Heliodromos | Solstizio d’inverno e riti polari

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Solstizio d'inverno e riti polari
Tratto dal sito Heliodromos
Fra i riti stagionali che noi siamo soliti celebrare periodicamente, secondo un ritmo legato al numero 4, il Solstizio d’inverno riveste un’importanza particolare. Secondo l’insegnamento tradizionale, si tratta dell’entrata dalla porta degli dei, nel periodo del deva-yana, che corrisponde nell’ordine della manifestazione all’inizio del ciclo ascendente della luce.
Questa fase di solito è simboleggiata dall’asta inferiore dello svastica la cui tangente al cerchio inscritto nella croce centrale indica il senso della risalita. Quest’asta è simile al contempo al gamma maiuscolo dei greci ed alla squadra del grande architetto dell’universo. Se noi mettiamo in collegamento il cerchio disegnato dalla rotazione dello svastica e questa squadra, otteniamo un’immagine dell’azione del Principio agente attraverso il centro sul mondo schematizzato dalla squadra o il quadrato, tramite l’intermediazione del cielo rappresentato dal cerchio tracciato dal compasso celeste.
La conoscenza dello svastica permette a colui che è impegnato nella ricerca esoterica di integrarsi progressivamente in una dimensione cosmica come terzo elemento della grande triade.
La partecipazione cosciente e attiva dell’uomo come eco dei fenomeni cosmici può compiersi attraverso l’uso delle chiavi e del rito. In effetti, il gamma dello svastica può essere visto come una chiave. Nella Roma antica, è durante i solstizi che Janus, dio delle chiavi e dell’iniziazione, procedeva all’apertura simbolica delle porte (janue). La chiave d’oro serve al Solstizio d’inverno e quella d’argento a quello d’estate. Di questa funzione noi abbiamo conservato nel nostro calendario il mese di gennaio (januarius) che si apre in realtà al Solstizio d’inverno ed annuncia il segno del Capricorno.
La chiave è un simbolo essenzialmente assiale. Ritroviamo quest’aspetto nella runa sieg dove le due estremità rappresentano, fra l’altro, i Solstizi che si articolano intorno all’asse del mondo. Ma l’uso di questa runa corrisponde di fatto a un procedere legato alla via secca che è in particolare riservata alla funzione guerriera. Il rito legato all’impiego della chiave d’oro s’inscrive in una prospettiva verticale di ascensione verso degli stati che non partecipano più direttamente al movimento di rotazione dello svastica. In effetti, questo rappresenta il ciclo annuale, ma a differenza di altri simboli come la croce chiamata “celtica”, esso contiene in più la nozione di Polo, di Asse e di Principio. Durante il percorso del ciclo solare annuale, la totalità delle influenze dello yin e dello yang, cioè dei due poli della manifestazione, sono attuate e agiscono sull’essere. Quest’ultimo vive dunque in un mondo di manifestazione assimilabile alla caverna cosmica, luogo di chiusura, se non di reclusione, ma che corrisponde anche al crogiolo alchemico ove si compie progressivamente l’opera che condurrà simultaneamente alla morte apparente nel Solstizio d’inverno e alla nascita, nell’ordine principiale, agli stati superiori. L’essere sul cammino della liberazione finisce per accedere di fatto al Cielo simboleggiato dalla stella Polare, centro dello svastica.
Per cercare di comprendere meglio il ruolo svolto dal rito nelle funzioni di passaggio e di accesso agli stati superiori dell’essere, conviene prima considerare la teoria degli stati molteplici dell’essere così come ce l’ha descritta René Guénon.
Lo stato umano che è considerato di solito come il solo reale ed esistente non è in realtà che uno stato particolare fra altri indefiniti.
All’interno di uno stato, si possono distinguere una molteplicità di modalità comprendenti esse stesse illimitate modificazioni secondarie. Citiamo come esempio la modalità corporea e lo stato individuale che si caratterizza essenzialmente per la forma.
Dunque, si può definire l’essere totale come la somma di una serie indefinita di stati d’essere particolari. Tradizionalmente, si schematizza questa teoria col simbolismo geometrico della croce a tre dimensioni. Il piano orizzontale rappresentando uno stato dell’essere, ogni retta di questo piano rappresenta una modalità e ogni punto di questa retta una modificazione secondaria. Per rappresentare la continuità di ogni modalità, si può trasformare la retta delle modalità in un cerchio non chiuso (o piuttosto una rivoluzione di spirale). È il passaggio dalle coordinate cartesiane alle coordinate polari. Senza andare fino al vortice che è l’espressione simbolica più perfetta dell’espansione in tutte le direzioni delle virtualità del centro o punto principiale, si può con questa rappresentazione geometrica della croce a tre dimensioni comprendere il ruolo dei differenti riti.
L’essere che aspira alla realizzazione metafisica è tenuto a sviluppare o per lo meno a partecipare alla totalità delle modalità dei differenti stati dell’essere. Ora, se egli può percorrere un ciclo completo di modalità, egli non può accedere solo al centro. C’è analogia col limite d’una serie matematica a cui ci si avvicina senza mai raggiungerlo. In effetti, il limite (o il centro) è una “quantità” fissa che non è soggetta alle vicissitudini del percorso d’un ciclo, né può per questo essere raggiunta. Bisogna quindi che il Principio si manifesti e intervenga sotto forma d’un raggio celeste o divino che tramite l’attraversamento di tutti i piani orizzontali passi dai differenti centri e – se la sua azione è effettiva – produca per riflesso su un dato piano un’onda vibratoria che si propaga e s’amplifica nell’essere. Così, tutti i punti si trovano in comunicazione gli uni con gli altri. C’è allora l’illuminazione: è il fiat lux cosmogonico veicolato dal rito.
Affinché un rito sia efficace certe condizioni specifiche devono essere soddisfatte. La parola rito ha la medesima radice del sanscrito rita che significa “ciò che è conforme all’ordine e alla legge”. È bene sottolineare che questo presuppone essenzialmente la conoscenza della solidarietà e della corrispondenza che esiste tra l’ordine cosmico e l’ordine umano. Questa conoscenza, con le applicazioni molteplici che ne derivano, esiste in tutte le tradizioni. È in altri termini il primo insegnamento de La tavola smeraldina: «ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per il miracolo d’una sola cosa».
Per assicurare questa comunicazione tra l’alto e il basso o tra i differenti stati dell’essere, il rito deve comportare tutto un contesto simbolico. Quest’ultimo varia naturalmente a seconda dei luoghi, l’epoca, la data dell’anno o l’assemblea che vi partecipa. Questo simbolismo può essere d’ordine sonoro – come nei tantra hindu o tibetani –, gestuale – tale la runa dell’uomo cosmico o ancora i mudra hindu –, o infine statici oggetti e figure come gli yantra e i mandala. Si arriva al punto che al momento della preparazione di determinati riti, bisogna cancellare certi simboli dopo averli tracciati. Rimanendo questi non meno presenti e attivi. A immagine della trama invisibile dei tappeti, essi servono a sacralizzare i luoghi e a renderli atti alla comunicazione dell’influenza spirituale. Questi supporti attivi si apparentano al mutus liber nell’ermetismo o, al contrario, nel mondo moderno, a un tipo di sovversione occulta.
Non tutti i riti producono gli stessi effetti. Questo dipende dalla distinzione dei domini exoterico o esoterico a cui fanno riferimento. I primi di tipo religioso si rivolgono indistintamente a tutti i membri di un dato ambiente sociale. Mentre essi sono riservati all’élite dei soli iniziati nel secondo caso. Malgrado alcune similitudini apparenti e l’intervento di elementi d’ordine sovra-individuale qualunque sia il rito, gli obiettivi cercati differiscono in modo radicale. L’azione dei riti di tipo exoterico non superano mai il dominio dell’individualità. Così, non possono diversamente dei riti esoterici aprire all’essere certe possibilità di conoscenza. I riti iniziatici aprono, invece, la via ai misteri (piccoli e grandi) e permettono non la salvezza – fine di ogni religione – ma la liberazione. Ricordiamo queste parole d’un maestro sufi: «il paradiso non è altro che una prigione».
Riassumendo, possiamo dire che la pratica dei riti è un fenomeno comune a tutte le società o istituzioni tradizionali. Essi hanno sempre come scopo di mettere l’essere umano in rapporto con qualcosa che oltrepassa la sua individualità e che appartiene ad altri stati di esistenza. Non è sempre necessario che la comunicazione così stabilita sia cosciente per essere reale, perché essa avviene nella maggior parte dei casi attraverso l’intermediazione di determinate modalità sottili dell’individuo, modalità nelle quali la maggior parte degli uomini sono attualmente incapaci di trasferire il centro della loro coscienza. In ogni caso, che l’effetto sia apparente o meno, oppure differito, il rito porta sempre in se stesso la sua efficacia, a condizione che sia compiuto conformemente alle regole tradizionali che assicurano la sua validità. Altrimenti, non è che un vano simulacro o una parodia, peggio una cacofonia che si oppone all’armonia universale a cui noi partecipiamo regolarmente (come questa sera) secondo un rituale preciso e in una data che non ha nulla di casuale.
Citiamo per finire Marco Aurelio che ci regala un pensiero ricco d’insegnamenti: «Quando il vincolo delle circostanze ti lascia come smarrito, rientra subito in te stesso e non perdere la misura oltre il necessario. Tu sarai tanto più maestro dell’armonia quanto più frequentemente vi farai ritorno».
Philippe Costa
(Testo di una conferenza tenuta in Francia in occasione del Solstizio d’inverno del 1987, pubblicato sulla rivista Sol Invictus n. 2, Inverno 1988).