Il regalo dell’infanzia

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(Cuib Femminile di Raido)
Cosmeticoressia. Si fa fatica anche a pronunciarne il nome. Ma si fa ancora più fatica ad accettare che ci siano mamme non solo complici ma addirittura fautrici di tale sciocco disturbo.
Le nostre figlie, le nostre piccole donne, facciamole giocare. Teniamole lontane dai social, dai cosmetici e dallo shopping nelle profumerie di lusso. Lasciamole libere di essere semplicemente ciò che sono, bambine, perché sono perfette così. Facciamo loro il grande dono dell’infanzia, della spensieratezza, della purezza. Non sporchiamo queste tele immacolate di rossetti e altre porcherie, hanno una vita davanti per farsi contagiare dal mondo moderno. Finché possiamo, lasciamole autentiche, lasciamole leggère.

(ilgiornale.it) – Allarme “Sephora kids”. La carica delle bambine con l’ossessione per le creme di bellezza

Chi sono? Nient’altro che le preadolescenti di tantissime parti del mondo, per lo più tra gli otto e i tredici anni, che da mesi invadono i beauty store Acquistano prodotti da adulti per non invecchiare

Ricordate il finale del film Bellissima, di Luchino Visconti? La protagonista, che nella finzione ha sette anni, scoppia in lacrime durante un provino cinematografico. Dopo che la madre (interpretata da Anna Magnani) l’ha adornata in ogni modo possibile, dopo essere stata costretta a frequentare sarte, parrucchieri, fotografi, maestre di ballo e di recitazione, ecco che non regge più la pressione e dà ascolto alla propria innocenza: quella bambina inizia drammaticamente a piangere, quella bambina torna ad essere una bambina. È una scena stupenda, iconica quanto liberatoria, ma anche tristissima, se paragonata a quanto accade alle bambine del nostro tempo, specialmente alle cosiddette Sephora kids.

Chi sono? Nient’altro che le preadolescenti di tantissime parti del mondo, per lo più tra gli otto e i tredici anni, le quali da mesi hanno deciso d’invadere i beauty store, in primis le catene Sephora. Da sole oppure in gruppo, o cosa ancora più incredibile insieme a degli adulti, madri in testa, quest’esercito di piccole donne non fa che smaniare per i prodotti di bellezza, con una preferenza a dir poco isterica per gli articoli di skincare: da detergenti alla vitamina C a creme al retinolo, da sieri a base di acidi esfolianti ad oli anti imperfezioni e via dicendo, non c’è liquido, sapone o pomata che queste femmine in miniatura non ritengano essenziale. E sono loro stesse a sbandierarlo, naturalmente tramite i social, soprattutto sulle piattaforme Instagram e TikTok, dove l’hashtag #sephorakids è diventato virale: migliaia e migliaia di foto, video, stories e quant’altro in cui delle creature molto più che infantili illustrano come si spalma un unguento piuttosto che un altro, si preoccupano della tonicità della pelle, parlano di prevenzione delle rughe: l’Everest del surrealismo insomma, tenendo anche conto che i prodotti in questione si rivolgono palesemente a donne mature. Prendiamo il caso del marchio Drunk Elephant, che sta spopolando tra le ragazzine ma ha tutt’altro target, essendo rivolto a signore decisamente avanti con l’età, come testimonia del resto la reclame, dove figurano foto di una sessantenne. È il colmo, quindi? Certo che no. È solo un frattale della società che siamo. È la normalità stravolta di un’umanità ancor più stravolta. È Anna Magnani che invece di salvare la figlia, in un epilogo alternativo di Bellissima, la spinge tra le braccia di chi vorrebbe sfruttarla. O snaturarla, che è la stessa cosa.

Direi che a questo punto potremmo partire con le domande. La prima e la più ovvia: com’è stato possibile arrivare un’idiozia tanto schizofrenica che per brevità denominiamo Sephora kids? E ancora: è accettabile questa sorta di dissociazione mentale? È sensata? È giusta? È addirittura legale? In realtà è molto di più. Nel senso che è puramente, spietatamente commercio, e non c’è bisogno di scomodare Pasolini per comprendere quanto sia nocivo il consumismo, alla base anche di questa tendenza, o meglio, dipendenza bell’e buona, ribattezzata di recente col termine di cosmeticoressia. Nato sui social, questo nuovo disturbo sta iniziando ad essere indagato sia a livello sociologico che medico, in quest’ultimo caso soprattutto da dermatologi e terapeuti: sia per i danni che simili prodotti provocano su pelli giovanissime, sia per la portata psicopatologica di una tale disfunzione, che non è più solo moda, non è un trend che da bizzarro è ben presto diventato grottesco. Siamo oltre, siamo già dentro una dissonanza mondiale, una specie di Frankenstein delle coscienze in cui l’orrendo è innanzitutto un fatto endogeno, dove la distopia corporale, nel caso delle Sephora kids della pelle, è riflesso dei mostri che coltiviamo dentro.

Qui però a farne le spese sono milioni di bambine, una sorta di esercito del candore soffocato già dal mito dell’eterna giovinezza, e di rimando da dinamiche neanche troppo blande di narcisismo, ossessione, ansia, vanità. Capiamo bene che è molto più che un effetto domino, piuttosto è un gioco pericolosissimo, dove chi dovrebbe spegnere l’incendio (alias gli adulti) non fa che ravvivarlo.

Osserviamolo di nuovo dai social. Vediamole queste bambine: invogliate a usare cosmetici antinvecchiamento; eccitate per ricevere centinaia di euro che spenderanno in lozioni per il viso; diventate perfino frequentatrici dei saloni di bellezza, che intanto stanno investendo in questa fascia d’età e propongono ora trattamenti anche a bambine di appena quattro anni. E c’è dell’altro. Ci sono ad esempio le commesse Sephora, che denunciano la devastazione dei luoghi di lavoro, interi negozi quotidianamente assaltati da queste baby gang, che smantellano espositore dopo espositore, tester dopo tester; per non parlare delle altre tipologie di clienti, che raccontano della violenza con cui le Sephora kids letteralmente strappano loro i prodotti dalle mani; e infine i dirigenti, che ventilano l’ipotesi di impedire l’ingresso negli store a persone minori di dieci anni. Semplici voci di corridoio? Iperboli? Fraintendimenti? Sta di fatto che anche queste misure, al pari del fenomeno in sé, stanno ricevendo una grande attenzione mediatica, uno stuolo di commentatori dibatte adesso su ciò che all’inizio pareva un grattacapo bislacco, forse pure divertente, ma che in breve è diventato una congerie immane, puro caos con velleità di tragedia.

Nel mezzo, dentro quest’enorme macelleria nonsense, ci sono loro: le bambine, per quanto si sforzino di non esserlo, pur introiettando pratiche tossiche veicolate da pubblicità e influencer, magari con l’illusione di diventare grandi. Peccato che questa non è crescita, questa è vampirizzazione: un horror dove il marketing risucchia il tempo, dove l’estetica è sabotaggio dell’identità. Difatti queste bambine sembrano fumetti, danno cioè l’idea di essere qualcosa d’inventato anziché di vero. Giustamente. Perché sul serio possiamo definire realtà tutto questo? Al contrario è una rappresentazione, e delle più scadenti. A me pare di assistere a un’elegia epilettica, uno scarto di avanspettacolo che svela la devianza che siamo diventati. Facciamo i conti con quanto accade: il topos dolciastro della figlioletta che guarda la mamma truccarsi, mentre si domanda quando sarà il suo momento, quando anche lei potrà specchiarsi a quel modo e riservarsi le medesime cure, non è che un ricordo. Anzi è un funerale, visto che ci fa rinunciare a un pezzo della vita di tutti; è l’addio acido a una dimensione per cui prima lottavamo, ma della quale ora facciamo a meno.

La stiamo ostracizzando, via via la mettiamo da parte fino a percepirla come un impaccio, o peggio, una vergogna: una volta la chiamavamo infanzia, una volta riuscivamo a proteggerla.