Guerrieri d’Europa | Il Barone Rosso

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La storia del nostro Continente è costellata da innumerevoli di esempi di valore incarnati da altrettanti di eroi che si sono distinti in battaglia, indipendentemente da vittoria e sconfitta.  
Riscoprirne le gesta è un dovere e l’obiettivo di questa rubrica a cadenza mensile.

Come molti sanno, il primo conflitto mondiale rappresenta uno spartiacque nella storia militare. Se già alcune avvisaglie si erano notate dai conflitti della seconda metà del XIX secolo (guerra civile americana in primis), dalla Grande Guerra esce fuori un nuovo modo di intendere e di vivere il combattimento, non più uomini contro uomini, ma uomini che si ritrovano uccisi da un colpo di artiglieria partito da chissà dove.
La storia di ogni si intreccia in questa rivoluzione (definitiva trasformazione della guerra in fenomeno “moderno” a tutto tondo) e la sublima, rendendo il combattimento aereo da poco nato, qualcosa di analogo agli antichi duelli cavallereschi.
Il barone rosso, al secolo Manfred Von Richthofen, nasce a Breslavia il 2 maggio del 1892, figlio di un militare di stanza nella città capitale della Slesia. La bravura nel combattimento dev’essere stata congenita nella famiglia, visto che sia il fratello Lothar che un cugino, Wolfram, sarebbero diventati assi dell’aviazione durante il conflitto.
Seguendo le orme del padre il giovane Manfred entra ben presto in una scuola per cadetti, da cui ne esce col grado di alfiere nel 1912, viene mandato quindi al 1º reggimento ulani.
Allo scoppio della guerra nel ‘14 è sottotenente, partecipa alle prima schermaglie al fronte negli ampi spazi dell’est, ma presto il suo reggimento viene spostato sul fronte occidentale, dove per la cavalleria cominciava a trovarsi ben poco spazio in una guerra che passava ad essere di trincea. Manfred si lamenta di ciò, ma non per questo il suo spirito guerriero viene meno, tanto che nel settembre dello stesso anno viene premiato con la Croce di Ferro.
Nel maggio del 1915 chiede ed ottiene di entrare nell’aeronautica militare e diventa osservatore aereo (per capirci, inizialmente gli aerei erano usati principalmente per ricognizioni del campo avversario). Nell’ottobre del ‘15 conosce Oswald Boelcke, il primo grande asso della storia militare, sarà lui a cambiargli la “carriera”: da li cominciò a dare esami per diventare pilota e nel marzo dell’anno successivo troviamo il nostro giovane Manfred come pilota di caccia impegnato durante la sanguinosa battaglia di Verdun.
Alla fine del 1916 gli abbattimenti confermati arrivano ad essere 16, gli viene dunque conferita la più alta onorificenza militare prussiana, l’ordine Pour le Mérite, e in più è messo a capo di una squadriglia: quella Jasta 11 (soprannominata “circo volante”) che vedrà tra le proprie fila, tra gli altri, il fratello Lothar o un giovane Hermann Göring, futuro comandante della Luftwaffe. 
Il soprannome sopra riportato deriva dagli sgargianti colori degli aerei dei piloti: Manfred verrà chiamato dunque Barone Rosso proprio per il colore del suo Albatros D.III (un biplano, in seguito sostituito dal celeberrimo triplano Fokker) che spaventava i caccia anglofrancesi.
L’ormai Barone Rosso muore il 21 aprile del 1918 dopo aver raggiunto le 80 vittorie aeree. Le modalità dell’abbattimento non sono mai state chiarite, rimanendo dubbio se il suo aereo sia stato colpito dal nemico o dalla contraerea a terra.
Il Barone Rosso va ricordato non solo per esser stato il primo grande asso della storia militare, ma soprattutto perché riuscì a dare nuova linfa e nuovo spirito ad una guerra che fu tremenda e contro i cui eccessi trovò facile gioco il becero pacifismo che ancora oggi fiacca le anime in Occidente. 
Per uno morto ad aprile, riteniamo doveroso dedicare dei versi di una canzone che, pur riferendosi ad un altro periodo storico, è dedicata a chi ad aprile cadde disprezzando il “nuovo mondo”, che tutt’ora avversa  lo stile aristocratico con quello plebeo e democratico. 
“O morte che vieni portami via voglio ridere anche io
Ricordati pure che non ho paura il vento è amico mio”