Rigenerazione Evola | Evola e la tradizione nipponica (seconda parte)

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Tratto da RigenerazionEvola

Per il filone sull’Oriente, oggi pubblichiamo la seconda parte del saggio in due puntate a firma di Riccardo Rosati, “Julius Evola e la Tradizione nipponica“, che offre un sintetico ed efficace quadro introduttivo circa le analisi di Julius Evola in particolare sul Giappone e la sua tradizione. Lo scritto costituisce il resoconto dell’intervento che lo stesso Rosati tenne in occasione del Convegno “Julius Evola e l’Oriente”, svoltosi a Roma il 16 dicembre del 2012, raccolto nell’annuario Studi Evoliani 2012, edito da Fondazione Evola e Ritter Edizioni.

Riccardo Rosati è un orientalista (Cina e Giappone), bilingue italiano-inglese e con conoscenza pari anche del francese. Negli anni, ha continuato a fare ricerca pure nell’ambito della anglistica, della francesistica, della museologia e del cinema. Ha al suo attivo numerosi articoli e saggi su pubblicazioni italiane e straniere oltre ad aver preso parte a conferenze in Italia e all’estero. Con Starrylink ha pubblicato: La trasposizione cinematografica di Heart of Darkness (2004), Nel quartiere (2004), La visione nel Museo (2005). Ha inoltre scritto: Museologia e Tradizione (Solfanelli, 2015), Lo schermo immaginario (Tabula fati, 2016), La Bellezza antimoderna (Solfanelli, 2017) e Cinema e Società. Al di là della critica (Tabula fati, 2020). Sue monografie sul Giappone sono: Perdendo il Giappone (Armando Editore, 2005); con Arianna Di Pietro, Da Maison Ikkoku a NANA. Mutamenti culturali e dinamiche sociali in Giappone tra gli anni Ottanta e il 2000 (Società Editrice La Torre, 2011); con Luigi Cozzi, Godzilla 2014 (Profondo Rosso, 2014); Dalla katana al revolver. Akira Kurosawa e Sergio Leone a confronto (Profondo Rosso, 2018). Ha poi co-curato il testo Nihon Eiga –Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010 (csf edizioni, 2010) e quello di Julius Evola, Fascismo Giappone Zen. Scritti sull’Oriente 1927-1975 (Pagine, 2016). Per Cinabro Edizioni ha pubblicato “Mishima – acciaio, sole, estetica”, con prefazione di Mario Michele Merlino.

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di Riccardo Rosati

Intervento al Convegno “Julius Evola e l’Oriente”, svoltosi a Roma il 16 dicembre 2012, raccolto nell’annuario Studi Evoliani 2012, edito da Fondazione Evola e Ritter Edizioni.

segue dalla prima parte

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Tornando più nel dettaglio al Giappone, per Evola questo è il paese della Tradizione: “Il Giappone è, senza dubbio, uno fra gli Stati moderni che in maggior misura hanno [sic] conservato un aspetto «tradizionale» (17), da lui considerato come una autentico baluardo contro il comunismo. Egli individua nel Kojiki (18) il testo sacro nel quale è possibile trovare la prova non solo della divina ascendenza della famiglia imperiale nipponica, ma anche del fatto che per l’appunto tale discendenza fa del Giappone un paese dove il sovrano non è eletto dal popolo, bensì ha una investitura celeste, dunque immune alla razionalizzazione materialistica tipica del socialismo reale. Malgrado la sua natura fortemente collettiva, quella giapponese non è certo una cultura assimilabile a una qualsiasi società di stampo socialista, in virtù della sua forte gerarchizzazione confuciana e principalmente per la presenza di quello che lo stesso Evola definisce “ideale eroico” (19).

Izanagi e Izanami, le due giovani divinità che scendono dalla Pianura dell’Alto Cielo per forgiare con la lancia le acque del caos informe, come narrato nel primo capitolo del Kojiki (antica stampa giapponese)

La nazione viene concepita come una unica famiglia, di cui quella imperiale ne costituisce il centro, il ceppo dinastico del popolo nipponico. Questo si inserisce in quella concezione politico-nazionale, lo yamato-damashii (20), la quale, grazie alla sua natura divina, funge da antidoto contro la penetrazione del bolscevismo.

Chiaramente, questo, come altri suoi articoli, risale agli anni ’30 del secolo scorso, dunque Evola non poteva ancora immaginarsi la nascita nel II Dopoguerra di un movimento marxista nell’Arcipelago; il quale, tuttavia, proprio in virtù di quella naturale predisposizione, a cui ha più volte accennato il filosofo, a non essere influenzato da questo tipo di ideologia, non riuscì mai ad attecchire nella popolazione giapponese, come accadde, per esempio, da noi in Italia.

Il mantenimento di una Tradizione integra ha permesso al Giappone, differentemente da quello che è cominciato ad avvenire in Occidente sin dalla fine del XIX secolo, di arginare quello che Evola giudicava come il pericolo di una contaminazione comunista. Oltre al sopracitato yamato-damashii, egli parla di un altro elemento che caratterizza una visione sacra della politica in Giappone. Infatti, grazie all’antico concetto del matsurigoto (21), che sta a indicare sia l’atto di governare in senso stretto, ma che può anche richiamare, per via di una assonanza, l’esercizio delle cose religiose, Evola identifica una incrollabile sacralità nel governo dell’Imperatore, proponendo un suggestivo parallelismo con l’Occidente antico, segnatamente con la figura divinizzata dell’imperatore romano.

Nell’articolo Sulla dottrina nipponica dell’impero (1939) (22), malgrado in alcuni passaggi presenti una scrittura meno chiara di quella che troviamo solitamente nelle riflessioni che l’intellettuale italiano ha dedicato all’Estremo Oriente, si percepisce lo stesso una sua profonda consapevolezza del passato e, cosa ancora più sorprendente, del futuro del Giappone. Differentemente dagli articoli apparsi anni prima, Evola qui intravede un possibile elemento positivo nella modernizzazione di questo paese. Sarebbe a dire che, giudicando i popoli orientali per loro stessa natura antimoderni, e i giapponesi come i più tradizionalisti dell’Asia, Evola auspicava che l’avvento nel paese del Sol Levante della tecnologia occidentale potesse essere contenuto proprio dal sacro ruolo che la Tradizione ancora aveva nella società nipponica della epoca. Ciò malgrado, la storia ha dimostrato come tali intuizioni non siano state niente più che dei semplici auspici, poiché è davanti ai nostri occhi come da decenni ormai il Giappone viva quasi con diffidenza il proprio passato e, come del resto quasi tutti gli altri popoli asiatici, non sia altro che un miscuglio tra la chiusura mentale tipica degli orientali e la mancanza di valori del moderno Occidente. Dunque, quel “cavallo di Troia” (23), in tal modo Evola chiama la penetrazione della tecnologia occidentale in Giappone, è risultato essere alla fine proprio la testa di ponte per la intrusione di tutti quei non-valori generati dalla modernità in Occidente e apertamente in contrasto con quelli della Tradizione nipponica.

Negli anni della guerra, Evola pubblica La religione del Samurai‘ (1942) (24). La sua riflessione sul Giappone perde una parte di lucidità, indulgendo in alcune affermazioni dai toni eccessivamente perentori e semplicistici, probabilmente nel tentativo di esaltare l’alleato nipponico. Tuttavia, anche in questo scritto egli porta avanti la sua incisiva analisi, tornando sull’argomento religioso, ovvero lo Zen, riproponendo inoltre quella tendenza a mettere a confronto il mondo ario-romano e il suo misticismo e Tradizione, con quelli del popolo del Sol Levante. Sempre in questo articolo, Evola anticipa in modo sorprendente quelle che saranno le conclusioni estetico-morali a cui giungerà proprio Mishima Yukio; ovvero la netta supremazia del corpo sulla mente e della azione sulla riflessione, Evola scrive infatti: “La «religione del Samurai» […] non vuole saperne di speculazioni, di scritture, di testi (25).

Il Giappone degli anni ’30, grazie alla profonda unità fra religione e politica, può essere per Evola da esempio per un Occidente secolarizzato e, specialmente, “despiritualizzato”, ove si è perso quel retaggio tradizionale che è invece ancora presente nella società nipponica di quel periodo. Evola capisce bene come, malgrado le derive del fanatismo militarista, la volontà dei governanti nipponici era quella di prendere solo il necessario dalla modernità, mantenendosi fedeli alla propria spiritualità tradizionale. Questo intento andrà completamente perso nel dopoguerra, quando gli americani imporranno con forza non solo il loro modello di civiltà basato sulla economia, ma anche i propri valori, corrompendo l’anima stessa del popolo giapponese.

In definitiva, lo yamato-damashii è quella caratteristica senza la quale i giapponesi non sarebbero tali e che alla fine resiste ancora nei meandri più remoti della loro cultura. Basti vedere la grande prova di dignità che hanno dato al mondo nel caso della catastrofe naturale che ha colpito il Tōhoku, nel marzo 2011. Tuttavia, oggigiorno questo concetto viene visto dai più, persino nello stesso Giappone, con estrema diffidenza. Il Premio Nobel per la letteratura, Ōe Kenzaburō, ha detto che nel suo paese ormai quando si accenna al cosiddetto “spirito giapponese” la gente si inquieta e perde la proverbiale calma che da sempre la caratterizza (26). Ōe ha tuttavia affermato che sarebbe invece il caso di recuperare il senso originario di questo concetto che, come del resto pensava lo stesso Evola, prevede principalmente un forte senso di appartenenza alla propria comunità nazionale; in modo però diverso dal nostro patriottismo e che purtroppo sarebbe troppo lungo e complesso da spiegare in questa sede. Possiamo qui solo accennare al fatto che, mentre il nazionalismo di stampo occidentale prevede quasi sempre una opposizione verso altri popoli, il senso di appartenenza nipponico si concentra solo sulla propria comunità, un qualcosa che è bene evidenziato dalla parola kizuna, “legame emotivo”, entrata prepotentemente nel linguaggio comune dell’Arcipelago, al seguito della tragedia dello tsunami di Fukushima. Dunque lo Yamato-damashii altro non è che il “sentire comune” del popolo giapponese.

Mussolini fotografato all’Ambasciata Giapponese di Roma nel 1942

Avvicinandosi alle conclusioni, vogliamo brevemente analizzare la intrigante lettura che Evola propone del rapporto tra la ideologia fascista e la tradizione orientale. Ovviamente siamo sempre nel periodoprebellico. Egli individua nel fascismo un fondamentale contributo di “mediazione” con i popoli orientali, alla insegna di una riscoperta della loro tradizione, grazie a una rinata romanità:

Peraltro, il fascismo […] manifesta la funzione di una mediazione in senso superiore presentando appunto un esempio «classico», cioè un esempio di equilibrio positivo, di ordine, di pace non in senso rinunciatario e imbelle, ma nel senso romano di superamento di ogni insana agitazione, di forza perfettamente dominata, di capacità ad elevarsi virilmente ad una dignità superiore e ad un livello di vera universalità (27).

Per il filosofo italiano, il Giappone altro non è che un paese/popolo, in cui è presente una unità assoluta tra morale, politica e religione, dove la fedeltà è la caratteristica principale di una civiltà che Evola non stenta a definire dalla “personalità eroica”. Aspetti, questi, che non erano affatto sconosciuti alla Roma imperiale.

Vogliamo concludere con lo scritto breve che forse meglio sintetizza la grande visione anticipatrice dell’intellettuale italiano sull’Oriente: il suo intervento al convegno asiatico di Roma: “Oriente e Occidente” (28). In questo contributo – che da orientalisti non imbevuti di modernità riteniamo essere una riflessione profetica sul rapporto tra queste due culture e sulla involuzione dell’Asia – Evola riassume il succo del suo pensiero su tale argomento. Egli inoltre loda proprio Benito Mussolini e la sua intelligente lettura di quello che potrebbe essere un sano rapporto tra questi due continenti, alla insegna: “dell’idea fascista quale idea spirituale universale”. Evola non solo stigmatizza l’avvento in Asia del materialismo capitalistico-bolscevico, descrivendolo come: “oro senza patria”, ma anche lo sfruttamento da parte dell’Occidente di questi antichi popoli. Come in altri suoi scritti, egli spiega che tale desacralizzazione della civiltà ricadrà su di noi, in forma di un Oriente occidentalizzato, il quale ci batterà sul nostro stesso terreno della tecnologia. Per quanto concerne il nostro studio, vogliamo far notare come il filosofo veda sempre nel Giappone l’artefice di questa “vendetta” per un inquinamento spirituale della Tradizione asiatica a opera di una modernità di stampo occidentale. Ecco un chiaro esempio per cui egli non solo debba essere considerato anche un orientalista, ma per giunta di primissimo livello e dal grande intuito.

Difatti, Evola ha non soltanto predetto con precisione l’avvento del colosso industriale nipponico degli anni ’60 – ’80 del Novecento, ma ha persino anticipato la rinascita del Dragone Cinese. Per quanto il Giappone dalla Restaurazione Meiji (1868) (29) in poi abbia avuto un rapporto conflittuale con l’Occidente, culminato con la II Guerra Mondiale, questa millenaria civiltà è sempre stata divisa tra fascinazione e diffidenza verso di noi. Al contrario, la occidentalizzazione cinese degli ultimi anni presenta solo una voglia di riscatto e supremazia da parte della Cina, palesando la ricerca per una egemonia globale. Ben diversa è stata la situazione in Giappone, un paese che ci ha regalato figure artistiche e intellettuali di primissimo livello, sempre in bilico tra amore e rigetto dell’Occidente, come Tanizaki Jun’ichirō (30) e, specialmente, Mishima Yukio.

Evola non conosceva il giapponese, ciononostante egli cercò lo stesso di avere un accesso “diretto” alle fonti originali, attraverso le traduzioni occidentali di importanti autori nipponici (31.) Questo atteggiamento era tipico di Evola: egli in parte rifiutava le interpretazioni occidentali delle dottrine d’Oriente. Le rifiutava non solo poiché aveva capito come gli studiosi moderni siano soliti distorcere i concetti più basilari della Tradizione asiatica, ma principalmente per il fatto che sapeva quanto delle menti abituate alla cultura del tangibile non sarebbero mai state capaci di comprendere, figuriamoci poi di spiegare, quella sacra e spirituale visione del mondo che caratterizza da sempre buona parte dei popoli d’Asia e che, proprio come afferma l’orientalista italiano, li rende moralmente superiori a una razza bianca che riconosce nel denaro e nella tecnologia i suoi unici Dei.