In memoriam | 1974-2024: 50 anni dalla fine del viaggio terreno di Julius Evola

179
11 Giugno 1974
Bisogna sentire come evidente che di là della vita terrestre vi è la vita più alta, perché solo chi così sente dispone di una forza intangibile e intravolgibile, solo costui sarà capace, ove occorra, di un sacrificio attivo e di uno slancio assoluto. (J. Evola, Gli Uomini e le Rovine)
Esattamente l’11 giugno di cinquant’anni fa – correva l’anno 1974 – lasciava la sua esistenza terrena Julius Evola, il ‘Barone’, che si afferma tra i massimi esponenti e studiosi della cosiddetta  Tradizione.
Evola fu tutto e – apparentemente – il contrario di tutto: scrittore, soldato, alpinista, pittore dadaista e kshatriya nell’età del Lupo.
La figura di Evola rimane, oggi, ancora poco compresa, divisiva nel dibattito ufficiale e, per questo, controversa.
Eppure, a distanza di cinquant’anni, le intuizioni evoliane sulla modernità sono più profetiche che mai, esistenziali e militanti nei tempi in cui manca la Guida.
Con buona pace di chi vorrebbe sdoganarlo (normalizzandolo a ‘filosofo’) e di chi lo vorrebbe vietare (nazificandolo e mostrificandolo).
Quanto sono ancora validi i suoi orientamenti? 

(www.rigenerazionevola.it)

di Marco Tarchi, tratto da “Diorama Letterario”, n. 72, giugno 1984

Dieci anni sono bastati, dalla data della morte di Julius Evola, per rimuovere il tabù dalla sua produzione culturale. Molti di più ne erano occorsi per accogliere, nell’ambito centrale del pensiero del nostro tempo, le provocazioni ‘inattuali’ di un Nietzsche, o per sottrarre alla gelosa custodia di un culto quasi sepolcrale e restituire alla circolazione delle idee i preziosi contributi di uomini e correnti di pensiero coinvolti nella sfida allo spirito dell’epoca dell’illuminismo compiuto: da Jünger a Drieu, da Schmitt ai compositi filoni della Konservative Revolution. E molti ancora ne occorreranno per scrostare le polvere dei pregiudizio moralistico (agiografico o denigratorio) dai fenomeni politici che questa sfida accompagnarono – come strumento e come cornice – e saggiarne il reale spessore con l’ausilio critico di studi sociologici, politologici, storici.

Marco Tarchi

È forse un segno dei tempi: di quella crisi delle certezze che, esplosa soprattutto fra intellettuali e militanti delle generazioni del dopoguerra, accende da un lato la speranza di scoprire nuove, mai battute vie d’uscita dal grigiore di un mondo omogeneizzato dallo standing del binomio benessere/consumo ed evoca dall’altro gli anatemi di quanti affidano al tepore delle memorie il compito di tener lontani i rischi della costruzione di un comunque diverso futuro. È d’altronde un esito della stessa caduta delle forti credenze ideologiche la differente accoglienza che il mondo culturale ufficiale sta riservando ai pensiero evoliano in raffronto a quanto accaduto alle idee di altri maudits. Se intorno al grandi numi dei cosiddetto pensiero reazionario si accendono infatti autentici (ed insensati) conflitti di appropriazione, e le loro anticipazioni sono riconosciute ormai come imprescindibili per un dibattito delle Idee pienamente attuale, ad Evola si guarda con attenzione frammista a sospetto.

Il rigore delle sue teorie, la fermezza del richiamo al mondo della Tradizione, la convinta autoesclusione dalle problematiche del mondo moderno non lasciano spazio ad approcci spregiudicati; il riconoscimento della profondità dell’opera non si accompagna dunque alla speranza di suoi fertili innesti e – come forse avrebbe desiderato – Evola resta il grande escluso del ripensamento della Crisi. O, per alcuni, più benevolmente, il «convitato di pietra».

La constatazione cela un paradosso. Nell’epoca dell’esaurimento delle ideologie con pretese di sistematicità, dei fervori trasgressivi, della caduta delle etichette, Julius Evola assurge a pilastro di un’identificazione politico-culturale statica: quella della Destra. E ben oltre le sue  intenzioni, il suo nome si fa garanzia – unificante – di un’area in forte tensione, in via di separazione, distinta al proprio interno non più e non solo in scuole, ma in progetti e sensibilità incapaci di «far sistema» e di riconoscersi ancora, al presente, in matrici comuni.

In buona o in cattiva fede, con maggiore o minore acume, li muova o no un intento pregiudiziale, gli intellettuali «alieni» che si accostano ad Evola si sforzano di farne il minimo comun denominatore dottrinario di realtà eterogenee, a volte opposte: dal movimentismo eversivo alla destra parlamentare e nostalgica, dal tradizionalismo impolitico alla Nuova destra metapolitica, dal neofascismo turbolento e confusionario al settarismo delle conventicole “antimoderne”. È questo, per non far che qualche nome, l’approccio di Giorgio Galli (La crisi italiana e la destra internazionale, Mondadori 1974, oggi La Destra in Italia, Gammalibri 1983), di Furio Jesi (Cultura di destra, Garzanti 1919), di Ferraresi, Revelli, Galeotti e Jellamo (coautori del recentissimo La destra radicale, edito da Feltrinelli).

Chiunque abbia vissuto, dall’interno dell’area cui questi autori fanno riferimento, una qualsiasi delle stagioni dell’evolismo (fenomeno che, non va dimenticato, si è esteso sulla destra italiana per l’intero arco del dopoguerra), conosce i limiti e le forzature di una simile lettura. Ma pochi hanno contribuito a fornirne una autentica, ricostruendo nel contesto del clima dell’epoca il loro «incontro con Evola». Ci pare maturo il tempo di un bilancio dell’influenza evoliana sulla generazione militante della destra post-sessantottesca, e non ci sottrarremo e nostra volta all’esigenza di un contributo chiarificatore. Sperando di poter altrove esporre in forma sistematica il nostro punto di vista sulla questione, inizieremo qui a fornirne un accenno.

Ci muoviamo intorno ad un’ipotesi dichiarata: che l’opera evoliana abbia costituito, per la composita area di una destra inappagata dal culto, delle memorie, non tanto un referente comune, quanto piuttosto un crocevia. Il luogo da cui si sono dipartite, separandosi, strade tese a obiettivi distinti, a volte lontani: proiezioni, tutte, di differenziate letture degli stessi volumi. Meglio: di esiti filtrati da dissimili sensibilità dl stimoli evocati dal medesimo “incontro”.

È dunque impreciso il riferimento ad Evola di Franco Ferraresi, quando afferma che “Il quadro teorico in cui si svolge la sua riflessione è anche quello che struttura il campo problematico nei quale si riconoscono (e si scontrano) sia i settori della Nuova destra che i gruppi eversivi” (1). È semmai sui limiti di quei campo problematico, e sull’opportunità di oltrepassarlo, che lo scontro avviene. Prima all’interno  di un filone portante (quello imprecisamente definito come «destra radicale»), poi fra le sue componenti continuiste e quelle che, fuoriuscendone, strutturano un altro campo problematico: quello della Nuova Destra.

Facciamo un passo indietro. Se è vero che sin dall’immediato dopoguerra attorno al pensiero evoliano hanno cominciato a costituirsi centri d’interesse gruppi, cenacoli, riviste, non meno vero e che ciascuno di essi ha svolto per intero la sua parabola senza trasmettere, alle generazioni che via via si affacciavano alla curiosità intellettuale, alcun solido impianto di riflessione.

La storia degli approcci a Evola procede per salti, per scoperte, senza mediazioni significative. Se Imperium di Erra era soltanto un nome per chi non ne avesse scorse le pagina nel primissimi anni Cinquanta, Tabula Rasa non suscitava alcuna eco nei giovani non-conformisti degli anni Sessanta: e così tutta la produzione di fogli e riviste del «tradizionalismo» di un intero quarto di secolo, con la sola eccezione di Ordine Nuovo (più citata per i suoi richiami cronachistici che per i contenuti del discorso svolto) e giù giù sino a Civiltà (esperienza per certi versi «pilota» fra il 1972 e il 1974, ma oggi totalmente ignorata).

Situazione curiosa, degna di essere studiata, che riproponeva al neofascismo l’immagine di un Evola marginale, solitario, ascetico ispiratore di fermenti mai stemperati in proposte d’azione già caratteristica degli anni del regime (dove La Torre e poi la pagina Diorama filosofico del “Regime Fascista” non avevano goduto miglior sorte). Non era dunque il rispetto per un «santone», per un nome sacro, quello che avvicinava ad Evola i ragazzi che, dal Sessantotto in poi, avevano deciso di schierarsi dalla parte «sbagliata». Era, perlopiù, la ricerca di un punto di riferimento culturale da opporre alle citazioni dell’avversario; l’esigenza di un retroterra capace di tarda contraltare al francofortismo rimasticato anche nelle assemblee liceali; l’inconsapevole voglia d’inventare un intellettuale organico «di destra» analogo, seppur tanto diverso, ai Gramsci o ai Marcuse.

Cosi incontrammo il misterioso, appartato barone. Chi per l’acquisto quasi casuale de Gli uomini e le rovine, ristampato da Volpe nel 1967 con una provocante fascetta a firma Junio Valerio Borghese, chi (i più) per la lettura dl un volumetto di Adriano Romualdi che – primo e quasi unico esperimento di « editoria popolare» del radicalismo di destra – per il taglio brillante e il basso prezzo passava di mano in mano fra i non molti frequentatori delle sezioni giovanili di partito.

Era, naturalmente, l’Evola «politico» a colpirci per primo, a suscitare reazioni epidermiche, a dar esca a dibattiti che uscissero, finalmente, dai confini di quella Salò che era l’approdo ultimo e irremovibile degli anziani. Ne discutevamo con fervore, noncuranti dei sorrisi dei gerarchi che, pur non avendo mai varcato la soglia di un risvolto o di una quarta di copertina, recavano memoria degli aneddoti e dei lazzi che il «magico barone» (con questo epiteto già lo avevano dileggiato nel ventennio i giovani della rivista Il Saggiatore) aveva ispirato ai primi routiniers della politica di estrema destra.

Incrociato per caso, Evola ci provocava una sensazione forte e difficile a descriversi. Travolti dai vortici di odii storici i cui meccanismi d’avvio ci erano sconosciuti, messi al bando dalla storia e dalla cultura, con l’esegesi evoliana della Tradizione trovavamo d’improvviso un approdo, un porto sicuro; ignoravamo gli sforzi da Evola compiuti per influire sulla dottrina della destra postbellica, non avevamo mai letto i suoi scritti su Azione, Il Nazionale, Il Meridiano d’Italia, La Rivolta ideale, Lotta politica, Pagine libere (d’altronde a tutt’oggi mai raccolti in volume o antologizzati) e, se li avessimo letti, non ci sarebbero affatto piaciuti, tesi com’erano a caratterizzare in senso reazionario l’azione delle «forze nazionali». Poco e punto ci diceva l’espressione «figli del Sole», con cui gli evoliani erano stati bollati nelle dispute missine del primo decennio. Quel che ci avvinghiava al pensatore tradizionalista era altro. Con lui acquisivamo, come aveva ben notato Antonio Lombardo alcuni anni prima «un sistema organico e coerente di riferimenti e di principi, un’interpretazione corretta della storia, un’analisi sistematica delle ideologie dominanti del mondo moderno» (2). Una sensazione di pienezza cui non era facile sottrarsi, se è vero che ancora l’indomani della scomparsa del pensatore, in un articolo punteggiato di ingenuità, scrivevamo: «Leggendo Evola, i giovani anticonformisti riempiranno d’un tratto il loro vuoto: torneranno a capire di avere qualcosa, sotto le camicie ed i simboli, ormai giunti a più che logica consunzione, da difendere e far germogliare; qualcosa di essenziale e di irrinunciabile: la coscienza di essere diversi in un mondo che tende all’incolore e all’informe; la coscienza del saper realizzare dentro quello che gli altri, nella loro esteriorità, non riusciranno mai neppure a sfiorare. La certezza di aver delle basi su cui costruire, mentre tutto intorno crolla» (3).

In altre parole: la rivolta contro il mondo moderno, l’aspirazione all’uomo integrale, il rifiuto del “senso della Storia” ci ripagavano dell’emarginazione, della durezza dello scontro politico, del ghetto: peggio, giustificavano la nostra condizione di reietti facendola assurgere a testimonianza di un’irriducibile «diversità». La sterilità di una tale posizione non ci toccava; né, per quella discontinuità delle generazioni «evoliane» di cui dicevamo sopra, avevamo maturato la diffidenza di chi ci aveva preceduto, con un «tentativo di precisare i pericoli di involuzione intellettuale presenti nella mancanza di assimilazione e di elaborazione dell’insegnamento evoliano» (4).

Ciò non significa che il nostro fosse un rapporto d’amore cieco. Chi fra noi aveva la ventura di leggerle, rimaneva sbalordito da alcune prese di posizione di Evola, dell’Evola osservatore della realtà quotidiana. Un uomo più preoccupato di stabilire le distanze nei confronti delle “correnti contestatarie” più o meno direttamente influenzate dalle ideologie di Sinistra, tanto da essere facilmente strumentalizzate dal marxismo» o da «un anarchismo disordinato, senza fondo, con insofferenza per ogni autodisciplina» che di comprendere le esigenze o le insoddisfazioni di cui la contestazione era il simbolo visibile. All’Evola in carne ed ossa che dichiarava di trovare «più coerente il tipo autentico del beat» del giovane rivoluzionario con radici di destra, o che riteneva «molto importante un’azione adeguata e silenziosa nel campo delle forze armate e della polizia, le umiliazioni da essa subite continuamente ad opera dell’atteggiamento pavido dei governanti del centrosinistra potendo offrire un terreno favorevole» [5] contrapponevamo l’Evola muto ma eloquente delle pagine di libri come Rivolta contro il mondo moderno. Ci sdegnavano alcuni capitoli de L’Arco e la Clava, e certo non avremmo sottoscritto giudizi di questo tenore: «Le ingiustizie sociali sono un abusato slogan. In ogni società vi sono delle ingiustizie, quelle basate sull’economia sono deprecabili, ma non debbono servire di pretesto alla sovversione, che fa di ogni erba un fascio. Ad esempio, le posizioni di privilegio dovute ad un capitalismo non parassitario [finanziario), ma imprenditoriale e attivo, sono da rispettarsi» (6). Ma ad ogni caduta di tono trovavamo un riscontro positivo, in una «schizofrenia» che avrebbe finito col risolversi nel migliore dei modi. Con grave scandalo dei discepoli del Maestro, non è in Evola, ma attraverso di lui che avremmo costruito la nostra strada.

Non è dunque in una paternità spirituale, ma in un confronto che si articola il rapporto fra Evola e “nuova destra”. Un confronto partito da lontano, fatto di debiti e di distacchi, di suggestioni e di ripulse. Atteniamoci, come promesso, a pochi spunti. Quello che più ha contato, alla distanza, per i giovani «evoliani» degli anni settanta approdati all’impegno metapolitico non e stato l’affascinante “sistema organico e coerente” di partenza, ma l’universo vocativo di idee, di concetti che nelle pagine di Evola sapeva svilupparsi. Prima di Tönnies (di cui ignoravamo anche il nome), era Evola a parlarci dl una società intesa come l’insieme -« di tutti quel valori, quegli interessi e quelle disposizioni che rientrano nel lato fisico e vegetativo di una comunità» (7).

Per seguire ancora le linea di lettura di Ferraresi, era nell’opera evoliana che meglio vedevamo definito il Mito quale «superiore idea animatrice e formatrice», capace di proiettare le sue energie oltre i limiti della comune, quasi spettrale, razionalità politica. In essa leggevamo che «l’economia non è il nostro destino» e maturavamo il rifiuto del primato della sfera mercantile sul politico. Ma, quanto i punti di assonanza, erano destinati a pesare sulla nostra formazione – non come singoli, ma come frammento di generazione – i momenti di distacco, anche profondo, dal corpus dottrinario evoliano. Il «prendere o lasciare» che già i primi fanatici seguaci volevano imporci di fronte all’Evola globale – magico e politico, lettore di Jünger e studioso del tantrismo, critico del costume e filosofo, artista e storico – ci appariva fuori misura. Consci della geometria della costruzione evoliana, era nella capacità di non appiattirci su di essa che intendevamo misurarci.

Libri come Gli uomini e la rovine, opuscoli come Orientamenti si svelavano miniere di geniali intuizioni, ridotte nel loro potenziale erompente dalla gabbia della sistematicità. Ancora una volta, scoprivamo quel che già era stato scritto: «la Weltanschauung aristocratica non è stata da tutti approfondita e maturata… Al contrario. ha costituito per alcuni un comodo pretesto per rifugiarsi nei genericismo e nell’astrattismo; un alibi per le propria pigrizia mentale, mascherata da vaghi riferimenti a situazioni storiche concepite in senso statico (cioè, intellettualistico, e, perciò stesso, irreale)… Slargando enormemente i nostri orizzonti ideali, l’evolismo ci offre una robusta visione di sintesi, e traccia le linee di vetta della visione del mondo…Ci sembra importante sottolineare: le linee di vetta; vale a dire i principi, i riferimenti, gli strumenti di interpretazione necessari per la comprensione delle dimensioni più profonde della realtà… l’insegnamento evoliano… tende ad integrare la parzialità e l’incompletezza della nostra visione. Il metodo, tuttavia, presenta il pericolo evidente di operare una concentrazione eccessiva della nostra attenzione sulle cima del monte, facendoci dimenticare l’esistenza delle falde e dei piano. Con ciò, si cadrebbe nell’astrazione opposta» (8).

Un rapporto di odio/amore ci legava al pessimismo evoliano. Ne riscontravamo anche le interne contraddizioni. Se da un lato si dichiarava; «è inutile crearsi illusioni con le chimera di un qualsiasi ottimismo: noi oggi ci troviamo alla fine di un ciclo» o «occorre che un destino si compia…Possibile e importante può essere solamente un’azione di formazione e di difesa interiore individuale» (9), dall’altro si proclamava: «Sono gli uomini, finche essi sono davvero uomini, che fanno e disfanno le storia» (un punto di vista da cui poteva esser tratta ben altro che una versione deterministicamente ciclico-regressiva della storia) (10).

Di Evola erano, insomma, possibili diverse letture. Il radicalismo di destra più aggressivo ne avrebbe naturalmente sottoscritto il concetto di “nazione militare” che il fascismo aveva cercato di costruire, l’apologia dello ‘spirito legionario’ con il corollario del fine che si fa mezzo e del “conseguire per se stessi”, fino a sposarne l’irrealistica (ma, ahimè, quanto poi ambiguamente coniugata all’insaputa del suo coniatore) tesi di «una rivoluzione silenziosa, procedente in profondità, che si deve propiziare, a che siano create prima all`interno e nel singolo le premessa di quell’ordine, che poi dovrà affermarsi anche all’esterno, soppiantando fulmineamente, nel momento giusto, le forme e le forze di un mondo di sovversione». (11). Chi al “momento giusto” avrebbe imparato a non credere, scorgendovi la suggestione del colpo di forza e preferendole una lenta, sistematica azione sulle mentalità e sul costume tesa non ad imporre, ma a proporre un modello di esistenza qualitativamente differenziato, ne avrebbe estratto altri connotati.

La critica all`americanismo – discutibile in taluni tratti ma coraggiosa in un’epoca di dilagante atlantismo e di mitizzazione della «civiltà dell’uomo bianco»; la sottolineatura dell’ideale organico di organizzazione politica di contro alle mistificazioni totalitarie; la convinzione che l’idea di patria «non è all’altezza del tempi perché da un lato si assiste al formarsi di grandi blocchi supernazionali, dall’altra appare sempre più la necessità di trovare un punto di riferimento europeo, unificante di là dall’inevitabile particolarismo che inerisce all`idea naturalistica della nazione».

Di qui prende il via quella creativa scissione dell`«evolismo» di cui dicevamo. Il quadro teorico di cui Ferraresi parla come di un’inglobante cornice si apre alle trasgressioni. Negli anni Sessanta queste avevano indicato alcune linee di revisione, purtroppo opportunisticamente abbandonate all’indomani della formulazione. Si era per esempio scritto: «È importante ricordare che l’errore non è mai la negazione della verità o delle realtà come tale (bisogna liberarsi da questa concezione manichea), ma è sempre una verità parziale elevata a sistema, e, perciò stesso, falsata e distorta. L’errore (nella scienza come in politica) non consiste nell`irrealtà, ma nella parzialità della visione. Parziale ed errata è la visione della democrazia e del marxismo, che coglie solo uno degli aspetti della realtà (la base del monte); ma parziale – ed errata – è la visione della psicoanalisi, o del darwinismo, o dello scientismo, o del razzismo biologico in quanto tali; e parziale – ed errata – è la concezione del tradizionalismo maurrassiano o cattolico, dal neoconservatorismo, della stessa “destra dei principi”, in quanto anch’essi colgono solo un aspetto della realtà (la cima del monte)… É questo il motivo per cui ci opponiamo a due errori politici (cioè a quelle parzialità) che sono la destra e la sinistra (12).

Sarebbe spettato però alla generazione degli anni Settanta, meno sensibile ai richiami centristi che avevano travolto tanti evoliani dei decenni precedenti, di condurre oltre la critica in positivo di Evola: non solo dissociandosi da alcune ambiguità del suo pensiero (l’agnosticismo sulle finalità della “ricostruzione organica dell’azienda” in clima di economia capitalistica, ad esempio) ma anche emancipandosi da alcuni sviluppi dei suoi presupposti «tradizionali». Impossibile è infatti seguire Evola sul terreno dell’interpretazione del fascismo, quando essa si appunta sul concetto di «diarchia» o identifica il «nucleo centrale dell’ideologia del ventennio» nella «sua dottrina dello Stato in funzione di autorità, di potere, di imperium», aggiungendo «solo a questa dottrina bisogna tenersi». L’incomprensione, o la sistematica sminuizione del rapporto tra Idea e Stato (principi per Evola positivi, perché atemporali), Nazione e Popolo (negativi, perché moderni) istituito dal fascismo nega infatti la possibilità di oltrepassare la dottrina fascista, valicandone le parziali, imperfette sintesi.

Rinchiudere nell’eredità dottrinaria di destra le «rivoluzioni nazionali», disconoscendone il patrimonio di «sinistra eretica» (mirabilmente lumeggiato dallo Sternhell di Né destra né sinistra) significa poi rifiutare il confronto con una realtà complessa perché sintetica, e trascorrere insensibilmente dall’attenzione critica all’utopia regressiva.

Resta pur vero che, nella vocazione metapolitica di Evola (oltre che in alcuni dei concetti-cardine della sua visione del mondo: comunità, mito, organicità, differenza, autonomia del politico) la Nuova Destra incarnatasi su una parte della componente giovanile evoliana degli anni Settanta ha trovato ispirazione e riscontro, ma a patto di variarne profondamente le implicazioni. Poco infatti si comprenderebbe di ciò che è stato (imprecisamente) definito “gramscismo di destra” se ci si attenesse a dichiarazioni del genere: “Si deve ascrivere fra i nefasti della «libera cultura» alla portata di tutti il fatto, che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio”: schegge di una saggezza davvero “inattuale”. Vi è, nella radicale critica della modernità di Evola, non il tentativo di scorgervi i punti più profondi di frattura o il profilo di una crisi capace di esiti modificatori, ma un’estraneità «eroica» confinante con l’incomprensione. Scorre, lungo le sue pagine, l’affermazione dell’inessenzialità di un progetto di ricostruzione, del quale il nostro tempo non può più fare a meno. Due motivi che, fra gli altri possibili, chiamano imperiosamente ad andare oltre Evola quanti, mossisi nella scia del suo insegnamento, rifiutano di affidare ad un determinismo dì qualsiasi segno (progressivo o regressivo) il senso del possibile futuro. Ma accanto ai quali altri se ne trovano, ad ammonirci che attraverso Evola, la sua rigorosa solidità, la sua grande costruzione metastorica, è indispensabile passare. Sempre inseguendo un sogno, un mito, di inesauribile totalità.

Note dell’autore

(1) Franco Ferraresi, La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, p. 20.

(2) Antonio Lombardo, La funzione delle minoranze e l’opera di Evola, in Ordine Nuovo, anno X n. 5-6, giugno-luglio 1964, pag. 30.

(3) Marco Tarchi, La rivolta contro «l’uomo qualunque», in Civiltà, anno II, n. 8-9, settembre-dicembre 1974, pagg, 41-42.

(4) Antonio Lombardo, Ibidem.

(5) Intervista a Gianfranco De Turris, L’uomo di vetta, ne Il Conciliatore anno XVIII serie II, n. 1. 15 gennaio 1970, pagg. 18 e 20.

(6) Intervista a Sergio Bonifazi, in «Arthos» n. 1, settembre-dicembre 1972; pag. 8.

(7) Julius Evola. Il fascismo visto dalla destra, Volpe, Roma 1970, pagg. 27-28.

(8) Antonio Lombardo, op. cit., pag. 31.

(9) Julius Evola, Orientamenti, Edizioni Europa, Roma 1971. pag. ,5 e Intervista a De Turris, cit. pag. 19.

(10) Julius Evola, Orientamenti, cit., pag. 11. Da quest’opera sono tratte anche le citazioni seguenti, la cui fonte non è dichiarata.

(11) Julius Evola, ivi, pag. 8.

(12) Antonio Lombardo, op. cit., pagg. 31-32.