Rigenerazione Evola | Le prospettive del nuovo realismo (seconda parte)

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Tratto da RigenerazionEvola


Seconda parte del famoso saggio di Julius Evola intitolato “Superamento del Romanticismo” (che riproponiamo con una diversa intitolazione, come spesso facciamo), pubblicato sulla rivista “Vita Nova” in due puntate nel gennaio e nel febbraio del 1931, e poi riproposto in varie raccolte e antologie successive di scritti. In esso, come abbiamo osservato in occasione della pubblicazione prima parte, Evola tracciava una sorta di quadro generale delle prospettive che in vari ambiti si ponevano, all’alba degli anni Trenta del secolo scorso, sulla scia di una nuova Weltanschaaung, una nuova visione del mondo che stava emergendo in Europa tra le due guerre, nei movimenti giovanili e non solo: uno stile asciutto, essenziale, lineare, rigoroso, oggettivo, distaccato, disincantato, severo, che Evola ritrovò nella Neue Sachlichkeit (cd. “nuovo realismo”, “nuova oggettività”, “nuova essenzialità”) germanica.

Si tratta di un tema su cui torniamo periodicamente, sia per inserire volta per volta qualche nuovo tassello in termini di scritti ed approfondimenti, sia per la sua innegabile attualità. Rimandiamo per un’infarinatura generale sul tema alla nostra introduzione all’articolo di Evola “Neue Sachlichkeit – una confessione delle nuove generazioni tedesche”, uscito su “La Rassegna Italiana” nell’aprile 1933 e da noi pubblicato in due puntate come “Nuova essenzialità: il manifesto della gioventù post-nichilista”.

L’attualità del tema e delle considerazioni evoliane, mutatis mutandis, appare evidente, come osservammo, dinnanzi al ritorno, nell’epoca odierna, a concezioni della vita non solo piccolo-borghesi e sentimentalistiche, ma pericolosamente iper-soggettivistiche e neoumanistiche, con chiari sconfinamenti nel transumanesimo e nell’ibridismo, di ogni tipo (sessuale, culturale, etnico, ecc.), al cui cospetto appaiono di un livello notevolmente superiore persino le sensibilità romantiche e tardo-romantiche che Evola sempre criticò nell’approccio all’elemento naturalistico (es. la montagna) e non solo, e che proprio in questo saggio Evola riteneva necessario fossero superate; non potendo probabilmente immaginare, nonostante il suo profondo spirito profetico, a quale abisso si sarebbe potuti arrivare lungo la direttrice della decadenza, senza che le prospettive di questa nuova oggettività potessero aprire la via ad una inversione del corso degli eventi e degli umani destini.

Certamente, al di là di alcune posizioni proprie a quei movimenti della Neue Sachlichkeit che, come osservammo, potevano, sulla linea di confine del nichilismo, generare effetti distorsivi nell’approccio alla sfera spirituale confluendo nell’immanentismo o in forme di autoreferenzialità, in alcuni tratti dell’esposizione evoliana  – ancor più evidenti in questa seconda parte, come vedremo fra poco – riecheggiavano con forza i toni di quella problematica metafisica “dinamica” dell’Io su cui tante volte ci siamo soffermati, che ha caratterizzato in modo esplicito l’approccio evoliano alla trascendenza soprattutto nella fase giovanile, ma che riecheggia anche successivamente, sia pure in modo sostanzialmente meno diretto. E’ la prospettiva dell’Individuo Assoluto e dell’Idealismo magico su cui spesso ci siamo soffermati, anche di recente, ed a cui rinviamo.

In questa seconda parte, in particolare, lo stile di Evola è particolarmente ispirato e appassionato, mostrando chiaramente un suo coinvolgimento frontale, diretto. Il quarto paragrafo, in cui Evola traccia il passaggio da un mondo “umano” ad uno “post-umano”, aveva, dal suo punto di vista, il significato di un abbandonare una prospettiva umanocentrica nel senso più deteriore del termine (da lui in particolare declinato sempre nell’idea dello sfaldamento “romantico”) per giungere ad una dimensione “a-umana”, in cui gli esseri umani avrebbero oltrepassato la propria natura appunto “umana”, acquisita per decadenza, se così ci è consentito dire, per tornare ad una primordialità assoluta ed elementare, rialzandosi “come cose semplici, pure, non più umane (…). Centrali a sé stessi, da loro, uomini e non più spettri, risorgerà l’azione nel suo senso primitivo, elementare, assoluto”. Oggi, invece, il post-umanesimo fa invece rima, terribilmente, con trans-umanesimo, e la prospettiva evoliana sembra tragicamente prendere forma non nel senso auspicato dal barone, ma in un senso totalmente inverso: non una sorta di oltrepassamento verso l’alto della dimensione “umana”, ma un suo superamento verso il basso, verso forme realmente “sub-umane”. Sarebbe interessante tracciare, in tal senso, un parallelo tra il post-umano (in seno alla dimensione della post-modernità) inteso ad esempio oggi da Alexander Dugin, e quello cui pensava Evola nella prospettiva della “nuova essenzialità”. Potremo in futuro provare a sviluppare questo tema.

Nel quinto paragrafo Evola si sofferma sulla nuova essenzialità in architettura, formalizzata nel razionalismo germanico ed italiano di quegli anni: è un tema su cui in passato ci siamo soffermati. Qui il barone, anche citando le espressioni dell’architetto e urbanista Carlo Pavolini, trova vette di espressività notevoli. Che giungono a livelli ancor più sostenuti e sorprendenti nel sesto paragrafo, in cui allo stesso tempo emergono con più virulenza quelle problematiche prospettive della metafisica dell’Io connesse all’Individuo Assoluto e all’Idealismo magico, di cui parlavamo sopra. Espressioni come “gli individui saranno principio e fine a sé stessi, chiusi ciascuno in sé come dei mondi, delle rocce, delle cime, vestiti soltanto della loro forza o della loro debolezza”, sembrano assai chiare in tal senso, anche se poi questa prospettiva solipsistica viene inquadrata in un assetto gerarchico che sembra darle un connotato in parte diverso: “Ognuno un posto – un posto di combattimento – una qualità, una vita, una dignità, una forza distinta, senza pari, irreducibile” (…). L’incomunicabilità sarà voluta, in nome di un rispetto assoluto e virile: valli e vette, forze più forti e forze più deboli, l’una accanto all’altro o l’uno contro l’altra, lealmente riconosciute, nella disciplina dello spirito intimamente infiammato ma esteriormente rigido e temprato come l’acciaio, contenente in magnifica misura la smisuratezza dell’infinito: militarmente, come in una impresa di guerra, come su un campo di battaglia. Rapporti precisi, ordine, cosmos, gerarchia”.

Tracce di un palese immanentismo, che pure Evola ha sempre rigettato, sembrano emergere poi in alcuni passi, come questi: “Nessun cielo graviterà più sulla terra. Tutto intorno ritornerà libero, tutto respirerà, alla fine (…) Il sovrannaturale cesserà di essere la pallida evasione di pallide anime. Esso sarà realtà, e coinciderà col naturale. Riapparirà la natura al suo stato libero ed essenziale”. D’altronde proprio nel paragrafo quarto Evola parlava uno “stadio di libera immanenza, spaventevole e beata ad un tempo”, in cui “l’uomo viveva in un rapporto immediato, non bestiale ma anzi simbolico-sacrale e magico con la realtà”, proprio delle origini, cui poi sarebbe subentrata “la riflessione e la conoscenza riflessa, il bene e il male, il vero e il falso, l’allucinazione della fede e della speranza, il vincolo della passione, dell’egoismo e del sentimento”. Sembra quasi di leggere, per certi versi, il racconto di una “caduta” da una dimensione “edenica” primordiale, in un senso sia pure diverso da quello evangelico. D’altronde, soprattutto in questa fase, la spinta da parte di Evola verso il rifiuto di tutte le forme spirituali fideistiche, teistiche, devozionali (essoteriche, praticamente) era esplicita e molto diretta, e tale sarebbe di fatto rimasta anche nei decenni a venire.

Il saggio, come accennavamo, è comunque importante perché in esso Evola riassumeva i termini di questa visione nei vari dominii, da quello artistico a quello filosofico, da quello musicale a quello tecnico-matematico, ecc., e, ribadiamolo, lo stile espressivo di Evola raggiunge comunque un’intensità tale da renderne la lettura coinvolgente. La suddivisione in paragrafi (salvo che per l’introduzione) fu operata dallo stesso Evola.

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“Superamento del Romanticismo”

di Julius Evola

Tratto da “Vita Nova”, in due puntate (gennaio-febbraio 1931)

Segue dalla prima parte

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4. Il non-umano e il post-umano nel mondo moderno.

Abbiamo insistito, perché l’indicarlo ci sembra essenziale, sull’epiteto di «umano» per questi segni dei tempi nuovi. L’arte astratta è aumana. La filosofia come potenza è aumana. L’universo della fisica matematica post-einsteiniana è il limite della più rarefatta intellettualitàL’uomo come azione pura non è più uomo. La parola d’ordine della neue Sachlichkeit e del surrealismo liquidano la religione dell’anima romantica. L’arte come «magia», il senso demonico e primordiale delle danze negre americanizzate, di nuovo, ci traggono fuori dal mondo della fantasia soggettiva, del cuore e della passione.

Ma altri sintomi sulla stessa direzione, precisi, inequivocabili, ce li mostrano numerose forme della stessa vita pratica contemporanea. I dominatori dell’oro nella loro lucidità cinica e impersonale, nella loro visione rapida contessuta di cifre; il sangue freddo nella follia di ogni giorno dei moderni uomini di sport; l’eroicità stessa, che la guerra moderna ha semplificato da tutto ciò che è istintività, slancio romantico e pittoresco ed ha ridotto a tenacia fredda, sapiente, continua e implacabile; il mondo temibile e atono della macchina e dell’asfalto; lo stesso carattere asintimentale e sterile che prende l’amore nei moderni, il tipo nuovissimo, neutralizzato e sportivo delle loro donne e così pure delle mode e dello stile di esse; il nuovo amoralismo che i paesi nordici, e soprattutto germanici, hanno assunto in modo libero e diremmo quasi naturale con superamento delle idealità, dei sentimentalismi e delle limitazioni di tipo borghese-tradizionale – tutto ciò, sia pure in forme assai diverse di coscienza e di intenzionalità, ci annuncia un nuovo paganesimo attivistico e il deciso enuclearsi di qualcosa di là dai valori «umani».

Chi conosce l’opera di Förster-Nietzsche, avrà rilevata certamente la nostra ripetuta parafrasi di una nota scritta da Nietzsche giovane al ritorno da un’ascensione durante un temporale. «Come sono belle, some sono pure – scriveva – queste libere forze non ancora macchiate di spirito!» e per spirito egli intendeva appunto la scorza dei sentimenti, delle passioni, delle credenze, speranze e complicazioni varie con cui gli uomini hanno oscurata la natura originaria, libera e nuda, delle cose e delle energie. Ora chi, con animo fermo, cerca di scoprire la fisionomia delle epoche nuove fra la nebbia ancor fitta, potrebbe forse riprendere questa frase nietzschiana, non dicendo però: «non ancora», ma invece: «non più macchiate di spirito». Poiché questo è il punto centrale, occorre fermarcisi un momento.

Molti elementi, soprattutto ciò che risulta dagli ultimi studii sullo spirito delle civiltà «preantiche» e sulla mentalità dei cosidetti «primitivi», ci portano a ritenere che in un primo ed arcaico stadio l’uomo viveva in un rapporto immediato, non bestiale ma anzi simbolico-sacrale e magico con la realtà, in un mondo in cui lo spirito non era ancora spirito né la natura natura, fatto non di cose e rappresentazioni mentali, ma di poteri, di lampeggiamenti di forze «mistiche» allo stato libero in una vicenda di splendore e di terrore, di fascino e di sventura, di generosità assoluta e di crudeltà assoluta. L’esperienza del famoso «mana», la sostanza meravigliosa onnipervadente, ad un tempo naturale e sovrannaturale dei popoli primitivi, e ciò che Rudolf Otto ha chiamato – dal latino «numen» – numinoso, ossia la sensazione primordiale del divino come anima abissale di tutte le cose e di tutti gli esseri, sono i contrassegni di un tale modo della vita.

A questo stadio di libera immanenza, spaventevole e beata ad un tempo, subentra il mondo umano, subentra la riflessione e la conoscenza riflessa, il bene e il male, il vero e il falso, l’allucinazione della fede e della speranza, il vincolo della passione, dell’egoismo e del sentimento. Rispetto allo stato primitivo fatto di forza pura, senza attenuazioni e senza traduzioni, tutto ciò rappresenta uno stato di irrealtà e di spettralità: quasi un esser tagliati fuori dall’essere. Ma appunto per tali caratteri esso ci dice di una distinzione avvenuta, di quella separazione dalla quale può sorgere una coscienza di individuo, il senso solare e sufficiente di chi può dire superbamente a sé stesso: Io.

Ma via via che si compie e che si afferma, questo nuovo principio, come la larva adulta dal bozzolo che l’ha portata, reagisce contro il mondo in cui ebbe luogo la sua prima apparizione, e tende a emanciparsene. È in questo momento che il mondo «romantico», il mondo dell’«umano» e dello «spirituale» impallidisce e barcolla, quasi che fosse investito da una forza che esso non sa più sopportare: e tra la negazione torna a balenare il mondo della prima epoca. Forse è questo il punto in cui si trova attualmente l’anima occidentale. Ma un tale mondo che risorge è «aumano» non perché «non ancora umano», ma invece perché «non più umano» quale mondo di assoluta liberazione e di assoluto superamento di individui assoluti. Non si ha dunque un ritorno: prima, in un certo modo, non si poteva ancora parlare di «Io»: l’Io era quasi una forza di natura dionisiacamente confusa fra le altre; ora invece, dopo l’esperienza vissuta e oltrepassata in un mondo di febbre del cuore e dei sensi, di religiosità deprimente e di un arido, vuoto saper della mente, l’Io sarà un dominatore e un Signore di forze; sarà una dignità extranaturale pur allo stato di purità, di inumanità, di immanenza assoluta.

Là spontaneità – qui volontà e dominio; là forze scatenate e discentrate – qui ordine, legge assoluta, comando; là caos – qui cosmos, forma, chiarezza, autarchia. È una nuova era classica che attende dunque di subentrare all’epoca umana e romantica: un classicismo dell’azione e del dominio.

5. La nuova era architettonica.

E vi sono aspetti della civiltà contemporanea che cominciano ad adombrare valori del genere. Prendiamo per esempio la nuova architettura razionalista.

Si sa che questa tendenza, notevole soprattutto in Germania, parte dalla convinzione che le forme tipiche dei principali stili architettonici non sono state invenzioni della fantasia estetica degli architetti, ma sono sorte invece da condizioni precise imposte dai materiali e dai mezzi tecnici disponibili nei varii tempi e nei varii paesi, in relazione ai vari scopi. In altri termini, lo stile vero sarebbe sorto dalla pura soluzione tecnica di problemi costruttivi, sarebbe fiorito quasi involontariamente al titolo d’una invisibile consacrazione della scienza dell’uomo in quanto sia riuscita ad impossessarsi delle varie forze di massa e di resistenza e ad incatenarle in una forma.

Il celebre ingresso monumentale del Rettorato dell’Università La Sapienza di Roma, opera di Marcello Piacentini

Ciò, per gli stili arcaici – si ricordi quello dorico, micenico ed egizio – e per ogni grande stile, se preso nei suoi motivi fondamentaliLa tendenza in parola deplora che in periodi successivi alle forme primitive si siano sovrapposte delle preoccupazioni decorativistiche le quali con ornati, fregi, stucchi, varianti e così via introdussero con la scusa dell’«estetica» un elemento inutile ed arbitrario che alterò quel carattere di purità, di semplicità organica e di potenza propria agli stili primitivi. Queste forme successive rappresenterebbero dunque la decadenza dell’architettura, ed oggi la nuova architettura razionale, reagendo, tende ad un ritorno al principio di organicità, alla coincidenza del problema estetico con quello pratico, cioè tecnico-costruttivo.

L’importanza di una tale teoria, sta nel fatto del suo capovolgere il concetto romantico del bello. Infatti prima il bello era chiesto alla fantasia, al gusto, alla personalità estetica dell’artista – ma ora esso diviene un dominio che dipende invece dalla scienza e dalla potenza. Prima esso era qualcosa di soggettivo, di istintivo e di arbitrario – adesso corrisponde alla necessità stessa cui obbedisce la forma di una macchina moderna, scende in seno alla più oggettiva delle realtà, e coincide come forme di essa realtà che sono libere, cioè non asservite a nessuna esigenza di pathos o di estetica preconcetta: inquantochè il bello, ripetiamolo, qui si identifica allo stile che sorge spontaneamente dalle forme volute dalla tecnica a che la materia architettonica realizzi perfettamente, matematicamente, ciò che l’uomo si è proposto e di cui ha bisogno. Onde scompare la persona, resta uno stile di pura oggettività.

Questi criterii hanno portato a tutto un tipo di architettura razionalizzata, col suo proprio stile decorativo, che sopratutto nei paesi germanici oggi si trova ben oltre la fase del semplice programma teorico. Ed essa ci dà veramente il senso di una nuova atmosfera, di una nuova epoca. Fra le sue creazioni, a tutta prima si può provare un senso di freddezza, di isolamento, fors’anche di inquietudine. Non vi è più nessun «grazioso» su cui l’occhio possa riposarsi e sostare.

Nessuna ostentazione di dettagli, decorazioni, capitelli e cornici che oggi, in architettura, hanno perduta ogni ragione organica di essere. Vi sono soltanto masse, piani, equilibrii semplici, grandi linearità doriche. Il paganesimo mediterraneo vi torna, congiunto alla modernità teutonica, in una specie di inquietudine classicizzatacioè di una inquietudine che ha superato nella forma assoluta il proprio oggetto e che nell’esasperazione della rettilineità orizzontale e verticale attua il più radicale antigoticismo.

Costruzioni nude e severe come un’ascesi, in cui è più il metallo e il cristallo che non il muro, forme nitidissime e razionali sino alla fuga di ogni angolo d’ombra, fino ad uno squallore arcaistico che a tutta prima sembra negare ogni stile, ogni carattere e persino ogni abitabilità, ma in cui subito dopo si sente la volontarietà estrema dell’invenzione, un lusso metallico come d’alluminio o di platino, il potente conforto, il senso di una nuova chiarezza nordico-pagana che ha dell’allucinante (2). Nulla più, dunque, del tepore dell’antica home, distrutta come oggi è distrutto il senso antico della famiglia e delle tradizioni borghesi; e nulla più del lato drammatico, del lato di «infinito» gotico-romantico che parlava al sentimento, alla fantasia e al cosiddetto gusto, ma, al posto di tutto ciò, in una specie di spiritualità interna, invisibile all’occhio fisico, si sostituisce un senso ben altrimenti vertiginoso dell’«infinito»: l’infinito del dominio, espresso appunto dalla semplificazione, ove la forma trionfa sull’informe, ove la materie e le sostanze della terra, incantate dalle algebre, sono costrette ad esser organicamente e categoricamente ciò che l’uomo vuole, in qualcosa che purtuttavia ha dell’aereo, dell’evidente, del liberato.

6. Il «mito» del nuovo classicismo

Per tal via, la nuova architettura ha valore davvero di simbolo, il quale può venir trasposto in sede di spirito e che ci dice dunque di una nuova, possibile éra europea. Questa era, in una parola, sarà essenzialmente antiromantica. Sorgerà da uno stato di affermazione e di certezza, tenuto ad esprimersi in forme concrete, immanenti, inequivocabili, assolute – e opposto al relativismo, al divenirismo, e tanto più alla varietà degli sfaldamenti crepuscolari o imaginistici, umanitarii o faustiani – sintomi tutti del senso di ricerca, di insoddisfazione, di evasione e di insofferenza proprio ad un periodo, che i più forti debbono sorpassare.

Tutto sta che i processi di distruzione e di purificazione già in moto nella civiltà contemporanea trovino degli esseri perfettamente calmi, pronti anzi a spingerli fino alle loro ultime conseguenze e oltre i limiti della materialità. Solo allora potranno aprirsi, non per spiragli luciferinamente socchiusi, ma interamente, i nuovi orizzonti. Irromperà il soffio del largo. Si approssimerà l’ora in cui gli uomini si ridesteranno ad una rinnovata, eoricizzata, acre sensazione del mondo, non escogitata come un lusso filosofico ma vibrante nelle correnti del loro stesso sangue: la sensazione del mondo come potenza, la sensazione del mondo come libero ritmo, la sensazione del mondo come «atto sacrificale». Questa sensazione susciterà degli esseri decisi, attivi, solari, degli esseri fatti di forza e poi soltanto di forza; dischiusi ad un senso di libertà, di chiarezza e di altezza, di cui fin da troppo tempo si è quasi perduta in Occidente ogni traccia.

La parola d’ordine, è dunque: Basta con i «valori umani», basta con l’anelito romantico. Ciò, anzitutto va realizzato in sede di interiorità, e vuol dire: arrestarsi, ricondurre degli uomini a sé stessi, costringerli a trovare in sé stessi il loro scopo e il loro valore. Che essi imparino di nuovo il sentirsi soli, senza soccorso e senza legge, fin che si destino all’atto dell’assoluto comando o della assoluta obbedienza. Volgendo freddamente lo sguardo d’intorno, riconoscano che non vi è nulla da chiedere, nulla da sperare, nulla da temere. Respirino allora, sgravati dal peso, e sia di amore che di odio riconoscano la miseria e la debolezza. Si rialzino come cose semplici, pure, non più umane.

Nella superiorità degli aristòcrati, nell’alta tenuta di anime signore di sé stesse, scherniscano la torbida avidità con cui gli schiavi si precipitano sul banchetto della vita. Si determinino in una indifferenza attiva capace di tutto secondo una rinnovata innocenza. Il potere di giuocare la propria vita e di fissare i bàratri sorridendo, di dare senza passione, di agire mettendo al pari il vincere o il perdere, il successo o l’insuccesso, il piacere o il dolore, scaturisca da questa stessa superiorità che fa disporre di sé come di una cosa e in cui si desta veramente l’esperienza di ciò che è più forte di ogni morte e di ogni corruzione. Il senso della rigidità, dello sforzo, del bruto «tu devi» non esista più che come il ricordo di una assurda mania. Riconoscendo l’illusione di tutti i «piani provvidenziali», di tutte le ideologie storicistiche, di tutte le «evoluzioni», riconoscendo tutti gli «scopi» e le «ragioni» come dande necessarie soltanto a chi, ancora bambino, non sa andare da sé, gli uomini cesseranno di essere mossi, ma si muoveranno. Centrali a sé stessi, da loro, uomini e non più spettri, risorgerà l’azione nel suo senso primitivo, elementare, assoluto.

Sarà a questo punto che la nebbia avvelenata del mondo romantico essendosi lacerata, oltre l’intellettualità, oltre la psicologia, oltre la passione e la superstizione degli uomini, riapparirà la natura al suo stato libero ed essenziale. Nessun cielo graviterà più sulla terra. Tutto intorno ritornerà libero, tutto respirerà, alla fine. Qui anche la grande malattia dell’uomo romantico, la fede, sarà superata. All’uomo così reintegrato si schiuderanno difatti, spontaneamente, nuovi occhi, nuove orecchie, nuove audacie.

Il sovrannaturale cesserà di essere la pallida evasione di pallide anime. Esso sarà realtà, e coinciderà col naturale. Nella stessa netta, calma, possente, disincantata luce di una risorta semplicità ellenica, spirito e forma, interiore ed esteriore, realtà e soprarealtà ridiverranno una cosa sola nell’equilibrio di due termini l’uno né superiore né inferiore all’altro. Sarà un’epoca, dunque, di realismo magico: nelle energie di coloro che si credono uomini, e non sanno di essere degli déi dormienti, torneranno a vibrare le energie degli elementi sino a brividi di illuminazioni assolute e di resurrezioni spirituali.

Ed allora anche l’altro grande vincolo umano, quello delle amalgame sociali senza volto, sarà sorpassato. Travolta la legge che faceva di essi pezzi di macchina, pietre incatenate nel cemento impersonale del despotismo collettivo o dell’ideologia umanitaria, gli individui saranno principio e fine a sé stessi, chiusi ciascuno in sé come dei mondi, delle rocce, delle cime, vestiti soltanto della loro forza o della loro debolezza. Ognuno un posto – un posto di combattimento – una qualità, una vita, una dignità, una forza distinta, senza pari, irreducibile. La loro morale suonerà così: imporsi al bisogno di «comunicare» e di «comprendersi», alla contaminazione del pathos fraternalistico, alla volontà dell’amare e sentirsi amati, del sentirsi uguali ed insieme – imporsi a questa forza sottile di corruzione che disgrega ed ammorbidisce il senso dell’aristocrazia e dell’individualità. L’incomunicabilità sarà voluta, in nome di un rispetto assoluto e virile: valli e vette, forze più forti e forze più deboli, l’una accanto all’altro o l’uno contro l’altra, lealmente riconosciute, nella disciplina dello spirito intimamente infiammato ma esteriormente rigido e temprato come l’acciaio, contenente in magnifica misura la smisuratezza dell’infinito: militarmente, come in una impresa di guerra, come su un campo di battagliaRapporti precisi, ordine, cosmos, gerarchia. Gruppi fortemente individuati organizzantesi senza intermediari e senza attenuazioni attraverso azioni, ove gli uni – uomini e razze – luminosamente ascenderanno, gli altri sordamente precipiteranno. In alto, esseri solari e sufficienti, razza di Signori dallo sguardo lungo, temibile, lontano, che non prendono ma in sovrabbondanza di luce e di potenza danno, e in vita decisa volgono verso una intensità sempre più vertiginosa, ma pur sempre equilibrata in una compostezza sovrannaturale.

Allora il mito romantico, quello dell’«uomo» e dell’«umano», non sarà più. E in un mondo di chiarità, risuonerà la parola di Nietzsche il precursore: «Come sono belle, come sono pure queste libere forze non più macchiate di spirito!».