Ilaria Salis: tra soccorso rosso e manipolazione mediatica

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In questi giorni la comparsa di Ilaria Salis in un tribunale ungherese è al centro dell’attenzione mediatica, in quanto la sua traduzione in udienza in “schiavettoni” a mani e piedi sarebbe lesiva dei suoi diritti di detenuta.
La faccenda può essere trattata da vari punti di vista, a partire del merito dei reati che le sono contestati e anche della verifica dell’effettivo carattere eccezionale e degradante del suo trattamento carcerario, nonché dell’opportunità e, se sì, in quali termini e con che obiettivi, di una azione diplomatica del governo. Di più: sarebbe interessante anche chiedersi se sia coerente la condotta dell’ambiente coinvolto – sedicente “ribelle” – di elemosinare l’aiuto dello Stato che dice di combattere.
Ma noi vogliamo mettere in luce solo un aspetto, su cui meno s’è detto: quello comunicativo. In questi giorni, infatti, a difesa della Salis, novella eroina dell’antifascismo italiano, si è dispiegato un vero e proprio fronte, quello del ‘soccorso rosso’, con giornalisti, intellettuali e finanche buffoni di corte impegnati nella difesa totale della Salis.
Il modus operandi non è cambiato dagli anni ’70, quando insospettabili e rispettabili intellettuali facevano campagne, collette e mobilitazione per difendere l’indifendibile “diritto” ad “uccidere un fascista” senza commettere reato:
  • la strategia della distrazione: deviare l’attenzione del pubblico dai reati dei quali è accusata ad un’immagine sentimentalmente più forte, come le manette che tale Salis portava in tribunale;
  • ricorso all’argomento sentimentale (i diritti umani) in luogo di quello razionale: l’immagine a più riprese dell’imputata provoca nel pubblico una reazione più forte rispetto all’indagine dei fatti da cui nasce l’incriminazione. Non è un caso, infatti, che in più di un anno di detenzione in Ungheria della cittadina italiana, se ne stia parlando solo ora che sono uscite le immagini delle manette. Forse prima non c’erano argomenti abbastanza forti per parlarne e orientare l’opinione pubblica?
  • la presunzione progressista: noi siamo il paese della Diaz, di Gabriele Sandri, del sovraffollamento carcerario, di tante, anche sconosciute, storie di violenze dello Stato sui cittadini… e ci permettiamo di fare la morale all’Ungheria sul trattamento dei detenuti?
  • la contraddizione progressista: passare la vita ad accusare l’Ungheria di non essere uno stato di diritto e poi pretendere da Orban di interferire con la magistratura, violando la separazione dei poteri.
La colpevolezza della presunta innocente Ilaria Salis sarà stabilita da un processo penale a Budapest. La sua santificazione, invece, procede spedita, ad opera della solita congrega faziosa ed in lotta con la realtà nelle redazioni di Roma e Milano…