Taxi driver (visto da noi)

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Quella che state per leggere è la recensione del celebre film “Taxi Driver” (1976) di Martin Scorsese. L’occasione da cui nacque l’articolo, pubblicato sulle colonne di Heliodromos, fu l’iniziativa di riportare in sala il capolavoro con Robert De Niro, sull’onda emotiva dell’attentato al presidente americano Ronald Reagan, nel 1981. Lo scritto si rivela utile ed attuale non solo per restituire agli appassionati una chiave di lettura preziosa di una delle
opere di culto della settima arte, ma soprattutto per fare luce su come il sistema ciclicamente “arruoli” la cinematografia e la televisione per stigmatizzare ogni forma di rivolta contro l’esistente, portandole nei vicoli ciechi dell’alienazione e dell’auto-distruzione

Recensione tratta da Heliodromos n.14, maggio 1981
Sulle ali dei clamori dell’attentato a Reagan, tutto c’era da aspettarsi, ma onestamente non si era arrivati a concepire tanto. Facendo leva su fattori emozionali e bramosie delle folle, scavando, anzi saccheggiando, nella vita e nel passato dell’attentatore, i “soliti ignoti” hanno montato un battage pubblicitario di primo ordine, trovando anche l’appiglio da cui trarre vantaggio.
E così nel crogiolo c’è finito anche Taxi Driver, vecchio film pur sempre visionabile in qualche arena, d’estate, che è tornato alla ribalta in modo eclatante, offuscando quasi, per i risvolti pilotati e per le modalità di proposizione, vari film, nuovi e di buona fattura, che avrebbero senz’altro meritato più attenzione (vedi “Un mondo di marionette” di Bergman, passato praticamente sotto silenzio).
Noi, che non possiamo abbracciare, in questa rubrica, tutto il panorama significativo delle nuove produzioni, ci siamo trovati a dover scegliere, per i mesi di Aprile e Maggio ’81, tra varie opere, che avrebbero meritato, seppur con motivazioni opposte, una nostra indicazione: dal già citato film di Bergman al mistificatorio “Lilì Marlene” del “contrabbandiere d’opere d’arte” Fassbinder; dall’interessante “Tre fratelli” di Francesco Rosi alla passerella delle lordure e degli orrori umani di “The elephant man”.
Poi, il fulmine a ciel sereno! Il grande ritorno di Taxi Driver, che ha fugato ogni dubbio. E non tanto con compiacimento, come potrebbero credere a prima vista gli estimatori di certa cinematografia “di rottura”, nei cui annali questo film resta senz’altro una pietra miliare, quanto piuttosto, e molto più amaramente (ma in fondo tutto ciò è normale) per rilevare l’ennesimo tentativo di strumentalizzazione e travisamento che va ben al di là degli aspetti economici e di cassetta, per rivestire quello di sostituzione di una verità scioccante e di denuncia con una verosimilità di comodo ed orchestrata alla perfezione, ovvero quella di far coincidere la figura del protagonista con quella dell’attentatore, giocando sui riflessi condizionati e sobillati della opinione pubblica e mirando a svuotare dei contenuti di riscatto interiore che, invece, muovevano i passi dell’autista Travis.
E’ in questo tentativo di far apparire come uno psicopatico la figura “ribelle” a questa società, che sta, a nostro avviso, l’imposizione sottile, strisciante, di chi ha voluto, cosciente o meno, proporre un tal film in questa chiave, ed è senz’altro ciò che più ci preme mettere in risalto.
Troppo noto il film per tracciarne un profilo, quanto piuttosto, appunto, ci sembra utile soffermarci su questo “colpo di rimbalzo” che partendo da un’invisibile mano ha mirato, come su una vellutata carambola, a mandare “in buca” l’Uomo assetato di verità e di riscatto, in grazia del “birillo” attentatore e della complice “sponda” di Jody Foster, verosimilmente passiva, ma assurta al ruolo di specchietto per l’allodola e finita su tutti i posters pubblicitari della riedizione del film, alle spalle del protagonista, in una posa alla “Pretty Baby” ed in compagnia di una didascalia che accosta esplicitamente i fatti della recente cronaca a quelli della vicenda cinematografica.
E’ nel fatto che si sia tentato di invertire la polarità dell’azione che sta la manovra occulta e sovvertitrice; cioè, è nel voler presentare la figura del protagonista quasi come succube delle passioni che questa donna susciterebbe in lui, nel configurarlo fatalisticamente come un “sentimental-paranoico”, che sta il trucco! 
Perché se, in effetti, dei limiti vi sono nella figura del protagonista, nel suo “risalire la china” dal momento della scoperta della sua miserabile realtà, della sua insignificante condizione, alla crescente ed anche ossessionante ricerca di qualche cosa che lo riscatti e lo liberi nella sua coscienza tormentata, questi sono i limiti del regista, di quel Martin Scorsese che assieme agli altri “arrabbiati” del nuovo cinema americano cercano una via senza trovarla, o meglio, la battono con incertezza ed a tentoni, perché questa non è connaturata alla “natura americana”: ad una analisi precisa, cruda e puntuale, comune ai vari Peckinpack, Polanski, Altman, Scorsese, Cimino, Pollack è diffusa una deficienza di sintesi e ciò traspare palesemente nelle soluzioni talvolta parossistiche cui vanno incontro i loro personaggi, nell’incapacità di padroneggiarsi; ovvero, manca ai loro protagonisti l’ “ideale”, il “perché”, il senso ultimo delle loro scelte; in uno, “la visione del mondo” e dell’Essere.
Da ciò scaturisce il finalizzare la loro azione in un “gesto risolutorio” tanto liberatorio quanto autodistruttivo. E appare chiaro come, in quest’ottica, sia la “donna” ad innescare questo processo, rivestendo, nell’assenza d’altro, il ruolo di “meta da conseguire” e, nel contempo, di spinta all’agire, tipico per chi non riesce a trovare “in sé” le motivazioni di fondo e cerca in “altro da sé” la Risposta.
In tal senso è, a nostro avviso, sindacabile Taxi Driver, e non certo nei termini in cui questa sua riproduzione “ad hoc” vuole farlo apparire subdolamente. E se il protagonista ha inizialmente tutti i tratti di uno snaturato, di un asociale, ciò non vuol dire affatto che egli sia uno psicopatico.
E la sua insonnia e la sua solitudine non sono il frutto di una ipersensibilità tarata, ma i campanelli d’allarme del suo risveglio interiore.
E la nausea che cresce in lui durante le notti lavorative alla guida della vettura, in un mondo abietto e putrido, non deve essere presa come un annichilimento che frutta solo giudizi introversi ed un agitarsi irresponsabile; svariati sono i segni del rigetto di questa società di cui l’America è la sublimazione fetida e ributtante: dal suo recupero psico-fisico voluto, sofferto e conseguito di fronte alle mollezze di una vita piatta ed insignificante, al rifiuto del consumismo quotidiano, dalla scatoletta al televisore (buttato giù dopo un altalenare simbolico molto significativo); dall’imporsi armato del suo ingegno e della sua riacquistata lucidità, ad una situazione certo più grande di lui, col fermo proposito di riuscire anche a costo della vita (ricordiamo che anch’egli, nel tragico epilogo di sangue non si esime dal rivolgersi alla tempia l’arma ormai scarica).
Ma soprattutto entrambe le donne, che giocano un ruolo determinante nella vicenda, non rappresentano, ricordiamolo, delle debolezze o “scivolamenti”. Nel rifiuto fisico netto e lucido della ragazzina prostituta e soprattutto nel superamento e nel distacco interiore che si leggono negli occhi di Travis nella scena finale del film, nella “ultima corsa” in taxi con il suo “grande amore” (che, dopo averlo calpestato è pronta ad accettarlo quando è divenuto il simbolo di una umanità diversa, famoso, e non più il grigio autista di un taxi notturno), è da vedersi il senso della lotta interiore che egli ha vissuto e vinto. Altro che tormentate passioni da schizofrenico, come lo vorrebbero dipingere “gli uomini del presidente” a loro uso e consumo!
E il gesto attentatorio non è certo, in questo contesto, quello di un pazzo, ma ha un peso specifico forte e chiaro nel misurarsi con la realtà che lo circonda e di cui il film è un fedele interprete, peraltro specchio dei tempi ultimi limpido come pochi altri. In un caleidoscopio di luci e di suoni (la cui realizzazione resta un fatto scenico di prim’ordine) della New York notturna con cui il regista dipinge con amarezza un inferno metropolitano fatto di assassini, magnacci, prostitute e drogati…
In una città che schiavizza e piega alle esigenze del vizio commercializzando i più deboli, facendo precipitare nella disperazione e nella follia omicida coloro che non vogliono rassegnarsi ad accettare le ipocrisie di una società costruita sul mito del progresso materiale, il tassista Travis, ignorante ed incolto uomo qualsiasi è, tuttavia, inconsapevolmente, l’erede di una cultura antica; basata sui valori che il materialismo moderno ha irriso e vilipeso; è perciò incapace di inserimenti equivoci nella falsa civiltà di cui la metropoli americana è il simbolo. La sua rivolta totale contro “l’uomo delle noccioline” (la figura del politico ha palesi riferimenti con l’ex… Carter), come reazione, umanamente comprensibile, ad un mondo che non rispecchia più le esigenze ed i valori della vita, che mira a fagocitare l’Uomo in una realtà fatta di solitudine, di egoismo e di violenza, non è affatto un atto sconsiderato.
Sconsiderato e colpevole è il voler far credere che la figura di quest’uomo sia lo stereotipo dell’attentatore di Reagan, capro espiatorio immolato, a torto o a ragione, sull’altare delle foibe di massa, ciniche e capricciose.
Perché: “Nella società moderna, alienante, l’asociale, il ribelle, in via di principio è l’uomo sano”!