Simboli eroici della Tradizione Romana (parte due)

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Tratto da RigenerazionEvola


Seconda parte dell’articolo presentato da Evola su “Vita Nova” nell’agosto 1929, in cui, partendo da una breve premessa sulle due vie alla spiritualità, quella dell’azione e quella della contemplazione, il barone si sofferma sulla ritualità sacra dell’azione eroica romana e su alcuni suoi simboli. Non manca in questa seconda parte un riferimento al doppio animico, al concetto tradizionale di “demone”, rapportati con il concetto superiore di guerra e con rinvii simbolici alle «Furie», alle «Erinni» e alle dee delle battaglie, concetto notoriamente presente anche nelle tradizioni nordiche: si pensi alle Walkyrie, che, ci ricorda Evola, conducevano simbolicamente le anime di guerrieri al Walhalla, e che vennero anche considerate come queste stesse anime.

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di Julius Evola

Tratto da “Vita Nova”, V, agosto 1929

Segue dalla prima parte

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Cerchiamo di penetrare più a fondo l’intimo spirito di queste antiche forme, che ci debbono apparire così strane.

Se, come vuole lo Schelling, la mitologia non si esaurisce in una mera invenzione poetica, e sorse da un processo necessario, oggettivo, dello spirito, che drammatizzò figurativamente negli Dei contatti interiori con le stesse potenze, che esteriormente si manifestano in sede di realtà e di fenomeni naturali (17) – se un tale punto di vista, non lontano del resto, da quello del nostro Vico può essere assunto, allora coglieremo l’essenza spirituale dei giuochi anticamente consacrati a Dei o Eroi o a loro imprese simboliche, dicendo che in essi l’azione era destinata a rievocare e a riaccendere quei contatti, a crear dunque adombramenti di una coscienza cosmica, e ciò in doppio modo: attraverso il potere misterioso delle analogie, base di gran parte dei culti antichi, anche di tipo religioso; e attraverso le forme di superamento realizzate dall’esperienza eroica.

Il rito romano del Trionfo: il comandante vincitore, rivestito e dipinto di porpora, raggiungeva il Tempio di Giove Capitolino

Di siffatta idea, si può avere una conferma in relazione a ciò che è il massimo significato: l’ebrezza eroica dell’agone e della vittoria posta come un interesse superiore alla propria vita particolare, fu considerata nell’antichità classica come imitazione, o avviamento, per quell’impeto ancor più alto e puro, per cui nell’iniziato la morte si trasfigura in resurrezione («morte trionfale»). In tal modo si spiegano i frequentissimi riferimenti ai «certamina» e ai ludi del circo – αγωνα τον μυστιηον – e alle figure di vincitori olimpionici nell’arte funeraria pagana: tutto ciò fissava analogicamente la «melior spes» dal morto – era la sensibilizzazione del «tipo di atto» che poteva portarlo a vincere l’Ade e a conquistare la gloria di una vita eterna, non secondo il modo della «verità religiosa», sì invece secondo il modo della «verità guerriera occidentale».

Nel sarcofago di Haghia Triada, nel bassorilievo del carro greco-etrusco di Monteleone, negli steli di Bologna – son sempre le immagini della «morte trionfale» che ricorrono. Vittorie alate coprono le porte dell’Ade o sostengono il medaglione del morto (18). Presso alla celebrazione pindarica della divinità dei lottatori trionfali, in Grecia gli Enàgoni e i Pròmachi divengono Dei mistici, condotteri delle anime all’immortalità. Ogni Nike nell’orfismo diviene simbolo della vittoria dell’anima sul corpo – ed «eroe» viene chiamato chi ha subito l’iniziazione, eroe di una lotta tragica e senza sosta. Ciò che nel mito ha espressione di vita eroica, è posto a modello del βιος ορφικος, onde nelle imagini sepolcrali Eracle, Teseo, i Dioscuri, Achille sono designati come iniziati òrfici: στρατος, militia, viene denominata la schiera degli iniziati, e μνασιστρατος lo jerofante misterico. Luce, vittoria e iniziazione divengono idee che una quantità di figurazioni monumentali greche mostrano connesse insieme. Elios, come sole nascente, o Aurora, è Nike, ed ha il carro trionfale: e Nike è Telete, Mystis ed altre personificazioni o divinità della consacrazione iniziatica, rinchiudenti la rinascita dello spirito (19).

I riferimenti sono chiari e precisi: ultimi echi di una sapienza eroico-simbolica giungono dunque sino a quelle forme dei ludi romani, in cui una denigrazione sistematica ha saputo vedere soltanto espressioni di brutalità e di crasso materialismo. E in effetti, come è noto, Roma di qualsiasi forma “religiosa” ben poco si curava – l’una, alla fine, le valeva quanto l’altra: ma ciò, perché fu attraverso l’azione che essa conobbe e realizzò lo spirito, nella forma di coloro che combattono, e non i coloro che “pregano”; e nella vittoria lo realizzò, fino al limite solare costituito dall’Impero.

Di tal spirito, vogliamo, per ultimo, penetrare nel lato più intimo, là dove è una forma più  grande e più luminosa – la guerra- a realizzarlo.

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Il Piganiol rileva come nell’antichità la nozione del «doppio» o di anima, quella di Furia od Erinni, quella di dea della Vittoria e di dea della Morte, si confondevano in una nozione unica; stabilendosi la «curiosa concezione di una divinità che è ad un tempo una dea delle battaglie e il doppio dell’uomo» (20).

Per giungere al senso di una tale tradizione, bisogna rendersi capaci di passare dalla comprensione astratta, alla comprensione concreta e vivente, in termini di esperienza interna e di soggettività, di ciò che si cela nelle singole nozioni ora dette.

La Walkyria Brünnhilde (Arthur Rackham)

Il «doppio» va riportato alla nozione di «demone» quale si trova in Plotino (21), unitariamente all’insegnamento, che «ogni uomo ha il proprio demone»; ancor meglio, a ciò che nella tradizione indù corrisponde al «linga» e al «kȃrana-carîra» – due parti dell’essere integrale dell’uomo che potrebbero esser rese dal termine: «individuo individuante» (22). Si tratta di una forza profonda, bene raramente raggiunta dalla chiara coscienza, che come originariamente avrebbe determinato la coscienza finita nella forma e nel corpo a cui si sveglia, così resterebbe sempre a base dei processi profondi della vita, che sfuggono, abitualmente, ad ogni diretto controllo. In termini moderni, si potrebbe dunque dire che il «doppio» è un simbolo per il differenziale fra l’atto e il fatto; e l’idea, che si salvi dal destino di caducità solamente ciò che nell’Io si trasponga dalla coscienza del «fatto» (coscienza empirica) alla coscienza dell’«atto», o autocoscienza trascendentale, può dar la chiave dell’antico insegnamento, che è immortale «colui che non ha più dèmone» essendo divenuto, come lo σπουδαιος plotiniano, egli stesso il proprio dèmone.

 

Ora se la crisi del soggetto empirico finito, stretto al «fatto», è ciò che volgarmente si chiama morte, vediamo sorgere da sé la ragione dell’assimilazione fra il «doppio», parte trascendentale dell’essere umano, e la dea della Morte. E non basta: se fra i mistici è mortificazione, rinuncia all’Io, dedicazione a «Dio» ciò che conduce ad affrontare la crisi di cui sopra – nell’opposta tradizione, un’attitudine di superamento attivo, di «esaltazione», di liberazione delle forze più profonde dell’essere, è la via. E se in forme interiori, a ciò si chiamava allora la danza frenetica, il ritmo menàdico e coribàntico – ecco che in una forma superiore nella lucida vertigine del pericolo e nello slancio eroico che si desta fra le battaglie fu riconosciuto il luogo per una analoga esperienza: «ludere», già etimologicamente (23), comprende l’idea di «slegare» – allusione alla virtù, che ha la lotta, di sciogliere il limite della coscienza finita e di scatenare, di mettere a nudo, lo stato attuale più profondo. Da qui, la seconda assimilazione: quella del «doppio» e della «dea della Morte», con le «Furie», le «Erinni» e le dee delle battaglie – idea, che troviamo anche nelle tradizioni nordiche: le Walkyrie, dee tempestose delle battaglie, che conducevano simbolicamente anime di guerrieri al Walhalla, vennero anche considerate come queste stesse anime.

Non resta che l’ultima assimilazione, che si riferisce alle dee della Vittoria. Quanto precede, l’ha già chiarita. Là dove gli atti dello spirito si celebrano – a differenza che nel mondo della «contemplazione» – nel corpo di azioni e di avvenimenti reali, fra fisico e metafisico, fra visibile ed invisibile si stabilisce un parallelismo: e la vittoria diviene la visibilità di una «morte trionfale», e di una mistica epifania, cioè del risolversi della forza abissale evocata (le Furie, le Erinni, ecc.) nella piena attualità dello spirito. Per questo, ogni Vittoria, nella nostra antica tradizione, assumeva un significato sacro. Per questo nell’imperatore e nel duce acclamato sui campi di battaglia si aveva il senso del brusco manifestarsi di una forza d’ordine superiore, che lo glorificava. Il culto imperiale, sia nella forma romana, sia in quella iranica, ove i re erano riconosciuti tali per l’«hvanerô» – termine comprendente i sensi di «gloria» e di «fuoco divino» (24) – che si testimoniava con la vittoria – in tal culto, preso nella sua verità, non nelle sue aberrazioni, non ha altra origine.

In tutto ciò, dunque, vi è qualcosa più che puro «simbolo», «mito» o «superstizione». Per conto nostro, vi vediamo invece le traccie di una tradizione la quale conobbe «eroicamente», «occidentalmente» lo spirito, e che ne tenne la face almeno così in alto, quanto una qualsiasi tradizione «religiosa» di tipo esotico e antiromano, quale p. es. quella semitico-cristiana.

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Può parlarci una tale tradizione eroica ancor oggi? Noi lo crediamo. Come dicevamo al principio, in mille forme il mondo moderno tradisce una indomabile volontà d’azione, che lascia alle «fedi» e ai «misticismi» un sempre più angusto spazio. Se i «contatti» sono chiusi, se gli dei sono morti, se un limite di necessità, di meccanicità e di mera materialità grava su ogni cosa, purtuttavia questa realtà appartiene sempre allo stesso ceppo; e quando la coscienza «attuale» sia desta, un’anima vi si aggiungerà, come al suo corpo: sì da risvegliare – se pur in altri uomini, in altre forme, in altre gesta – l’antico significato dell’azione, onde essa si trasfigura in una via, in un valore, in un rito, in una liberazione.

Ciò, per gradi di luce, dall’alto al basso, gerarchicamente. Persino l’insana frenesia degli sports moderni potrebbe allora esser rialzata: nelle stesse pazzie di imprese che si portano lungo i limiti per il solo piacere di se stesse; nella magnetica volontà che gela ogni brivido ed ogni istinti e dà l’esattissima misura ad ogni gesto sia su macchine divoratrici del vento, sia in strenua vicenda fisica, sia in alto, per rocce, pareti e creste e ghiacciai nell’imminenza del cielo e dell’abisso – in tutto ciò, che oggi è mero «sport», mera vicenda corporea, uomini nuovi potranno forse ridestare un simbolo, una luce spirituale, un contatto con le forze primordiali chiuse dentro le membra, che furono i «Numi» degli antichi: sì che l’agone fisica torni di nuovo ad esser simultaneamente metafisica – e la vittoria, un adombramento dello stato trascendentale.