Cosa resta oggi della Rivoluzione Conservatrice (prima parte)

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Pubblichiamo in due parti un corposo contributo di un nostro lettore sulla Rivoluzione Conservatrice, quel movimento politico-culturale nato in Germania a cavallo tra le due guerre mondiali e che ha avuto il merito di opporsi per primo in maniera netta e limpida al sistema liberal-democratico diffuso al tempo, e che cominciava già a sedimentarsi nella mente degli europei come il migliore dei sistemi politici possibili. 
Al di là delle curiosità storiche e dell’interesse culturale che questo approfondimento può generare nel lettore, ciò che risalta nel testo sono le potenzialità di una rivoluzione dello Spirito, quale essa sia, nei confronti del mondo moderno, desacralizzato e volgare. Potenzialità che si esprimono in virtù di ciò che, della Konservative Revolution trascende essa stessa, e la collega idealmente a tutti i movimenti eroici della storia.

Prendiamo spunto da un rivivificato interesse in merito alla Rivoluzione Conservatrice, testimoniato dalla recente pubblicazione presso Passaggio al Bosco di uno scritto concernente la visione romualdiana della stessa, per fornire alcune semplici coordinate storico-politiche che fungano da stimolo ai neofiti e da rinnovato incitamento ai veterani nei riguardi di questo affascinante quanto complesso movimento metapolitico.

Senza pretesa di esaustività per questo breve scritto introduttivo, passiamo in questa prima parte a considerare le principali linee di pensiero della Rivoluzione Conservatrice, consapevoli dell’assenza di un’univoca e ufficiale posizione dogmatica. Una seconda e successiva parte sarà invece dedicata all’Italia, indagando come tali caratteri, e per opera di chi, filtrarono all’interno del contesto metapolitico nostrano.

La Rivoluzione Conservatrice, oggi sconosciuta ai più, fu una significativa corrente intellettuale e politica che emerse in Germania e Austria nel periodo tra le due guerre mondiali. La definizione di Konservative Revolution venne coniata nel gennaio 1927 da Hugo von Hofmannsthal nell’ambito di una sua conferenza dal titolo Das Schrifttum als geistiger Raum der Nation. Essa rappresentò un’opposizione ideale alla Repubblica di Weimar e alle nefaste influenze della modernità, comprese il liberalismo, il materialismo e il razionalismo. Il suo sviluppo fu senza dubbio propiziato dalle difficili condizioni sociali ed economiche allora imperanti ma esse non ne furono la causa primigenia tanto quanto non lo furono nel concorrere all’ascesa del movimento nazionalsocialista; pensare il contrario vorrebbe dire confondere le cause interne con le esogene conseguenze.

Nel corso di questo breve excursus, apparirà evidente la siderale distanza tra la concezione metapolitica propugnata dalla Konservative Revolution e la concreta realizzazione di ciò rappresentò l’ascesa al potere di Adolf Hitler. La Rivoluzione Conservatrice, negli anni, attrasse le migliori menti dell’Europa, formando un ideale consesso di spiriti eletti ai valori della più autentica, seppur policroma, Tradizione.

Tra i pensatori ad essa associati si annoverano nomi del calibro di Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Rainer Maria Rilke, Max Scheler, Oswald Spengler, Edgar Julius Jung, Werner Sombart, Arnold Gehlen, Stefan George, Ernst von Salomon, Ernst Niekisch e Carl Schmitt, ognuno con un suo specifico accento ma sostanzialmente accumunati da una medesima Weltanschauung, dalla critica radicale verso la modernità e propugnatori degli immortali valori della Tradizione, della Gerarchia e dell’Autorità, in aperta contrapposizione ai corrotti valori liberali nonché ai simulacri demoplutocratici della Repubblica di Weimar.

Tra costoro, se Jünger concentrò la sua attenzione principalmente sui temi della guerra, della tecnica e dell’alienazione nella società moderna, Schmitt – con il suo fondamentale Der Begriff des Politischen – influenzò profondamente il pensiero politico conservatore, teorizzò circa il concetto di sovranità e profetizzò il passaggio dello scontro politico a livello di gruppi sociali distinti.

Come ben esplicita Eduardo Zarelli, la Rivoluzione Conservatrice “[…] non si abbarbica al passato, ma si cimenta con il futuro, alla ricerca dell’origine. Il rivoluzionario-conservatore, infatti, non vive più solo nel futuro come il progressista, né soltanto nel passato come il reazionario; egli vive nel presente, in cui riconosce la potenza mediatrice che trasmette il passato all’avvenire”.

Si aggiunga ciò che scrive Gennaro Malgieri il quale elenca efficacemente i principali elementi politici costitutivi, pur sempre consci della frammentarietà di un movimento composto da eterogenee correnti: “Il diffuso sentimento del nichilismo, il culto delle origini, la concezione circolare del tempo e della storia, la difesa delle culture differenziate, l’idea di «volontà di potenza», l’antiegualitarismo, il decisionismo politico, la concezione organica dell’uomo e dello Stato, il disprezzo per la massificazione, e su tutto una grande, lirica, quasi «metafisica» coscienza dell’Europa quale «corpo» politico e culturale, compendio di tradizioni da resuscitare per il mondo di domani”.

Uno studio completo in merito, ad opera di Armin Mohler, fu pubblicato nel 1950 col titolo Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932. Il linea generale, come ha ben riassunto Luca Siniscalco, attraverso l’opera di Mohler si possono identificare cinque principali orientamenti all’interno della Rivoluzione Conservatrice: la corrente völkisch (Otto Sigfrid Reuter, Ludwig Ferdinand Clauss), quella jungkonservative (Arthur Moeller van den Bruck, Oswald Spengler, Wilhelm Stapel), la linea bündisch (erede del movimento Wandervögel), la Landvolkbewegung (orientamento contadino dello Schleswig-Holstein), la prospettiva nazional-rivoluzionaria (Ernst Jünger, Ernst von Salomon, Hugo Fischer, Ernst Niekisch).

Come accennato, l’antitesi al modernismo divenne manifesta attraverso la rinnovata esposizione della prima fra tutte le più ataviche leggi di antica sapienza, ovvero la concezione ciclica dell’esistenza e del cosmo – in contrapposizione al lineare positivismo e al caos anarchico. Tutto ciò trova chiari echi in fondamentali testi quali Rivolta contro il mondo moderno di Evola, La Crise du monde moderne di Guénon e Der Untergang des Abendlandes di Spengler.

Sul piano politico, tale critica alla modernità si accompagnò ad una concezione statale organica ed aristocratica, da non concepirsi come un’oligarchica élite nobiliare bensì quale consesso di anime eccelse, in aperta antitesi al nascente individualismo – oggi del tutto imperante. In conseguenza di tali tesi, anche il concetto di patria fu radicalmente ripensato, conferendo maggior valore alla potenza del pensiero che non ai meri confini geografici, tanto da far scrivere a Evola in Orientamenti “Nell’idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta”. Ciò appare ancor più significativo essendo stato scritto in quegli anni bui del secondo dopoguerra, ancora scottanti per la bruciante sconfitta.

Queste, in nuce, le principali direttrici generali di pensiero che possono efficacemente dare un primo quadro di riferimento per un fenomeno tanto complesso quanto affascinante. Nella seconda parte del presente articolo, esamineremo l’influenza della Rivoluzione Conservatrice nel pensiero metapolitico italiano, con particolare riferimento all’opera di Julius Evola, colui che più di tutti si prodigò per la diffusione in Italia dei suoi principi.