Aspirazioni verticali: intervista a GEO su montagna e Formazione spirituale

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(tratto da Identitario. Laboratorio per la guerriglia personale)

“Cos’è che spinge a salire più in alto, ad essere i primi, perché rischiare la vita e fare qualcosa di così inutile?  Adesso lo so, so che non dev’esserci una ragione, per alcuni la montagna non è una meta ma un percorso e la vetta non è che una tappa lungo il cammina ed una volta in cima vorrei restare per sempre li.”

Queste parole appartengono al film “La vetta degli Dei”, un’opera cinematografica che racchiude il senso ed il significato della dimensione che il Gruppo Escursionistico Orientamenti è riuscito a raccontare magistralmente nel libro “Aspirazioni Verticali” edito da Cinabro Edizioni. Un volume che custodisce esperienze vissute scalando, camminando, sciando o semplicemente immergendosi nella bellezza di alcune cime delle nostre Alpi. Un libro di formazione nel quale porta il lettore ad un’ascesa introspettiva lungo le pendici dei propri limiti tra coraggio, rinuncia, preparazione e miglioramento. Di seguito, l’intervista a cura della redazione ai componenti del Gruppo Escursionistico Orientamenti.

1 – Per ogni vostra escursione o scalata che avete affrontato è stato scritto un Diario nel quale raccontate e rievocate sensazioni, emozioni e sentimenti che hanno contraddistinto ogni singola ascesi; un insieme di esperienze che hanno permesso di comporre un quadro autentico dal quale è nato “ASPIRAZIONI VERTICALI”. Come scrivete nelle prime pagine, vergare un libro sulla montagna non è semplice, perché esistono centinaia di opere che narrano di alpinismo dal punto di vista tecnico o atletico, oppure libri improntati sulle emozioni sensazionalistiche in stile new age. ASPIRAZIONI VERTICALI trascende questi due aspetti, affrontando la montagna in una dimensione integrale e autentica. Dove nasce l’esigenza di scrivere questo libro raccontando una visione dell’alpinismo che si pone al di sopra di ogni limite materiale, egoico ed edonista?

ASPIRAZIONI VERTICALI è un libro che nasce sul campo, ovvero basato sulle nostre esperienze in montagna, che abbiamo sempre intrapreso in primis per l’aspetto formativo che ne deriva dalla pratica delle diverse discipline (alpinismo, arrampicata, escursionismo, scialpinismo). Esperienza come scuola di vita e di formazione del carattere, strumento di introspezione e di verifica. Abbiamo quindi ritenuto importante condividere la nostra visione dell’andare in montagna rivolgendoci, in particolare, a coloro che prima, durante e dopo essersi cimentati in avventure ed esperienze in montagna, si pongono delle domande che vanno oltre l’acido lattico ed i dolori muscolari, perché percepiscono nella propria anima la permanenza di un segno e di una traccia, a loro volta da interpretare, comprendere, collocare organicamente nel grande puzzle della vita. Infatti, la montagna e la natura in generale, sono una scuola di vita, un grande organismo che comunica, continuamente, mediante segni che l’uomo, finché dotato delle sue facoltà intellettive, legge ed interpreta in qualità di simboli, mantenendo un rapporto di sacrale rispetto e collaborazione.

2 – C’è una particolarità che ha colpito particolarmente nel vostro libro: spesso fate riferimento all’etimologia delle parole. Un aspetto importante e basilare per promuovere la consapevolezza dell’ HIC et NUNC, un processo mentale e spirituale, essenziale nell’alpinismo ma anche nella vita quotidiana, per raggiungere quel grado di consapevolezza con la giusta presenza a se stessi. Ci spiegate l’importanza di questa dimensione?

Come ci insegna J. Evola, “la montagna insegna il silenzio, la castità della parola e dell’espressione. Disabitua dalla chiacchiera, dalla parola inutile, dalle esuberanti effusioni. Essa semplifica ed interiorizza. Il segno, l’allusione, sono qui più eloquenti di un lungo discorso”. E tutto questo fa parte di quel livello di consapevolezza che la pratica in montagna, se vissuta in maniera sana e diciamo ‘ben orientata’, consente di sviluppare: la concentrazione e la lucidità, ad esempio, la presenza a sé stessi al di là di ogni frammentata dispersione e distrazione causata da fattori esterni, sono componenti fondamentali poiché, mai come nel caso di un’ascesa in montagna, vale la regola del ‘qui ed ora’, ovvero esserci nell’immediato presente. E sono componenti fondamentali anche rispetto alla cosiddetta vita ordinaria di ‘tutti i giorni’, quella in cui spesso, senza accorgercene, siamo assenti, distratti, con la mente altrove, a rincorrere falsi e inutili bisogni che offuscano, nell’era del consumismo e del materialismo sfrenato, ciò che veramente è essenziale per un uomo: conoscere sé stessi per migliorare sé stessi. E per fare questo la montagna è un’ottima palestra, rispetto alla quale ovviamente non ci si improvvisa, ma c’è bisogno di approfondimento ed esercizio continuo, di un allenamento che non si limiti ai soli aspetti tecnico-atletici ma che si fondi, prima di tutto, su una sensibilità ed un sentire sacrale, trascendentale, in una sola parola: tradizionale.

3 – Pagina dopo pagina, la lettura del libro progredisce come in una vera e propria scalata, un viaggio che ti accompagna in alta quota, dove il superfluo, le pulsioni, le emozioni labili, i piagnistei borghesi vengono lasciati a valle, perché quando si sale serve essere essenziali. Per raggiungere la vette bisogna costruire delle fondamenta che ti sostengano durante i momenti difficili dell’ascesi: quali sono le fondamenta necessarie per progredire ad un ritmo costante e duraturo che ti porti in cima?

Abbiamo volutamente immaginato il libro come un viaggio di ascesa e di ascesi, ove ogni passo in montagna può rappresentare un’esperienza formativa per la vita. D’altronde, il lavoro su se stessi è un affascinante e impegnativo ‘percorso in salita’, durante il quale non mancheranno fatica, prove da superare e momenti di sconforto. Dunque, come in montagna, così nella vita, considerato che la prima consente di esercitarsi, verificarsi e sperimentarsi in funzione del cammino più lungo e impegnativo della propria esistenza, imparando a non impantanarsi nelle paludi dello scoramento, a non aver timore di proseguire, a dubitare di sé stessi pensando di non essere in grado di sopportare la fatica, la sofferenza e il peso di cui ognuno, invece, è destinato a farsi carico. La fermezza, la determinazione e la forza di volontà, così come lo spirito di sacrificio e l’abnegazione, rappresentano sicuramente elementi fondamentali per un cammino che dura una vita intera, ove chi si ferma è perduto! E la vetta, rispetto al viaggio intrapreso, è sicuramente la meta ma non il fine ultimo, giacché per raggiungerla è indispensabile cogliere la bellezza dell’essenziale, di quella semplicità interiore da contrapporre alle insidie dell’ego. L’individualismo, la vanagloria, la prometeica presunzione e la titanica superbia, lo spirito borghese di pavida autoconservazione, durante l’ascesa devono tutti essere messi a tacere, per favorire la migliore azione possibile, frutto di preparazione, concentrazione, presenza a sé stessi, impegno e disciplina, ma anche esercizio di semplicità e non attaccamento. L’attitudine che anima lo scalatore è quella di colui che, prima ancora della cima, sa di dover faticare per conquistare qualcosa che essenzialmente è dentro di lui: la conoscenza e la maggior consapevolezza di sé stesso sono il vero obiettivo. E se la cima rappresenta il ‘premio’ sperato, il tratto inconfondibile di quest’ultima, nel momento in cui è raggiunta, sta nell’immensità di un cuore vuoto, perché libero, leggero e puro da tutte le incrostazioni egoiche della pianura e, allo stesso tempo, di un cuore pieno, di quella pienezza che può derivare solamente dalla grandezza e dall’infinità del Cielo al quale verticalmente ci si è approssimati.

4 – In vetta al Monte Bianco avete fatto sventolare la bandiera della Tradizione: quel momento è stato emblematico, perché la bandiera non è stata piantata sulla cima ma è stata fatta garrire al vento; anima, spirito e corpo illuminati dalla luce del sole. Questi tre elementi rappresentano le coordinate per l’ascesi spirituale. Mediante l’approccio alla montagna, come si può giungere ad un’ascesa che diventa ascesi?

I tre colori della bandiera della Tradizione richiamano Spirito (il rosso del fuoco del sole che risplende nel cuore), anima (il bianco della luna riflettente la luce del sole, ove l’anima virtuosa è guidata dallo Spirito) e corpo (il nero, associato alla terra) e, conseguentemente, l’averla piantata in cima alla vetta più alta d’Europa ha rappresentato, per tanti motivi, un gesto dall’importante valore simbolico. Ovviamente, importante per la nostra cordata e per tutta la comunità umana che si è unita attorno a questa splendida avventura. Infatti, se simbolicamente i tre colori rimandano alla natura tripartita dell’essere umano, la salita sul Bianco ha per noi rappresentato la sublimazione di una grande esperienza di formazione: c’è stato un lavoro sul corpo, trattato come un tempio, avendone cura e rafforzandolo con l’allenamento e nutrendolo con la giusta alimentazione. C’è stato un lavoro a livello psichico, imparando a governare la mente, educandola alla disciplina, al silenzio e alla concentrazione, mettendosi alla prova di fronte alla paura, alla pigrizia, all’attaccamento, alle fissazioni. Il tutto per conseguire, anche e solo per un attimo, la bellezza e la grandezza dello Spirito: su in cima, nonostante il vento freddo e la temperatura sotto lo zero, si è completamente nudi, perché gli ostacoli e i condizionamenti dell’io che impediscono una visione obiettiva e sincera nei confronti di sé stessi sono stati lasciati alle spalle. Il respiro è regolare e profondo, la fatica ormai è placata e, ad occhi chiusi l’immagine dell’infinito che si staglia davanti è proiettata nel cuore. Ecco subentrare il momento in cui tutto converge verso il centro di sé e lo stato percepito è di estrema leggerezza. È il preciso istante, non importa quanto duraturo ma dal tratto inconfondibile, in cui le emozioni e i sentimenti lasciano spazio alla consapevolezza di essere dentro la montagna e la verticalità della montagna è dentro di sé, liberi e in perfetta armonia con l’ambiente circostante. Adesso il simbolo, con tutta la sua grandezza, forza e potenza, si palesa per quello che è, per essere interiorizzato. Dopo un lungo viaggio di esplorazione volto a scovare e a superare i condizionamenti spesso ‘inconfessabili’ della vita ordinaria, dopo aver abbandonato l’inutile, il vano e il superfluo di una esistenza limitatamente orizzontale, eccoci giunti al culmine.

5 – Sacro contro il profano, il sangue contro l’oro, l’ascesa contro la decadenza. La legge dell’universo gravità sempre intorno al dualismo. In questa contrapposizione, c’è anche la vetta di ogni montagna: soprattutto in Occidente, dopo le polemiche insorte da parte di individui sterili che aberravano l’eliminazione delle croci di vetta con la scusa che la montagna significa libertà e non dogmatismo, i quali però non hanno fatto valere le loro motivazioni per le vette himalayane, contraddistinte dalle bandierine tibetane oppure la stessa veemenza non è stata utilizzate per commentare il busto di Lenin posto in cima al Lenin Peak in Kirghizistan. Che considerazione avete su questa vicenda?

Viviamo un momento storico dove tutto ciò che ha a che fare con il Sacro viene attaccato su più fronti, sotto la falsa bandiera della tolleranza, del politicamente corretto e del laicismo a tutti i costi. Le vette (ma le montagne in generale) hanno da sempre rappresentato territori sacri, luoghi di spiritualità e trascendenza per diverse civiltà e tradizioni; e così la croce, indipendentemente dalla sua immediata identificazione con la religione cristiana, è anch’essa un simbolo universale per eccellenza, riconosciuto e rispettato da chiunque abbia una visione spirituale profonda che vada al di là dell’ateismo militante, ovviamente, ma anche delle sovversive ‘guerre di religione’. Croce e montagna, dunque, se interpretati come simboli, ovvero secondo quel linguaggio che per secoli e millenni ha guidato l’uomo nel suo armonioso e rispettoso rapporto col cosmo, hanno talmente tanti significati profondi e similitudini che il pensiero di dividerle – attraverso campagne feroci e violente come sta avvenendo da un po’ di anni a questa parte – ha appunto del diabolico nel senso etimologico del termine (dal greco diaballo, letteralmente “spezzare”, “scindere”, “dividere”). È l’espressione di quel processo di scissione che negli ultimi secoli, attraverso l’affermazione di una visione del mondo materialista e individualista, ha separato – quasi irrimediabilmente – l’uomo da Dio, rinchiudendolo nella limitata e grossolana sfera del corpo e dei suoi (per lo più falsi e inutili) bisogni. Abbattere le croci in montagna, quindi, significa sul piano simbolico perpetrare quella battaglia che vuole l’uomo scisso e spezzato, non più espressione della tripartizione organica Spirito, anima, corpo, ma fredda e anonima affermazione meccanica del consumi, produci, crepa.   

 6 – Negli ultimi anni la montagna è diventata una moda, con tanti incidenti spesso mortali dovuti alla leggerezza, all’inesperienza e ad un approccio profano nei confronti della montagna. Che consigli vorreste dare ai ragazzi giovani e – nel caso – avete un programma destinato ad accendere la vocazione per la montagna nelle nuove generazioni?

La montagna esige rispetto, disciplina, preparazione e giusto approccio. Ricollegandoci alla prima domanda, una delle ambizioni di questo libro è proprio quella fornire degli spunti per approssimarsi ad essa in modo sano e secondo una visione sacrale, lasciando da parte le derive titaniche (da non confondersi con lo spirito eroico del sacrificio) ed eccessivamente sportive ed agonistiche, ove a predominare è la conquista della cima ad ogni costo: le immagini delle cordate sulle vette himalayane che oltrepassano corpi inermi di alpinisti deceduti è emblematica e non ha bisogno di spiegazioni. Pertanto, Geo, attraverso la sua attività ormai ventennale, oltre alle uscite più ‘tecniche’ effettuate da chi pratica con maggior regolarità, svolge a cadenza quasi mensile un’attività escursionistica alla portata di chiunque: ognuna di queste escursioni vede coinvolti diversi livelli di partecipanti, dai più esperti ai cosiddetti principianti, in cui tutti, in spirito comunitario, vivono l’esperienza in una prospettiva formativa. Come abbiamo scritto verso la conclusione del libro, il consiglio che ci permettiamo di dare e in base al quale è nato questo libro, è quello di avvicinarsi alla montagna per intraprendere un viaggio alla ricerca della consapevolezza che non ha nulla a che vedere con la superomistica esasperazione dell’io o con un approccio evasivo derivante da un’apparente fuga dall’io. Ritornare dalla montagna rinnovati, pronti ad affrontare la vita con fiducia e speranza, coscienti dei propri limiti ma anche delle proprie forze e qualità fino a ieri sconosciute. Dopo la salita al Monte Bianco, abbiamo scritto: «Ce l’abbiamo fatta ed è andato tutto alla grande, questo è l’importante. Ci portiamo un bagaglio di esperienza che servirà nella vita, quando le vere prove esistenziali assumeranno la forma del crepaccio notturno del Tacul o del ghiaccio grigio del Maudit, o dei trecento metri finali prima della vetta. Quando tutto sembra difficile ed irraggiungibile, è il momento di dare sfogo al fuoco che abbiamo dentro. Perché ce lo abbiamo e l’abbiamo dimostrato; è lì, nel nostro cuore, nel centro dell’essere, custodito e vivificato anche grazie a imprese come queste.».

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