Il Retto Sforzo nella pratica quotidiana

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(aurhelio.it) – Facendo un giretto in qualche libreria commerciale, tra gli scaffali dove campeggia in grande la scritta “Spiritualità e new age” (sic) si possono trovare un sacco di testi, dai titoli che si somigliano un po’ tutti: “Cambia la tua vita in una settimana” “Accedi al potere che si nasconde in te” “La chiave per l’illuminazione” “Come fare viaggi astrali” “Diventa ricco in un mese” ecc. ecc. senza contare il faccione barbuto del mitico e onnipresente Osho, che si prende da solo, con i suoi libri, almeno uno scaffale intero.

Se tutto ciò sembra comico, facendo qualche riflessione, ci si accorge che c’è molto poco da ridere. In effetti l’editoria, come ogni settore commerciale, segue delle leggi di mercato, monitora i desideri delle persone, le loro inclinazioni, i loro punti deboli e poi offre il prodotto che risolverà tutto. E che cosa vuole l’uomo moderno? Privato di ogni valore ed identità spirituale, asservito alla logica dell’avere e dell’accumulare, abbagliato e succube dell’illusione materiale e senza veri punti di riferimento, sente il bisogno di colmare una lacuna interiore ormai troppo grande. Fin qui l’intento è giustificabile, anzi auspicabile ma – qui sta il nocciolo della questione – lo vuole subito e senza sforzo, desidera una soluzione confezionata che gli tolga l’onere della ricerca. Come ormai è abituato a fare con le macchine, con un clic spera di affrancarsi da ciò che lo corrode al suo interno. Il delirio di onnipotenza del possesso materiale investe anche lo spirito e lo conduce verso l’illusione che tutto si posso ottenere con facilità. Si giunge così ad una paradossale materializzazione dello spirito, in un tentativo di sfruttamento del metafisico per meri bisogni personali, una specie di supermarket cosmico dove si prende, si va alla cassa e se ne esce fischiettando con l’illuminazione sotto braccio. Essendo distaccato da ogni principio autentico cerca confusamente un appiglio, come un naufrago che cerca disperatamente di salvarsi ma, in maniera scomposta e controproducente, inevitabilmente affoga.

Tutti sappiamo che leggendo un libro sull’illuminazione non si divente dei buddha, eppure in molti sorge questa illusione e ognuno che abbia quantomeno provato a lavorare su se stesso, conosce gli enormi sforzi che è chiamato ad affrontare.

A meno che non si abbia un’intuizione metafisica improvvisa che ci metta in contatto con la natura ultima delle cose (eventualità molto rara nel nostro tempo). La pratica dell’auto-osservazione infatti, attraverso uno sforzo costante si rivela necessaria. Se non si prende coscienza di questo, ogni azione della nostra vita sarà il riflesso di un programma e saremo sempre in balìa di forze di cui non siamo consapevoli.

Il concetto di libertà nella società moderna è stato totalmente stravolto, è opinione comune che ognuno abbia il diritto di fare ciò che vuole ma, il concetto autentico di libertà attiene ad un piano diverso, la libertà in senso spirituale è conoscenza universale del Sè e dominio su se stessi, su tutti quegli istinti del nostro falso ego che fanno di tutto per auto-alimentarsi e rimanere in vita, come dei parassiti. Per la conquista di questa autentica libertà dobbiamo metterci in gioco, cadere, soffrire, rialzarci, vedere cose di noi stessi che non ci piacciono, tutto questo non si può evitare, è necessario. Conoscere non è leggere ma esperire, fondersi con l’oggetto della comprensione, esserla, e questo traguardo lo si raggiunge solo attraverso la pratica del retto sforzo, non c’è altra via. 

Lo spiritualismo moderno, nella sostanza, offre agli pseudo praticanti l’illusione di una liberazione che non avverrà mai, semmai creerà nuovi e più stretti lacci. 

“Spazio cosmico”, “beatitudine”, “essere uno con il tutto” e mille altre belle e accattivanti definizioni, rimangono vuoti termini esposti al mercatino dell’illuminazione, al “magic shop” come lo chiamava Battiato in un suo famoso brano. 

Sforzarsi rettamente significa osservarsi, essere svegli in ogni istante della propria vita affinchè la febbre mentale e le istanze dei demoni interiori non abbiano il sopravvento sulla nostra vera natura spirituale. Per fare ciò, bisogna alzare sempre un po’ di più l’asticella del nostro sforzo, mettendoci alla prova, percorrendo la strada di maggior resistenza – non ci si riferisce allo scalare montagne o fare pellegrinaggi estenuanti. Si può partire da questioni apparentemente insignificanti, come l’astenersi dal mangiare o bere qualcosa che ci piace o rinunciare attraverso la volontà a qualcosa che ci gratifichi temporaneamente. Queste azioni deliberate rafforzano il nostro dominio su noi stessi e, rendendoci padroni della nostra vita, non più preda dei gorghi della mente che, di fatto, vive di illusioni, di irrealtà.

Nel buddismo c’è un termine molto preciso che rende bene l’idea, ed è “adhitthana”, che in lingua pali significa “ferma determinazione”. Non foga, non zelo, non fatica, non desiderio, ma ferma determinazione. Non esiste altro termine che possa rendere così bene l’idea di quello che è la vera pratica. Un’intensa, incrollabile consapevolezza che si sta vivendo ed agendo con chiarezza verso la giusta direzione. Ogni parlare o scrivere intorno allo spirito è nullo se non si consegue adhitthana. 

Se noi non saremo determinati nello sforzo di elevarci al di sopra del pantano delle impressioni indotte e del caos che avvolge questa nostra epoca, la nostra vita sarà determinata da qualcos’altro che appartiene alle regioni infere del nostro essere. Coltivare se stessi è un processo che non ha mai termine. È un’esistenza sensata solo quella spesa per questo.