Storia di una madre e di sua figlia. A Gaza.

136
(a cura del Cuib Femminile di Raido)
Non ci sono molte parole che possono introdurre il contributo che leggerete tra pochi istanti. Solo una domanda ci viene spontanea…come si fa a non vedere, mentre si sta a guardare?
In realtà le domande sono tante, ma questa ci sembra la più pertinente, perché nel vedere  si percepirebbe una realtà più profonda, addirittura si arriverebbe ad entrare in empatia con le vite e le storie che la cronaca (non tutti a dire il vero) racconta (poco).
Chi vede capisce e comprende quello che ha precedentemente guardato. La persona che vede, infatti non ha semplicemente guardato, ma si è spinta oltre: ha capito e ha compreso cosa ha guardato. Il vedere comprende un passaggio ulteriore di presa di coscienza, di penetrazione della realtà, di umanità, che il guardare non presuppone necessariamente, perché si sofferma alla fredda analisi oggettiva.
Noi ci chiediamo come si fa a non vedere la sofferenza e la distruzione che ogni giorno, da quattro mesi a questa parte, viene inflitta a madri e figli di Gaza.

(tratto da pagineesteri.it) – GAZA. Un giorno nella vita di una madre e di sua figlia

Nonostante i continui bombardamenti israeliani, il terrore che si diffonde nell’aria da vicino e da lontano, in qualche modo, essendo una creatura abitudinaria, mi sveglio alla chiamata alla preghiera, ogni mattina presto. E dopo essermi prostrata in direzione della Mecca, in direzione della mia fede nell’Onnipotente, la domanda immediata che si impone alla mia mente, ogni volta che si fa la preghiera del Fajr, è: come e da dove oggi io, giovane donna palestinese, giovane madre palestinese, mi assicurerò il cibo necessario e l’acqua preziosa per me e per mia figlia di sei anni. Sempre che riusciamo a sopravvivere fino al tramonto e oltre, con la grazia dell’Onnipotente, al quale sono profondamente fedele in quanto musulmana osservante.

Poi c’è una corsa folle per riempire d’acqua le nostre taniche di plastica da un litro. La quota assegnata alla mia famiglia ieri è stata di pochi litri di acqua sporca e sudicia per il giorno successivo. Siamo sei adulti, oltre ai piccoli, i bambini, ammassati in questo piccolo appartamento fatiscente. Questo è il nostro attuale rifugio da tutta la morte, la distruzione e l’inimmaginabile, semplicemente indicibile sofferenza umana che ci circonda. Usiamo questa preziosa acqua assegnata per lavarci rapidamente con le spugne e per il bucato, che ci sembra un lusso stravagante. È un lusso apparentemente stravagante, che mi costa una faticosa scalata quotidiana dal piano terra fino al quinto piano dell’edificio, senza elettricità e senza ascensore funzionante. Trascinare tutta quest’acqua pesante ma preziosa come una bestia da soma e tenere costantemente d’occhio la mia bambina che si aggrappa, si avvinghia a qualche parte dei miei vestiti, e mi accompagna. Questa assillante e costante paura che, molto probabilmente, potrebbe esserci un attacco missilistico dal cielo e tutto sarebbe finito in un attimo. Non solo per me, ma per tutti, da terra fino al quinto piano.

Una normale visita alla toilette deve essere programmata, pianificata e pensata con precisione per non sprecare acqua: è un equilibrio costante tra un normale impulso umano, il mantenimento della propria salute mentale e la possibilità di perdere tutto in un attimo (acqua, vita e persone care).

I sei adulti di questo bilocale fanno i turni per andare in bagno, per fare una specie di doccia con le spugne, per prendersi cura dei rispettivi figli, per mantenere una certa dignità umana e un minimo di igiene. C’è una competizione non dichiarata per l’acqua del bagno. C’è una competizione per il pane che ci arriva, una competizione molto sgradevole, un modo di vivere molto disumano: tanti adulti sono costretti a scrutarsi, a predarsi a vicenda le misere fette di pane e le lenticchie, se sono disponibili quel giorno. Il prezzo della farina di frumento è altissimo, ammesso che sia disponibile; oggi a Gaza non ci si può permettere la farina di frumento se si è il Jack o Jill medio, ordinario. La farina per fare il pane, per nutrire il vostro stomaco affamato, non è per voi.

Proprio ieri, la mia bambina aveva tanta fame, ma non sono riuscita a ottenere nulla da nessuno degli operatori umanitari, che si presentano sempre meno spesso in questa zona. E, vergognandomi, le ho chiesto di correre nell’appartamento vicino, allo stesso piano, per chiedere un po’ di pane. La bambina di sei anni, su suggerimento della madre, si è avvicinata ai vicini, ma è tornata indietro altrettanto rapidamente. E’ tornata piangendo e ha detto: “Mamma, i vicini mi hanno severamente vietato di presentarmi alla loro porta per chiedere qualcosa di prezioso come il pane da mangiare”.

Sembra sempre più probabile, quasi sicuro, che non riusciremo ad uscire vive da qui, vista la scarica di ordigni e bombardamenti diretti contro di noi da ogni direzione immaginabile. Nel caso in cui non ce la facessimo, spero che quando saremo fisicamente morte, qualcuno là fuori comprenderà l’inferno che io e mia figlia abbiamo passato nei nostri ultimi giorni, sperando solo in qualche pezzo di pane fresco, in una zuppa calda, in un po’ di frutta succosa, ma desiderando soprattutto un po’ d’acqua pulita per bere e pulirci, lavarci – i nostri bisogni umani così basilari e così terreni.

E ciò che mi ha fatto andare avanti fino all’ultimo sono tre cose: la mia fede in Dio, l’amore per la mia giovane figlia e il sangue palestinese che mi scorre nelle vene.