Rigenerazione Evola | La donna romana: Mater et Sacerdos

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Tratto da RigenerazionEvola


E’ stata pubblicata da pochi giorni, per Cinabro Edizioni, un’altra importante opera di Mario Polia, grande archeologo, antropologo ed etnografo, nonché specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni. Si tratta del volume La donna romana: mater et sacerdos, che affronta appunto, in tempi in cui la figura della donna è oggetto di strumentalizzazioni, derive ideologiche, degenerazioni e commistioni di ogni tipo, il delicato tema del rapporto tra la donna e il Sacro nella Roma delle origini. Polia chiarisce quale fosse realmente la concezione del femminile e il ruolo della donna nella tradizione romana, sgomberando il campo da interpretazioni a posteriori del tutto fuori luogo, decontestualizzate, ideologizzate, elaborate mediante l’uso di etichette e di schemi mentali che appartengono all’uomo moderno e contemporaneo, e che non hanno nulla a che spartire con la forma mentis degli uomini e delle donne di civiltà ed epoche ormai a noi lontanissime non solo cronologicamente, ma soprattutto concettualmente.

Con l’occasione, pubblichiamo proprio uno scritto di Mario Polia sulla donna romana, tratto dal fascicolo Percorsi al Femminile – La donna dalle origini ai giorni nostri, a cura del Cuib femminile della comunità militante Raido, che rappresenta una sorta di breve sunto introduttivo ad alcuni temi che vengono ampiamente sviluppati, unitamente ad altri, nell’opera citata, che si articola in ben 366 pagine e la cui lettura consigliamo vivamente, trattandosi di un saggio veramente unico nel suo genere per completezza e livello di approfondimento. Prima di questo scritto, proponiamo la scheda del libro “La donna romana: mater et sacerdos” e dell’autore.

LA DONNA ROMANA
Mater et Sacerdos
Mario Polia
Collana Paideia
€ 25,00
ISBN  9788832031584
pp. 366
acquistabile in pre-ordine qui

Questo volume affronta il tema del rapporto tra la donna e il Sacro nella Roma delle origini e guida alla comprensione di quale fosse la concezione del femminile e il ruolo della donna nella tradizione romana. Delle molteplici possibilità insite nella natura femminile, Roma privilegiò la funzione sacerdotale e materna, apprezzando al contempo la concezione di mediatrice e custode del Fuoco sacro, nonché il ruolo fondamentale per l’istituzione familiare. La riflessione sulla figura della donna, madre e sacerdotessa, potrà aiutare il lettore – e, in particolare, la lettrice, cui queste pagine sono dedicate – ad attingere alla sapienza del passato per meglio comprendere e giudicare il presente attraverso un raffronto sincero con la nostra tradizione culturale.

Mario Polia (Roma, 20 maggio 1947), archeologo, antropologo ed etnografo, nonché specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni, ha diretto in Perù un programma di ricerca sulle tradizioni indigene e sullo sciamanesimo andino. Vincitore del Premio Paolo Toschi (1999) per la ricerca sul campo, è oggi curatore del Museo Demo-antropologico di Leonessa (Rieti). Già docente di “Antropologia Medica” presso la Pontificia Universidad Católica di Lima e di “Antropologia” alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha all’attivo una prolifica attività di saggista. Per Cinabro Edizioni ha scritto, tra gli altri, Exempla. L’ideale eroico nell’epica greca e romana e Reges Augures. Il sacerdozio regale nella Roma delle origini, pubblicati nella collana Paideia da lui fondata e diretta.

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 Mater et Domina – Percezione del Femminile nell’antichità

di Mario Polia

tratto da “Documenti per il Fronte della Tradizione:  Percorsi Al Femminile – La donna dalle origini ai giorni nostri“, fascicolo a cura del Cuib femminile di Raido

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Una famosa epigrafe romana sintetizzava in questo modo le virtù della matrona defunta cui era dedicata: «Fu casta, filò la lana, conservò la casa». Le affermazioni contenute nell’epigrafe in questione – che al tempo suonavano come encomi – sono state oggetto di virulenti attacchi non solo da parte del femminismo nostrano, ma, in genere, della cultura “laica e progressista”. Esse dimostrerebbero senz’ombra di dubbio come, nell’antica Roma, il ruolo della donna fosse circoscritto all’ambito della relazione coniugale, dunque limitato alla sfera affettiva e alla procreazione e ridotto alla gestione dei lavori domestici dei quali la padrona di casa doveva assumersi l’incombenza, o ai quali, quando la posizione sociale glielo permetteva, sovrintendeva in funzione di “domina”.

Questo modello di femminilità, ritenuto quanto mai lesivo del diritto alla libertà di opinione e di scelta e giudicato contrario a quella parità tra i sessi che la donna moderna rivendica per sé, sarebbe il risultato di un’imposizione tesa a garantire all’uomo la supremazia assoluta di cui egli godeva nei confronti dell’altro sesso sia tra le pareti della domus che nell’ordinamento della società tradizionale. In altre parole, d’accordo al mos maiorum, la donna avrebbe vissuto in condizione di subalternità nei confronti dell’uomo. L’uso, da parte nostra dei verbi al condizionale deriva dal fatto che si tratta di un’opinione la cui aderenza alla realtà storica ed esistenziale della donna romana è tutta da verificare.

Non è nostra intenzione sottoporre a giudizio le aspirazioni della donna dei nostri tempi in quanto antropologi, siamo tenuti a considerare una determinata realtà culturale per quel che è e ci limitiamo a studiarla in relazione alla società alla quale essa appartiene, ai valori che la cultura d’appartenenza considera fondanti e dai quali derivano i modelli generali di comportamento e la personalità di base dei componenti di quel gruppo, o di quel contesto sociale.

Ma, proprio per questo, per quanto riguarda i valori ideali propri alla cultura dei nostri tempi e quelli che furono propri alla civiltà romana, se li si pone a confronto, ci si rende conto che essi appartengono a due visioni del mondo totalmente differenti, per cui giudicare un modello – quello romano o, in genere, tradizionale – dalla prospettiva moderna, significa accettare una posizione etnocentrista la quale impedisce di cogliere le motivazioni ideali di una cultura diversa e di comprenderne il significato.

Purtroppo, l’etnocentrismo – il considerare la propria cultura (in questo caso la moderna cultura occidentale) superiore ad ogni altra e, per ciò stesso, avente il diritto d’imporsi su ogni altra cultura – è la vera malattia dell’Occidente il quale sembra aver preso a modello Procuste, quell’antico  brigante dell’Attica che, narra il mito, costringeva i passanti a distendersi su di un lettuccio tagliando le loro estremità, o stirandone le membra fino a che la loro statura non coincidesse perfettamente con le dimensioni del suo campione di misura.

Nel caso  che ci riguarda, l’ideale romano di “mater” e, in genere, dell’essere donna propone una realizzazione della femminilità diversa da quella oggi imperante. Il pregiudizio etnocentrico consiste proprio in questo: nel negare che possa esistere un orientamento diverso dal proprio, ma altrettanto valido, almeno per un certo tipo umano; che un concetto di “donna”, pur differente o addirittura opposto da quello proposto dalla moderna cultura possa possedere una propria intrinseca verità, una verità in cui può non credersi e, dunque, ci si può rifiutare di seguire, ma senza precludere la possibilità che essa possa essere vissuta, o possa essere stata vissuta, da un certo tipo di donna con altrettanta coerenza con la quale la donna odierna segue il proprio cammino.

La presunzione d’onniscienza da parte della moderna cultura consiste nel negare la validità di qualsiasi dottrina, o visione del mondo, che si discosti da quella “ufficiale”. In altre parole, il pregiudizio e la boria – la hýbris – consiste nel negare che, da una prospettiva di amore e di libera dedizione qualcuno, nel nostro caso una donna, possa trasformare anche il più umile dei lavori domestici in una libera e gioiosa espressione d’amore capace di trasfigurare quel lavoro in un rito, un’offerta, un esercizio spirituale.

Tornando a Roma, sebbene i valori ai quali veniva educata la donna romana fossero quelli riassunti dalla famosa epigrafe e illustrati in celeberrimi exempla della tradizione romana, veri e propri “miti di fondazione” aventi come protagoniste delle donne, la presenza della donna nell’ambito religioso era ritenuta oltremodo importante.

“Vergine Vestale” di Frederic Leighton (1830-1896)

Si pensi, ad esempio, al culto di Vesta la cui importanza, afferma l’augure Marco Tullio Cicerone, era tale che, se quel fuoco si fosse spento e il collegio delle Vestali disperso, Roma avrebbe cessato di esistere. E proprio il significato di questo culto, caratterizzato dall’ignis perennis mantenuto acceso nel tempio di Vesta dalle vergini consacrate, permette di penetrare il senso più profondo dell’essere donna contemplato nella tradizione romana. L’Aedes Uestae, il sacrario della dea, era di forma rotonda, come l’arcaica capanna delle origini dimora delle genti latine. L’altare con la fiamma perenne occupava il centro del tempio, così come il focolare era situato al centro della prisca dimora, che fu anche di Romolo e della quale, sul Palatino, si mostravano le vestigia.

Fra gli autori antichi non mancò chi ravvisò, nella pianta dell’Aedes Uestae, l’esistenza di un  significato simbolico in riferimento al cosmo, raffigurato dalla forma circolare del tempio, e al suo Principio simboleggiato dal fuoco centrale. Già Eraclito, tra i Greci, aveva definito tale Principio come un “fuoco sempre vivente” dal quale si originano i quattro elementi dall’unione dei quali deriva ogni forma della manifestazione universale che, scaturita dall’Uno, torna all’Uno “seguendo ritmi determinati”.

La funzione del tempio, l’unico di forma circolare nella Roma delle origini e l’unico dedicato a Vesta in tutta la storia di Roma, non si esauriva nell’essere l’edificio di culto dedicato alla divinità titolare. L’Aedes Uestae era anche il lararium populi romani, ossia il luogo in cui era venerata la memoria degli antenati delle gentes che fondarono l’Urbe e di quelle che vennero a far parte della loro storia, ma era anche il luogo in cui i loro spiriti erano presenti attorno al mistero del fuoco imperituro. Circa questa caratteristica rituale prerogativa del fuoco di Vesta, vi è da dire che si tratta di una trasposizione, in ambito della religione romana di Stato, di una normale caratteristica del focolare domestico.

Il fuoco, nella dimora rurale, non veniva mai spento. Alla sera, sulla brace ardente, si spargeva una coltre di cenere che la manteneva ardente fino all’indomani quando, rimossa la cenere, si disponeva sulla brace ramaglia secca per suscitare la nuova fiamma. Un vecchio detto popolare abruzzese, a questo proposito, recita: “Nella casa non si fa mai scuro”.

Nella sua funzione di lararium pubblico, invece, il tempio di Vesta rappresentava la trasposizione del culto domestico tributato, attorno al focolare, agli antenati della famiglia: i Lari e i Penati domestici ai quali si offrivano porzioni di cibo. In questa trasposizione dal privato al pubblico, dalla famiglia allo Stato, alla mater familias si sostituiva la Vestale Massima e il suo collegio di vergini sacerdotesse.

Nella casa, il focolare era il luogo dove si trasformavano al fuoco gli alimenti; era il luogo attorno al quale i membri della famiglia si riunivano per scaldarsi ma anche per stare insieme (come è avvenuto per millenni) e, attorno al fuoco della sera, attraverso la parola degli anziani, avveniva la trasmissione dei valori tradizionali, specie attraverso la narrazione degli exempla incarnati dagli antenati.

Allo stesso tempo, il focolare era il luogo in cui si celebrava un rito quotidiano, rivolto ai progenitori, che esprimeva, allo stesso tempo, la gratitudine nei loro confronti per essere stati essi l’origine della stirpe ma per essere stati anche coloro che avevano consegnato ai loro discendenti il deposito della tradizione. Gli antenati erano i maiores, “i più anziani”, ma anche “i maggiori” per essere stati – come afferma Cicerone – “più vicini agli dèi”. Dei maiores, in quella porzione di  tempo della storia in cui è chiamato ad offrire la sua opera, il ciuis romanus si propone di realizzare l’esempio. Il latino al termine generico di “tradizione” sostituisce un’espressione concreta che esprime, in modo chiaro e consequenziale, le origini e le caratteristiche del modo di pensare e di agire proprio al romano: mos maiorum, “il costume proprio agli antenati”.

Nella sua funzione di custode del fuoco domestico, la donna romana non realizza soltanto una delle sue mansioni materiali, esprime la funzione sacerdotale implicita, secondo la tradizione romana, alla condizione di mater che, nell’educare la prole durante la fanciullezza, trasmette ai figli i valori tramandati dai maiores, valori sui quali si fonda l’intero edificio, spirituale e materiale, dello Stato romano.

Maternità romana in un’opera di Guglielmo Zocchi (1874-1932)

L’educazione di base, prima che – nel caso del maschio – il figlio passasse a far parte della società degli uomini, era impartita dalla mater familias. In questa prima fase, evidentemente, la prole doveva essere indirizzata al rispetto e alla pratica di quei valori che permettevano al futuro uomo, o alla futura donna, di essere considerati “romani”.

Il concetto romano di “mater” riguarda sia la maternità biologica che la maternità spirituale: la donna, attraverso il dono del proprio sangue e poi del latte, trasmette al figlio il nutrimento materiale; attraverso la parola e l’esempio gli trasmette il nutrimento spirituale.

“Educare” significa “condurre da”e-ducere. Nel caso di Roma significa far passare il bambino dalla condizione biologica di individuo appartenente alla specie umana alla condizione culturale che lo trasforma in persona degna di appartenere alla societas e in condizione di offrire il suo apporto attivo alla realizzazione del progetto che Roma si propone di attuare, ossia in ciuis romanus, condizione spirituale, prima che status anagrafico.

La prima, grande educatrice, insegna il mito romano, fu Egeria, entità divina che istruì Numa, il più grande e il più saggio dei re di Roma, alla conoscenza delle cose divine. Il nome della ninfa richiama da presso il senso espresso da e-ducere, in quanto Egeria deriva da e-gerere, “far passare da”, nel senso della trasmissione di una conoscenza che determina un cambiamento ontologico nella persona.

L’ordinamento civile, giuridico e religioso, fondato da Numa è realizzato dalla persona del rex, ma è ispirato da un’entità appartenente alle Camenae Casmenae – arcaiche figure oracolari assimilate alle ninfe – il cui nome deriva da canmen carmen, il carme profetico, la parola di sapienza. Egeria e le Camenae sono entità femminili ed esse, nei confronti del re, svolgono una funzione “materna” in senso sapienziale: lo educano nell’esercizio della sua auctoritas, lo guidano alla realizzazione piena dell’imperium, il potere spirituale che deriva dalla auctoritas di cui è stato investito da Giove.

A questo proposito, occorre ricordare come alcuni tra i più sacri pignora imperii, gli oggetti fatali che assicuravano a Roma la aeternitas del suo imperium, fossero custoditi proprio nei penetrali segreti del tempio di Vesta. Tra questi oggetti, vi era il Palladio di Troia/Ilio, trasportato nel Lazio da Enea; lo scettro del re Priamo; il velo di Iliona. La presenza di questi oggetti, appartenenti al ciclo storico e tradizionale al quale Roma faceva risalire le proprie origini, oggetti appartenuti agli antenati mitici della stirpe di Enea e conservati nel tempio di Vesta, stanno a dimostrare come, a tutti gli effetti, questo fosse considerato il lararium sacro al popolo di Roma.

Egeria e le prische Camenae esprimono, nell’ambito del sacro, la funzione “profetica” della donna derivante dal possesso di una qualità che la rende “madre”, capace, dunque, non solo di trasmettere la vita biologica, ma di permettere una “rinascita” in senso spirituale e, nel caso di Numa, in un ambito nettamente iniziatico, quale è quello della regalità sacra. Investito direttamente da Giove, senz’altri intermediari visibili o invisibili, dopo che gli auspicia hanno garantito mediante segni certi e inequivocabili la realtà di tale investitura, il rex è introdotto alla conoscenza delle cose divine, alla pratica delle azioni rituali e alla conoscenza delle formule. In altre parole, “Egeria” guida il re nell’adempimento della sua funzione sacerdotale, funzione inerente alla auctoritas e inscindibile dalla condizione di rex.

Per quanto riguarda l’importanza del culto di Vesta e delle Vestali nel mondo religioso di Roma, basterà ricordare che, in ogni parte del territorio romano, dalla Roma Quadrata delle origini all’impero, affinché i sacrifici offerti agli dèi fossero validi, le vittime sacrificali dovevano essere cosparse, prima del sacrificio, con una speciale mistura di farina di farro e sale preparata unicamente dalle Vestali: la mola salsa, dalla quale deriva il verbo “immolare”. Al di fuori dell’ambito romano e assai prima che Roma fosse fondata dal rito romuleo, nella comune matrice linguistica indo-europea la condizione di “madre” era espressa da due radici diverse esprimenti due diverse funzioni della maternità: da una deriva anna, che in sanscrito e nel latino arcaico significava “nutrimento” (vedi, per esempio, Anna Perenna, o il sanscrito Annapurna); dall’altra radice deriva il sanscrito matar, il latino mater, il greco meter, ecc. ad indicare la “madre” nella pienezza delle sue funzioni che includono anche la maternità spirituale, ossia la sua funzione di educatrice e di iniziatrice alla conoscenza tradizionale.

“Le Vestali” di José Rico Cejudo (1864-1939)

A questa “maternità” non-materiale rimanda lo stato di verginità richiesto alle Vestali e la “verginità” rituale dell’ignis Uestae che doveva essere figlio di nessun altro fuoco, fiamma pura scaturita dalla scintilla tratta dalla selce ignifera, o dal raggio dello specchio ustorio, diretti sui legni di arbores felices, ossia di alberi che danno frutto. Quest’ultimo elemento del rito rimanda al significato metafisico della generazione, espresso dal fuoco perenne, anche e soprattutto in riferimento alla continuità spirituale di Roma nel tempo attraverso la sua iuuentus, la quale può definirsi romana solo nella misura in cui incarna, nella storia di Roma, la perennitas degli ideali trasmessi dagli avi.

Ritualmente spento e riacceso ogni anno in prossimità dell’equinozio di primavera, ossia nel momento in cui il sole entra nel segno igneo dell’Ariete, lo stesso momento in cui, secondo antichissime tradizioni delle quali eco giunge fino a Dante Alighieri, il ciclo universale ebbe inizio, il fuoco di Vesta è immagine efficace del Fuoco eterno e imperituro da cui ogni esistere ha origine e dal quale la Tradizione scaturisce ed è vivificata, sempre che la pietas permetta all’eterno di agire tra gli uomini. E la pietas della madre romana nei confronti degli dèi e della stirpe si concretizza nell’allevare i figli nel corpo e nello spirito disponendoli a recepire i valori della tradizione romana. Da questa prospettiva, la pietas materna è anche pietas nei confronti degli antenati e nei confronti di  Roma la cui missione è realizzare attraverso i secoli il mandato che essi le trasmisero.

Per quanto riguarda la dignità sacerdotale della donna nelle tradizioni antiche, molto vi sarebbe da dire. Basti ricordare la figura e il ruolo della Sibilla di Delfo, profetessa di Apollo e centro spirituale del mondo greco.

La Grecia che, a differenza di Roma, non realizzò l’idea di uno Stato unitario, pur attraverso i dissidi e le lotte che spesso opponevano città a città, popolo a popolo, nei momenti cruciali della sua storia trovò la propria unione attorno al sacro oracolo di Delfo e, come nel caso della vittoriosa resistenza opposta dal sangue greco all’invasore persiano, la parola della vergine sacerdotessa di Apollo contribuì alla salvezza della Grecia e determinò le future sorti dell’Occidente.

Se l’epigrafe citata all’inizio sintetizza il concetto romano di “mater”, per quanto riguarda l’uomo romano, suo figlio, vale citare un’altra epigrafe, quella in cui Cneo Cornelio, figlio di Scipione Hispanico, condensa la propria vita: «Ho riunito nei miei costumi la virtù della mia stirpe. Ho generato una discendenza. Ho eguagliato le gesta dei miei padri. Ho avuto la gloria dei miei avi, tanto che essi sono lieti di avermi generato per la loro gloria. Con i miei onori, ho dato lustro alla mia stirpe».