Mettere la polvere sotto al tappeto: l’approccio buonista ai fenomeni di degrado ambientale e sociale

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Pubblichiamo di seguito un contributo inviatoci da una nostra lettrice riguardo all’approccio buonista, da parte delle amministrazione comunali della provincia di Viterbo, nei confronti di situazioni di degrado. Un esempio, quello del viterbese, che riflette un generale decadimento della politica comunale a livello nazionale.
Dopotutto, senza comunque fare di tutta l’erba un fascio, come potrebbero le amministrazioni locali agire per il bene comune in una società malata in cui gli esempi di politica nazionale sono decadenti.

Il buonismo è una impostazione di pensiero che, più di altre, contribuisce al decadimento sociale ed al degrado nei comuni.
 
In più centri della provincia di Viterbo si leggono, in maniera rada, articoli di giornale su fenomeni di spaccio nelle campagne e principalmente nei boschi. A seguito di ciò, quando mesi fa’ ho iniziato a vedere sui social post di concittadini che lamentavano fenomeni di fortissimo degrado ambientale legato a presunte attività di spaccio in ampie aree boschive della mia cittadina, un centro di poco più di 16.000 abitanti, mi aspettavo un’azione od un commento delle istituzioni. L’unico riscontro giunto sul tema è stato quello di un consigliere di un ente di gestione dei terreni di demanio civico, che ha chiesto ufficialmente alla sua Giunta interesse sul tema, finendo per rimanere clamorosamente ignorato.
 
Nei mesi a venire, persone che lavorano a contatto con quelle aree boschive hanno continuato a mostrare online la situazione, cittadini hanno scritto ad organi di informazione, ed addirittura una associazione ambientalista di valenza provinciale che sta  organizzando una iniziativa di riqualificazione di quelle zone si è trovata a scontrare col muro di indifferenza dell’ente deputato alla gestione di quell’area.
 
Un approccio al fenomeno che lascia a dir poco sbigottiti: anche ammettendo per assurdo che i presunti fenomeni di spaccio siano solo esagerazioni di un nutrito gruppo di cittadini, rimangono oggettivi la colonizzazione dei boschi da parte di persone probabilmente senza fissa dimora ed il forte inquinamento documentato da un’abbondanza di video e foto.
 
E proprio la sordità delle istituzioni locali per il tema mette in evidenza il perbenismo imperante, inteso come la forma mentis di chi amministra volta ad ignorare determinati fenomeni per non portarli all’adeguata attenzione dell’opinione pubblica, e dunque per non affrontarli. Metaforicamente, è come pulire casa gettando la polvere sotto al tappeto. Eppure chi amministra gli Enti locali avrebbe non solo il dovere morale, ma anche il dovere di agire.
 
Ad esempio il decreto legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, introduce nuove misure volte a potenziare l’intervento degli enti territoriali e delle forze di polizia nella lotta al degrado delle aree urbane, nella prospettiva di un efficace coordinamento di azioni integrate tra i soggetti coinvolti a vario titolo. Pur lasciando la competenza in materia di ordine e sicurezza pubblica e di contrasto alla criminalità allo Stato, pone come premessa metodologica il compito dell’amministrazione comunale o comunque locale di rappresentare le istanze di sicurezza dei cittadini che vivono sul proprio territorio e assumere tutte le iniziative di prevenzione sociale per la vivibilità e la qualificazione dei luoghi che possono concorrere ad attenuare e circoscrivere i fenomeni di disagio sociale.
 
Ma, ancora, la legge 23 maggio 2008, n.92 (cosiddetto “pacchetto sicurezza”), estendendo i poteri di ordinanza del Sindaco quale ufficiale del Governo anche all’incolumità pubblica e alla sicurezza urbana, sancisce, tra le altre cose, che il Sindaco deve prevenire e contrastare le situazioni urbane di degrado e isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, le situazioni in cui si verificano comportamenti quali il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato o che ne impediscono la fruibilità e determinano lo scadimento della qualità urbana.
 
Alla luce anche solo di questi due presupposti normativi, quello che mi chiedo è come, specie a seguito delle segnalazioni dei cittadini, si possa evitare di porre la sicurezza urbana al primo posto, offrendo innanzitutto dovuta collaborazione alle iniziative volontarie di riqualificazione territoriale dei cittadini, e poi, anche a verifica della bontà delle lagnanze civiche, implementando interventi di monitoraggio della micro-criminalità e politiche di rigenerazione urbana, tanto sotto il profilo del miglioramento dello spazio quanto di azione sociale.
 
Può dirsi civile una società che, sin dal livello più prossimo ai cittadini (che è quello dei Comuni) ne ignora le istanze di tutela ambientale e sociale?