Cosa resta oggi della Rivoluzione Conservatrice (seconda parte)

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Pubblichiamo di seguito la seconda parte di un corposo contributo di un nostro lettore sulla Rivoluzione Conservatrice, quel movimento politico-culturale nato in Germania a cavallo tra le due guerre mondiali e che ha avuto il merito di opporsi per primo in maniera netta e limpida al sistema liberal-democratico diffuso al tempo, e che cominciava già a sedimentarsi nella mente degli europei come il migliore dei sistemi politici possibili. 
Al di là delle curiosità storiche e dell’interesse culturale che questo approfondimento può generare nel lettore, ciò che risalta nel testo sono le potenzialità di una rivoluzione dello Spirito, quale essa sia, nei confronti del mondo moderno, desacralizzato e volgare. Potenzialità che si esprimono in virtù di ciò che, della Konservative Revolution trascende essa stessa, e la collega idealmente a tutti i movimenti eroici della storia.

Nella prima parte del presente articolo abbiamo tratteggiato per sommi capi le caratteristiche salienti della Rivoluzione Conservatrice, evidenziandone le principali linee di pensiero e individuando i comuni denominatori alle molteplici e policrome visioni che diversi intellettuali europei hanno apportato a tale movimento. Continuiamo la nostra breve disamina focalizzandoci ora su come e per opera di chi il pensiero rivoluzionario conservatore sia penetrato in Italia.

Al di fuori dei confini tedeschi, il movimento rivoluzionario conservatore ebbe punti di contatto con numerosi pensatori, filosofi e politici di primo respiro tra i quali Julius Evola, Charles Maurras, José Antonio Primo de Rivera e Corneliu Zelea Codreanu. Evola in particolare ebbe in Germania e Austria personali incontri con i seguaci di Arthur Moeller van den Bruck e funse da vero e proprio mediatore culturale animando l’Herrenklub del barone Heinrich von Gleichen e frequentando altresì l’Hamburger Kreis di Stapel e Gunther nonché il Wiener Kreis di Spann e Heinrich. Tali circoli subirono un declino con la progressiva ascesa del nazionalsocialismo in Germania; molti dei loro membri, infatti, erano profondamente critici nei confronti del nuovo regime e furono emarginati o perseguitati da Hitler, altri invece, esprimenti posizioni più accomodanti, vennero annoverati tra le file della nuova intellighenzia. Resta assodato il fatto che il führer beneficiò di gran parte dei contenuti dottrinari elaborati in quei consessi per la personale formulazione del concetto di Terzo Reich.

Evola ebbe successivamente a dichiarare un chiaro e netto distinguo tra la validità metapolitica dell’opzione rivoluzionaria conservatrice e il rifiuto verso un nazionalsocialismo percepito come plebeo e con tendenze proletarie. Grazie alla sua infaticabile opera di pensatore indipendente, il pensiero di Evola ebbe una certa risonanza all’interno del contesto europeo. Parte delle linee di pensiero della Rivoluzione Conservatrice trovavano in Italia un favorevole alveo all’interno di un certo dannunzianesimo, a sua volta influenzato da una distorta Weltbild («immagine del mondo») nietzschiana, pur faticando ad emanciparsi da un greve spirito popolare ultranazionalistico. Il pensatore romano tentò strenuamente in quegli anni, attraverso i suoi articoli su alcune riveste quali La vita italiana di Preziosi, Lo Stato di Costamagna, Politica di Coppola e Il Regime Fascista di Farinacci, di indurre il recepimento in Italia delle tendenze metapolitiche della Rivoluzione Conservatrice, seppur il risultato si sia purtroppo rivelato assai modesto. Il suo contributo non si limitò a questo, prodigandosi nella pubblicazione, presso le medesime e altre riviste italiane, di articoli e saggi da parte di altrettanti pensatori europei quali Spann, Stapel, Heinrich e Rohan. L’infaticabile azione di mediatore culturale europeo, propria al Barone fin dai tempi della sua rivista La Torre, consentì la germinazione di una concezione conservatorista nostrana poi solo parzialmente ripresa e sviluppata da Giovanni Gentile, Giuseppe Prezzolini, Giuseppe Rensi e Augusto del Noce. Si perse invece praticamente fin da subito la fondamentale componente rivoluzionaria, soffocata dalla strisciante influenza della cultura cristiana. Parte di queste idee trovarono un proprio spazio politico nel 1955 con la nascita del Centro Studi Ordine Nuovo e del successivo Movimento Politico Ordine Nuovo.

L’ultimo elemento che ci preme sottolineare risiede nell’avversione verso una visione economicista dell’esistenza. Come ben ha riassunto Giano Accame: “Tra i motivi destinati a imporsi per la diffusione degli scritti evoliani potrebbe influire in direzioni sempre più trasversali l’attualità della critica all’economicismo ricavata da autori tedeschi della rivoluzione conservatrice. In Rivolta è già esplicito su questo tema il richiamo, oltre al classico studio di Max Weber sulle origini protestantiche del capitalismo, alle interpretazioni di Sombart: Fiat productio, pereat homo – dice giustamente il Sombart, illustrando il processo per cui le distruzioni spirituali, il vuoto stesso che l’uomo divenuto “uomo economico” e grande imprenditore capitalista si è creato intorno a sé [e che] lo costringono a far della sua stessa attività – guadagno, affari, rendimento – un fine, ad amarla e volerla in sé stessa, pena l’esser colto dalla vertigine dell’abisso, dall’orrore di una vita del tutto priva di senso”. La Rivoluzione Conservatrice mirò fin da subito al superamento del mondo borghese, esigendo a gran voce “la dichiarazione d’indipendenza di un uomo nuovo dal mondo economico” (Evola). In ciò non è ravvisabile solamente la coeva lotta di Pound contro l’usurocrazia ma, andando oltre, riscontriamo l’affermazione di una nuova visione dell’uomo, dal carattere adamantino e profondamente trascendente.

Avviandoci verso le conclusioni e avvicinandoci ai giorni nostri, ci teniamo ad evidenziare un ultimo elemento chiave per la comprensione di ciò che fu la Konservative Revolution e ciò che essa ancora potrebbe potenzialmente rappresentare: la profonda e salda connessione tra cultura e politica. I pensatori di allora cercarono di promuovere un’élite culturale che guidasse la società, considerando la cultura un motore di cambiamento sociale. Oggigiorno sono ravvisabili spazi del genere in Europa e in Italia? Purtroppo, al netto di specifichi luoghi metapolitici all’interno dei quali è possibile dibattere su questo e altri temi affini, l’Autore, suo malgrado, non ravvede reali spazi politici che possano colmare tale vuoto, preferendo di gran lunga i nuovi soggetti politici dichiararsi volutamente populisti, configurandosi quindi ex-ante quali ennesimi agitatori di un frammentario dissenso. Se la valutazione in merito all’opportunità che un reale cambiamento possa essere perseguito all’interno del vigente sistema fosse positivamente avvalorata (cosa non scontata), si porrebbero inderogabilmente alcuni rafforzati vincoli per quel movimento politico che avesse l’ambizione di rivoluzionare l’attuale putrescente assetto politico: nascere e forgiarsi lontano dalle luci della ribalta, provenire da realtà di assodata militanza, rivolgersi a tutti gli uomini e le donne della Tradizione ed incarnare radicalmente i 7 valori fondamentali che soli possono contribuire alla rinascita dell’Italia e dell’Europa dei popoli: Verità, Giustizia, Lealtà, Onore, Fedeltà, Coraggio e Sacrificio. Ecco ciò che di più grande si può tutt’ora accreditare alla Rivoluzione Conservatrice.