todaro di portare in salvo i naufraghi della nave affondata non piacque all’ammiraglio Karl Dönitz, comandante in capo dei sommergibilisti tedeschi, che lo accusò di voler fare “il Don Chisciotte del mare”. Ed è anche vero che un tale gesto cavalleresco non trova agevole conciliazione con la logica del risultato che, nel mondo moderno, domina anche la guerra.
Ma, in ogni caso, ciò non consente, agli esponenti del pensiero dominante di reclamare i valori degli uomini di mare come propri. Quella cultura che contesta i valori del coraggio e dell’onore e che concepisce la vita solo in termini di godimento e di utilità, ben poco ha a che spartire con il codice dei marinai. 
A costoro non è consentita l’appropriazione culturale della solidarietà tra marinai e tra soldati, distorcendone il significato e traducendolo nella smielata retorica dell’umanità e dell’accoglienza. 
La cavalleria offerta dagli italiani ai superstiti rientra a pieno, in verità, nel corredo di quei valori dell’uomo europeo, proprio della gente di mare, così come di montagna, delle valli e delle città, educata all’aiuto verso il prossimo ed alla nobiltà d’animo, così come al coraggio ed all’amore per la propria terra.
Perciò, non si può isolare l’episodio del salvataggio dal contesto in cui si è svolto. La nave di Todaro non era una ong ante litteram che solcava i mari alla ricerca di poveri sventurati da salvare, ma una flotta di uomini in armi, devoti al proprio dovere, che risiedeva tanto nei comandi della gerarchia, quanto negli imperativi etici verso i propri avversari, nemici e mai mostri. “Affondo il ferro, salvo l’uomo”.
Ed il film lo mostra questo, eccome. La mostra, la dura ma splendida legge del mare e della guerra.
Li fa vedere, questi ragazzi stipati negli angusti spazi del sommergibile, a condividere le ore gravi e quelle serene, la noia delle notti infinite in mezzo al mare e gli istanti infiniti della battaglia. La gioia del pasto e la gioia dell’assalto. La commozione del lutto e la nostalgia di casa.
Questi ragazzi, figli d’Italia, delle tante italie che diventarono una nelle trincee del Carso e nelle stive dei sommergibili, dove siciliani e lombardi, campani e veneti condividevano cibo e morte, vittoria e sconfitta, dialetti e temperamenti diversi, ma con un’unica indefettibile volontà, come una corda tesa al compimento del proprio dovere verso un bene superiore, quello della Patria.
E allora, per tutto questo, il vero senso della risposta del Comandante è: “Non faccio quel che faccio perché fascista, ma perché uomo di mare”
Vale a dire, la condotta di Todaro e dell’equipaggio è ispirata a valori eterni ed universali, prima ed oltre ogni etichetta, ogni ideologia, che, al massimo, come fu per il Fascismo, può riprendere e più o meno vivificare e risvegliare.
Così, Comandante si è rivelato una bella sorpresa. Un prodotto culturale che paga l’obolo al pensiero dominante, ma in modo talmente ambiguo da farci pensare (e sperare) di averlo veramente e deliberatamente beffato.
Un film dove si respira un clima diverso da quello piatto e sfaldato della cultura contemporanea, un clima verticale fatto di sano testosterone (“chi piange lo butto in mare”) ma soprattutto del nobile slancio del cercatore di coralli che sacrifica la vita per liberare la nave incagliata e dell’eroismo dei ragazzi che, cantando l’inno dei sommergibilisti, con la faccia squarciata, sparano colpi come diavoli per respingere l’attacco aereo.
È così che vive il marinar / nel profondo cuor / del sonante mar!
Del nemico e dell’avversità / se ne infischia perché sa / che vincerà.