Heliodromos | Il rumore e la moltitudine

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Il rumore e la moltitudine
Tratto dal sito Heliodromos
Essendo il silenzio e la solitudine due condizioni fondamentali al fine di condurre un’esistenza armonica e serena, per l’essere che è alla continua ricerca dell’equilibrio fra corpo anima e spirito al fine di limitare la dispersione delle proprie energie spirituali e del proprio potere personale, non ci si deve sorprendere se nel modo di vivere dell’uomo schiacciato dalla materialità prevalgono le due condizioni opposte e contrarie. Tuttavia, quando di recente la dittatura politico-sanitaria ha provato a demonizzare i cosiddetti assembramenti, con la pretesa di difendere e salvaguardare l’integrità fisica della popolazione attraverso la segregazione generalizzata, si è solo mirato a provocare il contrasto e la divisione fra la gente, distruggendo la reciproca solidarietà ed ostacolando la naturale esigenza di comunicazione e di vita sociale condivisa, fonte di stabilità ed equilibrio per ogni comunità organica. E i governanti, imponendo quelle restrizioni, non era sicuramente al benessere dei cittadini che miravano!
Però l’alternativa a tali “distanziamenti” imposti dall’alto non può consistere nell’informe ammassarsi della moderna società democratica, dove in sostituzione delle processioni e delle liturgie religiose sono subentrati i cortei politici e le sfilate di protesta, generalmente monopolio delle forze (un tempo dette) “di sinistra”; né, tanto meno, le molteplici concentrazioni di massa all’insegna del tempo libero: spiagge affollate, assordanti discoteche, sudaticce sale da ballo, caotici raduni musicali, sballi da rave, ferocia da stadio e sponsorizzatissimi grandi eventi sportivi; per non parlare dello sfrenato consumismo, come i pellegrinaggi festivi delle famiglie ai centri commerciali, lo shopping compulsivo e il popolo dell’autogrill. Secondo il principio dei vasi comunicanti, infatti, il livello di una concentrazione di individui riuniti nel medesimo posto, finisce sempre per attestarsi nel punto più basso, là fin dove può arrivare il livello dell’ultimo dei partecipanti. Si tratta di una ferrea legge di natura, per cui l’individuo, l’uomo ordinario in quanto membro della specie (la “materia”), prende il sopravvento sulla persona e l’Uomo differenziato (la “forma”); in modo che l’informe molteplicità prevalga su ogni distinzione, carattere e qualità del singolo. Col contributo devastante e decisivo di stampa televisione e social, che sicuramente non aiutano, ma piuttosto esasperano ed aggravano tale condizione.
Allora il recedere verso gradi inferiori di consapevolezza, l’involuzione degenerativa, la corruzione, l’ignoranza, la bestialità e la bassezza — inevitabilmente! — prevalgono e si impongono, per cui il caotico e l’indistinto corrompono la percezione e annichiliscono la ragione; sbarrando ermeticamente le porte della coscienza all’intelligenza, al pensiero, alla comprensione, alla riflessione e alla saggezza; finendo così per escludere dal proprio orizzonte ogni traccia di coraggio, pazienza, disciplina e, in definitiva, di ogni bellezza e ordine. «La libertà, come l’arte, è aristocratica», sosteneva Virgilio Titone. Al massimo, a costoro, inabili a qualunque applicazione, impegno, sforzo, sacrificio e autonomo pensiero, rimane solo la vile superstizione, l’ottusa evocazione subconscia, la cieca obbedienza e la facile e monotona ripetizione di slogan e parole d’ordine urlate ad alta voce dalla “testa” del corteo.
Del resto è normale che sia così. È giusto che l’individuo ridotto alle sue pulsioni elementari ed istintive abbia pensieri espressioni e comportamenti bassi e volgari, in accordo con il “corpo psichico” in cui si trova immerso e da cui è trascinato, in balia della stessa marea da quel corpo generata. Altrimenti ci troveremmo di fronte ad un essere di ben altra levatura, intimamente legato al trascendente e rivolto al superiore. Una persona che non considera il servire alti ideali, il darsi un ordine e una regola un’oppressione e un’insopportabile giogo, ma che piuttosto rimane insoddisfatto e deluso dalla mancanza di norme e impegni volontariamente presi, difficoltà consapevolmente affrontate, responsabilità assunte senza alibi e comodi ripiegamenti. La vita come disciplina, la vita nobile — secondo Ortega y Gasset — «si definisce per l’esigenza, per gli obblighi, non per i diritti. Noblesse oblige». E, citando Goethe, sempre Ortega ci ricorda che: «“Vivere a proprio gusto è da plebeo; l’animo nobile aspira a un ordine e alla legge”».
Ed è, a ben guardare, veramente un misero campionario quello dei manifestanti e protestatari di ogni risma, che si ritrovano in piazza a comando ad ogni “emergenza” suggerita dal momento. Dalle femministe arrabbiate, svuotate di ogni femminilità; agli starnazzanti militanti LGBT, discentrati e privi di identità; dai dolenti attivisti climatici, ignoranti per… Natura; agli ipocriti sostenitori dello stato canaglia mediorientale, genocida e massacratore di donne e bambini, che vanno ad abbaiare la loro rabbia impotente sotto l’Arco di Tito, certificando così la sconfitta inevitabile e definitiva della loro perfida genìa.
Di sicuro c’è che gli agenti della sovversione, a partire dai potentati sovranazionali e oligarchici (i santi di Satana!) cui tutti i politici e governanti sono asserviti, non lasciano in pace nessuno, non danno tregua, pretendono attenzione e vogliono veder compiutiti velocemente i risultati del loro sinistro apostolato, controllarne i frutti, raccoglierne i benefici. Mentre invece l’uomo della tradizione è paziente, attento solo al proprio Ego, a cui non risparmia critiche e non lascia riposo, non concede attenuanti, non paga l’avvocato d’ufficio, fino al definitivo traguardo del suo contenimento e annullamento nell’unità del Principio. Come è stato giustamente affermato di loro: «Essi non danno tregua alla loro anima». E come prevedeva Evola in tempi non sospetti — che confrontati con l’oggi assumono contorni arcaici — a proposito della montagna e della Religiosità del Tirolo: «Ancora una generazione e forse il pantano borghese del mondo moderno avrà sommerso e assorbito anche questi ultimi frammenti emergenti di una vita, che è la sola da potersi dire vera e normale». A cui faceva eco René Guénon in una lettera a Louis Cattiaux, a proposito del comportamento dei turisti: «questa genia è veramente odiosa per la sua stupidità ottusa e incapace e, quando li si vede qui, sembrano branchi di pecore piuttosto che esseri umani».
Anche simili distinzioni, apparentemente marginali, possono diventare punti qualificanti di differenziazione e autonomia per quelle realtà che si dovessero trovare a percorrere il retto cammino di libertà e indipendenza dal decadimento generale.