A scuola di recitazione

48

(articolo di un nostro lettore)

Le scuole stanno terminando e per chi ha figli piccoli è tempo delle usuali recite scolastiche, occasioni nelle quali i piccoli attori in erba si cimentano in vari repertori teatrali. La cadenza è ahimè solo annuale ma la veracità dei piccoli teatranti compensa di gran lunga l’attesa. Il mondo dell’informazione, di contro, ci diletta quotidianamente con farsesche rappresentazioni della realtà, quasi sempre mal recitate. Ieri è andata in scena l’ultima della serie.
 
Per la prima volta nella storia del Festival di Cannes, al termine della presente edizione del 2024 è stato assegnato il Prix d’interprétation féminine ad un interprete transessuale, Juan Carlos Gascón. Il film in questione ha ricevuto altresì contestualmente il Premio della giuria.
 
Per i nostri lettori questa notizia non costituisce affatto motivo di sorpresa. Da tempo notiamo che a più livelli “grande è la confusione sotto il cielo”, seppur la situazione ci paia tutt’altro che eccellente. Da altrettanto tempo siamo perfettamente consapevoli riguardo al sentiero che è stato tracciato e che i figuranti della società contemporanea, siano essi politici giornalisti o intellettuali, percorrono con assoluto e indefesso ardore. Si chiama progresso e nulla può scalfirlo o metterlo in discussione.
 
Per chi fatica a riconoscersi in questo collaudato e oliato meccanismo globale, il copione recitato è chiaro e ogni cosa si sta a suo tempo avverando, senza alcuna sorpresa nel suo svolgimento. In questa sceneggiatura il coup de théâtre non è ammesso.
 
Le eterne verità che Guénon delinea in un’opera come Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, incarnano affermazioni che trovano costante conferma nella vita di tutti i giorni. Non ci stupisce quindi che i giornali mainstream dedichino ampie pagine alla notizia. Come non ci stupisce che una summa di alti intellettuali e benpensanti cineasti abbia ritenuto di assegnare, a pieno giudizio, un tale significativo riconoscimento all’interprete di tale capolavoro.
 
Tuttavia, il trend in atto pone un’ulteriore esiziale conseguenza, raramente evidenziata: l’offuscamento – per non dire lo snaturamento – del giudizio critico, esclusivamente piegato a logiche che nulla hanno a che vedere con l’Arte, comporta agli occhi degli smaliziati osservatori uno svilimento dell’istituzione culturale stessa che lo emette, con conseguente ulteriore allontanamento del popolo da siffatte artificiose manifestazioni; tutto ciò, a riprova della funzione oramai puramente tautologica, se non apertamente corrotta, anche di gloriose istituzioni che storicamente hanno rappresentato nei rispettivi campi le eccellenze della nostra cultura europea e che oggi vengono consegnate sottotraccia alla rovina.
 
Ma evidentemente questo è l’ultimo dei problemi per chi si deve cimentare quotidianamente con l’affermazione del politicamente corretto. Dieci giorni fa abbiamo assistito alla medesima farsa, stavolta inscenata all’Eurovision. Cambia il palcoscenico ma non il copione.
 
Nonostante le risibili e sterili polemiche politiche, c’è solo una fiamma che oggigiorno non può smettere di ardere ed è quella posta presso l’altare del sacrificio sopra il quale verità, cultura, civiltà, identità, storia e fede, vengono fatte salire per venirvi decapitate, a beneficio del pensiero unico dominante. La sempiterna Tradizione, nelle forme millenarie a noi note, è chiara a riguardo e costituisce l’unica pietra di paragone con quale riuscire a leggere la realtà che ci circonda.
 
In breve, per beneficiare di rappresentazioni autentiche, conviene continuare a confidare esclusivamente nelle qualità attoriali dei nostri figli, anche in assenza di riconoscimenti a Cannes.