Elogio del silenzio

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Un vecchio adagio recita: “Il silenzio è d’oro”. Facile intuire come questa massima, espressione d’una saggezza antica e semplice, sia costantemente negata dal mondo moderno. Questa condotta, propria dell’uomo “moderno” produce conseguenze diverse e complementari. Anzitutto, un tale comportamento, aggiunge caos laddove dovrebbe, o potrebbe, regnare un clima più armonico. E’ il caso, per esempio, del costante bisogno dell’uomo dei nostri tempi di dover “dire la propria” a tutti i costi: anche laddove risulti privo della minima qualificazione per comprendere ciò di cui si parla.
In secondo luogo, tale condotta può arrivare a creare delle vere e proprie “barriere” rispetto alle potenzialità che taluni luoghi e/o momenti, possono determinare nel singolo. E’ il caso, per esempio, di una certa “maleducazione d’alta quota”, in cui alla conquista d’una vetta non corrisponde un’adeguata tensione. Tensione che si potrebbe esprimere tacitamente nella “castità della parola”, tanto per citare le parole di Evola circa l’esperienza della montagna.
Alla stessa stregua si pone l’usanza, non a caso recentissima, di applaudire le bare all’uscita dalle chiese. Un’usanza, questa, che denota anche quanto la spettacolarizzazione di momenti “sacri” si sia mescolata alla volontà di esorcizzare la paura per la morte (attaccato com’è alla vita l’uomo d’oggi) con un atto tanto rumoroso quanto apparentemente “liberatorio”.