Anche i bambini alla prova con l’eco-ansia

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Il 95% dei bambini e delle bambine si dice “preoccupato” per il futuro dell’ambiente. La maggior parte di questi, sempre secondo quanto contenuto nell’articolo oggetto di questa analisi, dice di aver fatto più di una volta fatica a mangiare, a causa dei pensieri negativi sul cambiamento climatico e sull’ambiente.
Badate bene: stiamo facendo riferimento ad un campione di bambini che vanno da un’età tra i 5 e gli 11 anni. Difficile capire come queste giovani menti percepiscano realmente queste importanti questioni, e non è la prima volta che sono condizionati a farlo (identità di genere docet).
Non è quindi un caso che la propaganda portata avanti dagli agenti della Sovversione martelli incessantemente anche i giovanissimi, cercando di filtrare in maniera subdola la realtà delle cose. Sappiamo come la tecnica dell’allarmismo abbia degli effetti devastanti sulla percezione e sul controllo delle persone, come abbiamo avuto modo di verificare con la trascorsa pandemia. Questo smarrimento, questa “eco-ansia” non è altro che l’effetto di questa finta emergenza, e non di esperienze realmente vissute dai bambini intervistati.
Per noi aspiranti Uomini e Donne della Tradizione, la Natura conta, eccome: è la prima manifestazione del Sacro su questa terra, da onorare e da rispettare. È il segno tangibile dell’esistenza di qualcosa di più alto della semplice materia. Allontanandoci dal Sacro abbiamo perduto ogni riferimento più puro e siamo caduti nel vortice del materialismo.
Sta a noi far riscoprire il rapporto con la Natura e, più in generale, le fondamenta della nostra civiltà, tramandandole ai nostri figli, nipoti, cugini: che crescano sani con radici ben salde, per affrontare le tempeste ideologiche del mondo moderno.

(corriere.it) – Ecoansia e giovanissimi: la paura sorge nei bambini e cambia con loro nel tempo

L’alveo di un fiume che diventa strada. La foresta pluviale trasformata in monocoltura. Sono alcune delle “magie” che facciamo da sempre: snaturare il Pianeta per renderlo più affine a noi. «Il compito principale della civiltà è difenderci… dalla natura, natura che ci ricorda la nostra debolezza e impotenza», scrisse Freud già nel 1929. Dopo secoli in cui l’ingabbiamento dell’ambiente sembrava essersi fatto paradigma del progresso, c’è chi chiede il cambio di marcia: le nuove generazioni. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Too Good To Go, l’azienda a impatto sociale che gestisce il più importante marketplace mondiale delle eccedenze alimentari, in collaborazione con Isic – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti – su oltre 5.200 studenti aderenti ad Isic in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.

La comunicazione del cambiamento climatico influisce sulle persone dai primi anni di vita. Le indagini tracciano l’evoluzione di disagi e timori legati agli eventi ambientali e indicano le reazioni nelle diverse fasce della popolazione
Secondo i numeri della ricerca, pubblicata pochi giorni fa, l’ecoansia – ovvero quella sensazione di disagio e paura che si avverte al pensiero di eventuali disastri legati ai cambiamenti ecosistemici – affligge un numero crescente di scolari: il 76 per cento dell’intera popolazione studentesca soltanto in Italia. Due alunni intervistati su tre, da nord a sud del Paese, reputano lo spreco alimentare come una delle azioni col maggiore impatto ambientale: a precederlo vi sono soltanto l’uso della plastica (74 per cento) e lo spreco idrico (60 per cento). Ridurre il cibo da destinare alla spazzatura è vista dal 78 per cento degli intervistati come una soluzione per contrastare gli effetti del climate change. Un dato, questo, che non si discosta da quelli rilasciati dall’Eurobarometro: tre quarti dei ragazzi afferma, stando a tale rilevazione, di provare ad adattare il proprio stile di vita allo scopo di ridurre l’impronta ecologica.

L’attenzione maggiore verso il cibo
L’inflazione, al netto degli effetti negativi, ha spinto poi il 63 per cento dei rispondenti a «prestare maggiore attenzione agli sprechi di cibo» e l’83 per cento degli stessi a fare un progressivo affidamento su sconti e promozioni dei supermercati. Un cambio culturale che si accompagna a una pianificazione dei pasti (adottata dal 41 per cento del campione) e alla riesumazione della lista della spesa (adoperata da più della metà degli intervistati, 54 per cento). In calo le ordinazioni dalle app di delivery (ridotte dal 53 per cento dei giovani) e le frequenti uscite a cena (a cui ha detto addio il 98 per cento dei campionati). Degna di nota, infine, la fiducia che le nuove generazioni italiane accordano alle istituzioni europee circa le politiche di contrasto al cambiamento climatico: il 56 per cento dei giovani italiani esprime un “sentiment positivo”, una cifra comunque bassa rispetto al 70 per cento francese e addirittura all’80 per cento spagnolo.

I bambini
Qual è l’impatto ambientale dell’ecoansia, invece, sui bambini? A far luce sulla questione è stato lo studio italiano – anch’esso pubblicato gli scorsi giorni – di ScuolaAttiva Onlus A Scuola di Acqua, attività sostenuta da nove anni dal Gruppo Sanpellegrino. La ricerca, supervisionata dal Laboratorio di Psicologia della Salute del Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, e svolta in collaborazione con Triplepact Società Benefit, ha previsto la somministrazione di una survey realizzata con metodologia computerizzata e ha coinvolto un campione di circa mille bambini tra i cinque e gli 11 anni. Questo l’aspetto più curioso osservato: l’ecoansia in età infantile non necessariamente scaturisce da esperienze realmente vissute, ma è conseguenza della comunicazione e informazione sui temi del climate change che influenzano la percezione del problema da parte dei più piccoli.

Connessioni infantili
I bambini, dunque, avvertono una stretta connessione all’ambiente (nel 78 per cento dei casi). Il 95,6 per cento dei più piccoli percepisce una “responsabilità individuale” sullo stato del pianeta e il 97,2 è certo di “poter fare la differenza”. «Per questo», commenta Serena Barello (direttrice del laboratorio e coordinatrice scientifica della ricerca), «diventa sempre più necessario investire su iniziative formative e di sensibilizzazione che favoriscano l’empowerment dei cittadini e, soprattutto delle nuove generazioni, in merito al valore dei comportamenti di ciascuno di noi nel contrasto agli effetti del cambiamento climatico. Ciò può proteggere le persone dall’esperienza di eco-ansia, che non è ovviamente una patologia ma rappresenta tuttavia un fattore di rischio per disturbi della salute mentale».