C’è una donna in gabbia. Ma nessuno la libera

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C’è una donna imprigionata, tenuta in carcere da guardie spietate. Si chiama Palestina.
C’è una donna stuprata. Nell’identità e nella dignità. L’aguzzino non la considera un essere umano e ammazza lei e i suoi figli. Si chiama Palestina.
C’è una donna umiliata, cui non sono riconosciuti i diritti inviolabili dell’essere umano e nemmeno quelli tanto alla moda, quelli invocati alla bisogna, i ‘diritti umani’. Si chiama Palestina.
C’è una donna vessata, cui sparano a vista. Sono andati a prenderla nella sua casa. E quella casa se la stanno rubando i suoi aguzzini, ma nessuno la aiuta. Chiede aiuto a destra e a sinistra, tutti si voltano. Allora lei guarda al cielo e non c’è resa negli occhi dei suoi figli. Si chiama Palestina.
C’è una donna ignorata e mentre la picchiano e la violentano, gli altri – uomini e donne, tantissimi, di tutte le razze – le voltano le spalle e fanno finta di niente. Questa donna è sola. Si chiama Palestina.
C’è una donna coperta di fango, di accuse menzognere e cattiverie pelose. La dipingono come la colpevole di questa storia agghiacciante, perché mentre viene violentata, ogni tanto osa scalciare, perché reagisce alle tante angherie con quelle deboli forze che ha ancora in corpo. Chissà ancora per quanto. Si chiama Palestina.
C’è una donna fiera e nobile. La ammazzano, la calpestano. Ma Dio è con lei e lei ha una fede incrollabile. Lotta e non si arrende, fino all’ultimo dei suoi figli. Ha accettato questo martirio, perché da qui passa la sua vittoria. Che non è di questo mondo infame.
Questa donna si chiama Palestina. E libera sarà.