Rigenerazione Evola | Simboli eroici della Tradizione Romana (prima parte)

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Tratto da RigenerazionEvola


di Julius Evola

Tratto da “Vita Nova”, V, agosto 1929

La considerazione, che di solito è quella astratta delle ricerche speciali, fa si che molti significati delle antiche tradizioni, i quali ancor oggi potrebbero parlarci, non siano più riconosciuti.

Si può rilevare, ad esempio, che quel culto della attività che oggi ha mille forme, che compenetra così intimamente la vita ponendosi alle basi stesse della potenza economico-industriale europea e proiettandosi nei «miti» da questa forgiati – ha corrispondenze precise nell’antichità classica. Non solo: ma in questa, troviamo che il termine «culto» passa da un senso metaforico ad un senso letterale. Un ciclo di simboli, miti ed istituzioni ci dice di una coscienza, nella quale l’azione si trasponeva nel significato di un rito sacro, di un incontro tra forze umane forze cosmiche. E così stando le cose, rivolger l’attenzione a tali antiche tradizioni è, a nostro parere, qualcosa più che semplice curiosità – per una ragione che indicheremo brevemente.

Esiste tutta una mentalità, per la quale dire «religione» e dire spiritualità è tutt’uno; sì che quanto cade fuori da devozione, fede, remissione a «Dio» e – più su – da sacerdotalità, da ascesi, da evasione mistica e simili, sarebbe cosa «profana», laica, addirittura materialistica.

Fra noi, una siffatta strana mentalità si può dire che ha predominato sino a ieri. È solo di filosofie modernissime, di ceppo idealistico, il reagire contro di essa: si che possa farsi largo un punto di vista diverso più vasto e più vero, dal quale ogni spiritualità di tipo «religioso» appare soltanto come una delle forme della spiritualità, che non può pretendere nessuna priorità, nessuna superiore dignità rispetto ad altre possibili e non religiose.

Così (noi vogliamo aiutarci con uno schematismo), sia l’antico Oriente, che l’Occidente in alcuni suoi periodi medioevali, conoscevano due grandi vie: la Azione e la Contemplazione. Sia attraverso l’«azione», sia attraverso la «contemplazione» – si diceva – può essere conseguito ciò che nell’uomo va di là dall’uomo. E dall’una via, veniva la tradizione, il rito e la casta dei «guerrieri» (ksatriya) – la «verità eroica»; dall’altra, la tradizione, il rito e la casta sacerdotale (brahmâna) – la «verità sacra». Due forme primordiali e, per così dire, due «categorie» della cultura.

L’antico mondo orientale, contrariamente a quanto ne pensano molti per mancanza di una cultura speciale, ha conosciuto l’uno e l’altro aspetto (1). Che il mondo occidentale però sia sopratutto caratterizzato dal predominio dell’elemento «azione» – è cosa che dai più viene ammessa. Ma non ne risulta allora che la base di ogni rinnovamento in senso occidentale dovrebbe essere la trasposizione dell’«azione» in un significato spirituale? E, quindi, la comprensione vivente di quelle forme, in cui non il principio religioso-contemplativo, sì invece il principio eroico-guerriero si costituisca come spirito e via verso l’alto?

Ora, come dicevamo, le tradizioni nostre antiche, specie quella romana, sono ricche di tali forme. Si tratta soltanto di giungere all’anima di esse, lasciando il lato esteriore ed empirico, al quale soltanto si applicano i pregiudizi che la cultura moderna ha formati in proposito. Noi qui vogliamo tentar appunto di giungere sino all’intimo senso di qualcuna di tali forme, ove si celano i simboli della tradizione eroica occidentale.

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Ben si stupirebbe il moderno uomo di sport, quando gli si dicesse che ciò che nell’antichità poteva corrispondere allo sport – i «ludi», i «giuochi» così in onore sia presso ai Greci che presso ai Romani – aveva un carattere sacro.

«Ludorum primum initium procurandis religionibus datum» afferma Livio (2). Vi sarebbe stato pericolo a negligere i «sacra certamina»: se le casse dello Stato romano sono vuote, si possono semplificare i giuochi, non già sopprimerli (3). La costituzione d’Urso fa obbligo ai duoviri e agli edili di celebrare i giuochi in onore degli dei (4). Vitruvio vuole che ogni città abbia il suo teatro, «deorum immortalium diebus festis ludorum spectationibus» (5), e il presidente dei giuochi del Circo Massimo, in origine era identico al sacerdote di Cerere, Liber et Libera. I giuochi erano talmente legati ai templi, che gli imperatori cristiani dovettero permettere di conservare i templi, la cui scomparsa avrebbe trascinato quella dei giuochi. Una àgape, cui i «dèmoni» erano invitati (invitatione deamonum) consacrava i «ludi», riproducendo il valore simbolico di una «partecipazione» mistico-rituale (6). «Ludi scenici… inter res divinas a doctissimis conscribuntur» riferisce Agostino (7).

Res divinas, dunque. Vedremo così apparire nei circi romani numeri e simboli sacri. Ecco i «Tre» nella «ternae summitates metarum», nelle «tres arae trinis Diis magnis potentibus valentibus» che tertulliano (8) riferisce alla grande Triade dei Misteri Samotraci; e, parimenti, nella triade delle madri della natura Seia, segetia, Tutilina. Ecco i «Cinque» nei cinque spatia dei circuiti domiziani – ed i «Sette» nel numero totale dei giri, e in quello delle «uova» e dei «delfini» o «tritoni», che egualmente figuravano nel circo (9).

Ma l’«uovo» e il «tritone», a loro volta, erano simboli che, secondo il Bachofen, si riconnettevano ad una grande dualità cosmica: l’«uovo», ωον προτογονον, esprimeva la potenzialità ove ogni possibilità è rinchiusa come λογοσ σπερματικος – e il «tritone», υδωρ, sacro a Poseidone-Nettuno, esprimeva, attraverso questo Nume, la potenza maschia, fàllico-tellurica, delle «acque generatrici», quella, onde nella tradizione riportata da Plutarco la corrente del Nilo era concepita simbolicamente come la forza del «maschio primordiale» che attraversava Iside, pensata come la terra d’Egitto. Questo stesso simbolismo trapela nella situazione del luogo dei «ludi» e delle piste. È la valle fra Aventino e Palatino, sacra a Murcia – una delle dee del «gremium matris terrae» – che Tarquinio erige il suo circo; e il luogo prescelto per le «Equira» sta fra la corrente del Tevere e le «metae» che nel Campo di Marte erano contrassegnate con le spade infisse (10).

In tal modo l’azione percorreva simboli sensibili di significati superiori, tanto che, secondo Piganiol, i giuochi avevano spesso il senso di un «metodo e di una tecnica magiche» (11). L’impeto dei cavalli, la vertigine della loro corsa vibrata verso la vittoria per sette circuiti, rievocava il mistero della corrente cosmica lanciata nel κυκλος της γενεσεως secondo la gerarchia planetaria. Nei due cavalieri, che entravano l’uno dalla porta d’Oriente, l’altro dalla porta d’Occidente nell’arena per impegnare una lotta mortale; nei colori primitivi delle due fazioni, che sono quelli stessi in cui si ripartiva l’uovo cosmico òrfico, il bianco simboleggiante l’inverno, e il rosso simboleggiante l’estate e, ancor meglio, la potenza uranica del giorno e quella tellurica dell’oscurità (12) – si incorporava altresì la lotta fra due grandi forze delle cose. Ogni «meta», «meta sudans», era λιθος εμψυχος, e l’altare invisibile costruito per Consus – un demone tellurico in attesa del sangue versato nei giuochi cruenti (munera) – in una «meta», corrispondeva al «puteal» etrusco, con pari senso di punto di sbocco di oscure potenze (13). Ma, in alto, si ergevano statue di divinità trionfali, che rievocavano l’opposto principio urànio, sì che il circo si trasformava in un concilio di numi – deamonum concilium (14) – la cui invisibile presenza era ritualmente suggellata da seggi vuoti (15), e ciò che da un lato poteva apparire come pura vicenda atletico-sportiva, dall’altro passava al senso di una evocazione magica, il cui rischio si compenetrava col pericolo degli stessi certamina e ludi, e la cui vittoria contrassegnava e rinnovava nell’uomo quella delle forze uràniche sulle forze infere ctonico-telluriche.

È così che il vincitore appariva rivestito da un carattere divino, od anche come una momentanea incarnazione di una divinità. Ad Olimpia, nel momento del Trionfo, si ravvisava nel vincitore una incarnazione dello Zeus locale. L’acclamazione al gladiatore vittorioso passò nella stessa liturgia cristiana: εις αιωνας απ’ αιωνος  (16).

Segue nella seconda parte