Recensione | “Perfect Days”, della perfezione essenziale

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Basta quel poco che non è poco ma è semplicemente essenziale a rendere i giorni perfetti.

Perché Perfect Days non è un titolo ironico, ma è un titolo tutto vero, giacché la perfezione dei giorni non sta nell’accumulo di ricchezza materiale, nella visibilità social o nella soddisfazione di bisogni secondi che ci fanno ultimi di fronte a Dio. Piuttosto, sta nell’essenziale, nel piccolo e nel gentile, nel cortese e nel lieve. Nelle piccole cose che fanno la vita di Hirayama, che sembrano solo rigide abitudini, ma che sono invece piccole grandi vittorie della felicità autentica.

Un raggio di sole filtra tra le finestre della sua camera e Hirayama si sdraia a terra con la fronte sotto al raggio. Gomiti all’insu e gambe flesse per proseguire comodo la lettura dell’ennesimo libro tascabile, acquistato per 100 yen nella solita piccola libreria di Tokyo. È tutto perfetto in quella stanza: il pavimento sempre pulito delle case giapponesi, gli occhiali per la vista comunque buona di un 50enne giapponese, una fila di libri sotto la finestra e, nell’angolo, il futon blu piegato la mattina, al risveglio, pronto per essere steso dopo il tramonto. È il gusto dell’essenziale, del piccolo e dell’ordinato tipicamente nipponico: nel bilanciamento tra comodità e risparmio dello spazio, il giapponese sceglie qualche piccolo disagio pur di preservare l’ambiente intorno a sé. Per tutelare i giorni perfetti.

Così, Hirayama trascorre il momento del riposo, dopo la mattina di lavoro, diligente ed efficace, puntuale ma senza corse forsennate. Festina lente e i bagni pubblici di Tokyo sono stati puliti da Hirayama con quella dedizione tutta giapponese, nel gesto attento e scrupoloso. Il collega è troppo giovane e troppo preso da una ragazza e da quella Tokyo frenetica e galoppante cui Hirayama riesce a sottrarsi con beffardo distacco. Lavora nella città, segue i ritmi di questa, ma al pomeriggio, quando sale sulla sua bicicletta e percorre ponti e vicoli di Tokyo, ne sembra estraneo e lieto al tempo stesso. Vi scorre, la osserva ma non si mischia. Si prende il suo tempo e non si confonde. Tokyo è più grande di lui, può mangiarlo se vuole. Hirayama non può nulla su quel gigante metropolitano, ma lo accetta e solo tiene fermo il suo mondo come un argine tutto personale. Salvando i suoi giorni perfetti.

Ogni mattina, è una vecchia scopa di saggina che pulisce il piazzale di un tempio a svegliare Hirayama. Riposto il futon, c’è il tempo per sistemarsi e dedicarsi alle piante che, come Hirajama, trovano nel poco spazio, nella poca visibilità e nella poca acqua le condizioni per stare bene e passare un altro giorno perfetto. Così, indossata la tuta dei Tokyo Toilet, al primo passo fuori dalla soglia di casa, ancor prima di chiudere la porta, lo sguardo di Hirayama sale al cielo e – bello o brutto che sia il tempo – un sorriso sincero e grato si arrampica sui tratti gentili di questo volto sempre equilibrato. Scelta la musicassetta – Lou Reed suggerisce Perfect Days – che lo accompagnerà tra i bagni pubblici, con guida serena parte il giro giornaliero. Ben oltre un meccanico adempimento della mansione, seppure uno sguardo borghese resti inorridito a un lavoro di lavacessi, è un gesto che trascende il contesto, la confusione, i tempi stretti e la sofferenza della routine. Che rende i giorni perfetti.

Tolta la divisa del lavoro, l’onsen cittadino attende Hirajama, che vi si dedica con cura, da cui scaturisce il giusto ristoro dopo la fatica. Quel rituale laico che ritorna, non passa e porta ben più significati di una spa tutta occidentale o di un percorso di bellezza à la page. Nell’essenziale c’è lo Spirito, che rende i giorni perfetti.

Poi, il pasto che ristora Hirayama si trova nelle izakaya lungo i sottopassi che portano ai binari della metro. L’accoglienza, il tavolo e il pasto sono sempre gli stessi. Così come la cortesia della compagnia. E, al ritorno, quegli scatti presi alla luce che filtra dagli alberi del tempio, tenendo l’obiettivo della macchina fotografica analogica lontano dall’occhio e affidandosi alla fortuna, per poi stampare quegli scatti improvvisati, salvare in apposite scatole quelli migliori e stracciando quelli che non meritano. Quelli superflui, ché non c’è spazio da occupare senza motivo a casa di Hirajama.

Hirajama parla poco, risponde timido, con quella timidezza che non è timore ma tocco leggero e cortese in un mondo che urla e sbraita. Ogni tanto il passato si affaccia e passa il dito sulle cicatrici, che danno prurito – qualche lacrima scende, qualche debolezza riaffiora – ma la pelle è rimarginata e basta solo ritornare all’essenziale, alla bellezza della semplicità. Perché per avere giorni perfetti devi scardinare e togliere, sfrondare e semplificare.

Così, il sole scompare molto presto tra i palazzi di Tokyo. Si accendono i neon e le luci gialle delle vene della metropoli, che sono vicoli tanto stretti quanto accoglienti. Nella sua camera e nel suo mondo Hirajama accende una luce accanto al futon per leggere ancora, fino a quando il sonno chiama e invita al sogno, gli occhiali sono riposti accanto alla lampada e il riposo fa il suo tempo. Fino al prossimo colpo di saggina, in un altro di quei giorni perfetti.

Lucio Sentenze