Raffaele Oriani e il coraggio di lottare per le proprie idee

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Difficilmente ci saremmo immaginati di pubblicare un articolo di elogio su un giornalista di Repubblica, ma quando la realtà è più spaventosa degli incubi succede di condividere pezzi di cammino anche con un potenziale avversario, se il nemico comune è talmente grande da offuscare temporaneamente le ostilità.
Non conosciamo l’orientamento politico di Raffaele Oriani, e tantomeno dell’autore di cui qui sotto riportiamo l’articolo, né in questo contesto ci interessano. 
Vogliamo soffermarci sul coraggio della coerenza con se stessi, ripartendo dal famoso aforisma di Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”.
Anche perché se tutti i giornalisti prendessero il suo esempio, svanirebbe in un attimo la montagna di menzogne di cui i media occidentali stanno rimpinzando l’opinione pubblica; montagna che comunque frana sotto la valanga di verità che dirompe dai social e dalle fonti non allineate. Tolti quelli prezzolati e in cattiva fede, resterebbe solo una sparuta minoranza di giornalisti davvero convinti (chissà come) che la causa israeliana sia giusta.
Noi del resto sapevamo bene e da sempre che questo momento sarebbe arrivato, che la resa dei conti nel conflitto in Medio Oriente si sarebbe compiuta probabilmente in questo modo, ma non distoglieremo mai lo sguardo da quello che è solo il momento più drammatico di un genocidio in atto da decenni: la più grande ingiustizia dell’ultimo secolo. E non smetteremo mai di credere nella vittoria del popolo Palestinese, perché sappiamo che la Giustizia, in un modo o nell’altro, trionfa sempre.
E’ noto a pochi che Repubblica è ad oggi l’unica testata italiana ad aver sottoscritto un accordo di 12 pagine con Israele, che prevede il permesso di accedere nella Striscia di Gaza ma con l’obbligo di non parlare con alcun palestinese e che gli articoli e le immagini vengano approvati dall’esercito israeliano.
Oriani ha dunque deciso di interrompere la sua collaborazione con Repubblica per non essere più complice del massacro in atto; e lo ha fatto con le seguenti parole che, seppur da noi non condivise in alcuni passaggi, denotano il coraggio delle idee da cui siamo voluti partire nel nostro commento:
“Care colleghe e colleghi, ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la  Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori”.

(Da Il Giornale D’Italia, di Alfredo Tocchi)

Raffaele Oriani via da la Repubblica che tace sul genocidio di Gaza: un esempio di coraggio e compassione nel presente distopico.

La decisione di un uomo coraggioso, che spero di conoscere presto. Oriani ha pagato un prezzo per difendere la propria libertà di espressione

Nei giorni scorsi, un noto quotidiano on line ha comunicato il risultato di un sondaggio: “Sei italiani su dieci con Israele e Zelensky”. Forte di questo responso popolare (basato sul voto di qualche decina di lettori, sai che attendibilità!), il Direttore ha rifiutato la pubblicazione di due miei editoriali che denunciavano il genocidio in atto a Gaza e l’inutilità della morte di trecentomila giovani ucraini.

Così, va il mondo del giornalismo in Italia: il lettore non vuole farsi un’opinione leggendo i quotidiani. Il lettore ha un pregiudizio (indotto da quella abominevole cloaca putrida che è la televisione) e vuole leggere soltanto articoli che confermino che il pregiudizio è fondato.

Da ammiratore di Eraclito, sempre convinto che uno valga centomila se è il migliore e – soprattutto – scettico sulla capacità delle giurie popolari di esprimere un qualsiasi giudizio, io ho incassato il rifiuto con il consueto silenzio, senza un sussurro di rivolta o di polemica.

Il primo esempio storico di giuria popolare, sappiamo come andò a finire: “Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?».” (Matteo 27.12). Nonostante gli esordi scoraggianti – dopo la rivoluzione ci fu la restaurazione – l’utopia illuminista e rivoluzionaria dell’uguaglianza è stata spinta all’eccesso. Quella che era semplicemente da intendersi come uguaglianza di diritti, è stata stravolta in uguaglianza tout court. Così, se la maggioranza gradisce lo sterminio indiscriminato di innocenti, i giornalisti devono stare attenti a non scrivere che il genocidio è il peggiore dei crimini. Naturalmente, se si segue la linea dettata dai padroni dei media, non si subirà alcun fact checking. Io il fact checking l’ho subito senza replicare (e avevo mille volte ragione, avevo scritto la pura verità).

Ma io non vivo di giornalismo, sono anche un avvocato. Mi posso permettere di non scrivere.

Ci vuole coraggio, “cor habeo”, virtù oggi banalizzata, svuotata di significato.

Raffaele Oriani lo ha avuto. Ha scritto una lettera (pubblicata su questo giornale) e ha lasciato La Repubblica. Io non lo conosco, ma – da oggi, senza sapere nulla di lui – lo stimo. Perché non mi serve altro per stimare un uomo, mi basta che mantenga la propria umanità, la propria lucidità, tutta la sua capacità di giudizio anche in questo presente distopico.

Raffaele Oriani ha dimostrato non soltanto di avere coraggio, ma anche di avere compassione, il più nobile dei sentimenti.

Possiamo giustificare la morte di oltre ventimila esseri umani, la persecuzione subita da oltre due milioni di persone da mesi sotto le bombe?

Come si fa a non indignarsi davanti all’immagine del Presidente israeliano che firma le bombe destinate a Gaza, davanti agli israeliani che prendono a calci e pisciano sui cadaveri palestinesi, davanti all’espianto degli organi dei cadaveri, restituiti nei sacchi neri dell’immondizia?

Me ne fotto di quello che pensa la maggioranza, io sono nauseato. Ho già scritto (e il mio parere di avvocato internazionalista è il medesimo di molte autorevoli personalità di religione ebraica, come il Professor Jeffrey Sachs) che quello di Gaza è un disastro umanitario, che il sostegno incondizionato a Israele, lo Stato Nazione degli ebrei (una Nazione che discrimina su base religiosa, esattamente come le peggiori teocrazie islamiche) è il fiancheggiamento di uno Stato governato da criminali.

Raffaele Oriani magari sarà più moderato di me, meno esplicito. Ma lui ha pagato un prezzo per difendere la propria libertà di espressione.

E questo fa la differenza.