Evoluzionismo? In nessuna forma grazie

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evoluzionismo

Suggestioni e pregiudizi concorrono alla cultura di ogni epoca e in particolare della nostra attraversata dalla guerra delle parole, dalla onnipresenza di richiami pseudoscientifici e dal ridimensionamento della libera ricerca, riconoscibile per la scientificità del metodo.
Il termine evoluzione da evolvere, svolgere nel senso di srotolare, indica lo svolgimento, lo sviluppo, lo spiegamento: il movimento ordinato finalizzato ad un fine. Tutte le forme di vita umana nella loro immutabilità crescono secondo un progetto già definito negli aspetti fisici e spirituali. Le possibilità di sviluppo sono sì condizionate dall’ambiente che può essere favorevole o limitante il pieno manifestarsi del potenziale fisico e psichico umano ma non per questo è in grado di definirlo.
L’Evoluzionismo, usato come sinonimo di Teoria dell’evoluzione, esprime una visione anticreazionistica e antifinalistica; disconosce una completezza finita nelle persone; individua nella sopravvivenza il più adatto; riconosce un continuo cambiamento dell’uomo su sollecitazione dell’ambiente che seleziona le variazioni favorevoli che tendono ad essere mantenute e rispetto a quelle sfavorevoli che tendono ad essere eliminate. 
In generale lo spirito materialista e casuale che anima la non verificata Teoria dell’evoluzione, ha esteso il suo interesse ed intervento su tutti i campi del sapere. Dogma, spesso insormontabile, quello evoluzionistico, è entrato acriticamente nell’immaginario comune ponendosi alla base dello studio di ognuno fin dalla scuola primaria con la presentazione della storia dell’uomo sulla Terra.
Di volta in volta i “ritrovamenti” hanno tentato di rappresentare il mitico “anello mancante” per dimostrare fantomatiche congiunzioni evolutive tra gli ominidi e l’uomo; per legare la storia dell’uomo in continuità con forme di vita estinte; per creare una “nozione base” su cui poggiare in tutti gli altri campi di indagine umana il principio evoluzionistico e radicarlo con più forza.
La trasmissione della propaganda evoluzionistica entra nelle menti con l’effetto di assimilare l’uomo all’animale, sottolineando con sistematicità tutte le loro anche lontane somiglianze, disconoscendone le profonde differenze. Se l’uomo non è diverso da qualsiasi altro animale come tale può essere trattato spingendo sulle componenti istintive, irrazionali e materiali della sua esistenza garantite da ogni forma di diritto slegato da ogni sacrosanto dovere che non risponda fino in fondo alle spicciole leggi di mercato.
Anche la concezione predominante della psicologia statunitense del secolo scorso ha guardato alla mente come un prodotto dell’ambiente, al bambino come ad una tabula rasa incisa dall’esterno determinante nella costruzione dei suoi comportamenti. Tutto il portato della componente innata della persona si subordina agli stimoli ambientali che l’andrebbero a definire, si limita al condizionamento ambientale.
Agli studi condizionati dal verbo evoluzionista sanno opporvisi seri studi che procedono con metodo scientifico. Studi, spesso ignorati, scarsamente finanziati intenzionalmente ignorati dagli  evoluzionisti che evitano con essi il confronto diretto e perciò possono affermarsi solo negli spazi minori della comunicazione. Ma comunque ci sono.
Il linguaggio tra le caratteristiche specificatamente umane è quella più significativa: sostiene il pensiero, produce con le parole la traduzione di vissuti ed eventi che esprimono idee, sentimenti, principi, valori e fatti che nessun essere vivente oltre all’uomo è in grado di fare.
Esso certamente differenzia quella umana dalla comunicazione animale, limitata al qui ed ora, priva di parole che possono essere combinate in modo differente per assicurare la varietà espressiva. Il linguaggio permette agli uomini di comunicare anche su ciò che non è presente grazie alla simbolizzazione che le parole assumono dando forma ai concetti.
La loro trascrizione in forma scritta consente di tramandare nel tempo e nello spazio tutta la produzione del pensiero veicolata dal linguaggio. Possiamo accogliere gli scritti di antiche civiltà e lasciare traccia della nostra che potrà essere letta in un tempo futuro come in uno spazio geografico molto lontano.
L’identità di ogni popolo si trasmette grazie al linguaggio anche senza forma scritta, immaginiamo le antiche civiltà europee che non hanno utilizzato la scrittura ma l’arte rupestre e lasciato tracce significative delle caratteristiche della loro vita comunitaria rappresentata in un simbolo pensato con il linguaggio ed espresso in forma iconica.
La Societé de Linguistique de Paris già nel 1886 poneva la propria autorevole censura su ogni indagine relativa alle origini del linguaggio in mancanza di evidenza certa. La volontà di controllo sull’indirizzo delle ricerche relative al linguaggio per spiegarne le origini, due secoli dopo non ha certo perso presenza e forza.
Evidenzia  Silvia Ballabio in Quello stupido darwinismo che c’è ancora tra noi:
“Nota dolens, come Piattelli Palmarini ha poi avuto modo di denunciare sul Corriere a proposito dell’articolo di Frontiers e del perdurare di dogmi inconfutabili anche e sopratutto in ambiti scientifici, quali Evolution X, congresso biennale dedicato all’evoluzione del linguaggio: lo scientismo ha più seguaci della scienza; nemmeno interventi autorevoli e rigorosi possono intaccare il dogma di fede che l’evoluzione del linguaggio è “il risultato di pressioni selettive darwiniane esercitate dalla comunicazione e dalla cognizione in genere”.
Grazie all’opera di Noam Chomsky negli studi di ricerca dello sviluppo del linguaggio, la mente/cervello viene vista come un complesso meccanismo formato da parti specializzate nell’elaborazione di informazioni: un computer biologico già predisposta dalla Natura per essere utilizzato dall’uomo. La linguistica generativa ha influenzato lo studio della mente e del cervello ma non per questo i suoi risultati sono entrati nella concezione comune proprio perché riconoscono all’uomo caratteristiche specifiche innate. 

di Marina De Loris

La conclusione dell’articolo The mystery of language evolution, pubblicato nel volume di maggio di Frontiers of Psychology, a firma di un gruppo autorevolissimo di esperti di linguistica evolutiva e non solo, è tanto chiara quanto perentoria. Solo se si avranno scoperte significative dallo studio comparato del comportamento animale, della neurobiologia, della archeologia e della mappatura del gene-fenotipo, if and only if (e “These are big IFs”), si potrà dire qualcosa che sia accettabile scientificamente sull’evoluzione del linguaggio. La confutazione che viene fatta nell’articolo di Frontiers dell’ipotesi delle pressioni darwinistiche è probabilmente troppo articolata per essere considerata nel suo dettaglio, ma sicuramente se ne possono trarre alcuni spunti specifici relativi allo studio del linguaggio umano e due osservazioni di carattere direi “metodologico”.

1 . Relativamente al linguaggio, il punto sicuramente più interessante riguarda l’individuazione della proprietà biologica dell'”infinità discreta” di Chomsky , uno degli autori dell’articolo, vale a dire la capacità tipicamente umana di “composizione illimitata di v ari oggetti linguistici in strutture complesse”, cioè come da un numero finito di elementi si possa arrivare ad un numero infinito di espressioni; un concetto formulato da Chomsky anche come “povertà dello stimolo”. Un esempio proposto nell’articolo riguarda le leggi fonologiche che permettono ad un bambino di apprendere spontaneamente e inconsciamente la pronuncia del suffisso (ed) per i verbi in inglese, senza avere alcuna idea della differenza fra suoni sordi e sonori che regola la diversa pronuncia di questo suffisso; i bambini la usano con infallibile precisione, senza mai errare (a meno che non siano presenti specifici disturbi), sapendo anche applicare tale regola fonologica a nuovi verbi. L’esempio documenta in modo efficace quanto è l’essenza della potenza linguistica dell’apprendimento linguistico del bambino.

 2. Il secondo punto interessante nell’articolo di Frontiers riguarda la sottolineatura della tendenza verso l’unificazione della teoria linguistica delle acquisizioni genetiche, neurobiologiche e cognitive relativi al linguaggio; una convergenza di studi a quanto pare necessaria, anzi, indispensabile, per studiare  quanto appare come un oggetto intrigante e misterioso. Come ebbe a dire lo stesso Chomsky in un suo intervento del giugno 2010 a Parigi a proposito della capacità umana innata di apprendere un linguaggio, “concedetevi lo stupore davanti al mondo”. Nota dolens, come Piattelli Palmarini ha poi avuto modo di denunciare sul Corriere a proposito dell’articolo di Frontiers e del perdurare di dogmi inconfutabili anche e soprattutto in ambiti scientifici, quali Evolution X, congresso biennale dedicato all’evoluzione del linguaggio: lo scientismo ha più seguaci della scienza; nemmeno interventi autorevoli e rigorosi possono intaccare il dogma di fede che l’evoluzione del linguaggio è “il risultato di pressioni selettive darwiniane esercitate dalla comunicazione e dalla cognizione in genere”. Inutile il monito, anzi, la censura della Societé de Linguistique de Paris già nel 1886 di qualsiasi indagine relativa alle origini del linguaggio in mancanza di evidenza certa; la tentazione, stimolata dall’abbondanza e visibilità di nuovi studi negli ultimi quarant’anni, di credere ed ancora credere nella verità assoluta della teoria evoluzionista del linguaggio ha conquistato menti e cuori. Nessun stupore davanti al mondo, bensì una fede cieca e fanatica in un dogma assoluto. Chi si ritiene senza peccato scagli la prima pietra; se al docente di lingue (quale io sono) può interessare poco del perdurare della teoria evoluzionista del linguaggio, quanti degli assunti metodologici della pratica didattica sono veri e propri dogmi di fede, non discutibili e non rivedibili, tanto veri da far chiudere gli occhi di fronte ad evidenti fallimenti del proprio tentativo di formazione linguistica di molte giovani menti? L’onestà intellettuale degli autori dell’articolo, che confutano in maniera rigorosa i vari studi di linguistica, comunicazione animale, matematica ed evoluzionistica, ammettendo che la risposta alla domanda “Come si è arrivati al linguaggio umano?” è ancora una domanda senza una risposta, e16/7/2014 SCUOLA/ Quello stupido darwinismo che c’è ancora tra noi smentendo chi afferma il contrario, è il primo punto metodologicamente interessante del loro tentativo, nonché l’azione stessa da loro compiuta.

Ognuna della sezioni dell’articolo entra in merito ad un’area specifica, ad esempio affrontando gli studi del comportamento animale e l’utilità della comparazione fra il linguaggio dei primati, degli uccelli canterini e delle rane tungara, o l’utilità dei reperti fossili relativi all’Homo di Neanderthal al fine della determinazione della sua capacità (o incapacità) di avere un linguaggio, pur in presenza di caratteristiche simili nell’Homo sapiens. Ognuna della confutazioni è assolutamente rigorosa e specifica,ma è interessante notare che l’articolo si presenta come un unico contributo, quasi a sottolineare che solo un’altissima specificità disciplinare, unita ad una comune passione all’indagine scientifica, e non scientistica, possono permettere un reale progresso scientifico, fosse anche quello di ammettere che anche molto, forse tutto, rimane ancora da farsi. E che il mistero dell’evoluzione del linguaggio umano rimarrà, fino a quando non si avrà prova evidente della validità di una o dell’altra teoria, “one of the great my steries of our species” – “uno dei grandi misteri della nostra specie” (italics mine); Uno, sembrerebbe, fra molti.